Tutti sballottati in vista dei ballottaggi: dolori nella destra, resa dei conti nel Terzo Polo, ultimatum a Elly

Doveva essere il tempo degli accordi in vista dei ballottaggi del 28 maggio che riguardano ben 40 città di cui sette capoluogo. E invece a destra è scoppiata la mina Autonomie, Renzi e calende non si parlano più, i riformisti del Pd prestano il conto alla nuova segretaria  e Conte non ha più consenso

Tutti sballottati in vista dei ballottaggi: dolori nella destra, resa dei conti nel Terzo Polo, ultimatum a Elly

E meno male che i circa sei milioni di elettori decideranno più o meno da soli cosa fare domenica 28 quando ci saranno i ballottaggi in 40 delle città sopra i 15 mila abitanti  che ancora non sanno chi sarà il proprio sindaco. Chi si aspettava due settimane di tentativi di accordi, appelli e patti elettorali tra i due al ballottaggio e i tesoretti di voti disponibili -  soprattutto terzo polo, 5 stelle e civici - per allargare il consenso, deve registrare invece malumori e sgambetti in tutte le parti del campo. Che in questo caso tre e non due. Nelle 40 città al ballottaggio, alcune simbolo come Ancona, Piacenza e Brindisi - il centrodestra è spesso in vantaggio. La ricerca di voti dovrebbe riguardare quindi soprattutto l’altra metà campo, quella del centrosinistra.

L’Autonomia, la Lega e gli sgambetti
Il destra-centro, senza dubbio molto più abile nel mettere sotto il tappeto tensioni e divergenze in nome dell’unità, ha a che fare con una bomba innescata e scoppiata proprio lunedì, a urne ancora aperte. L’Ufficio Bilancio del Senato ha prodotto la usuale scheda di analisi sui provvedimenti di legge in esame a palazzo Madama. In questo caso si tratta delle legge regionale sulle Autonomie regionali. I tecnici della Camera alta non hanno avuto dubbi e hanno scritto che la legge Calderoli non si può fare per due motivi: aumenta le disuguaglianze; non ci sono soldi per garantire i Livelli essenziali delle prestazioni. Un canto funebre per le legge totem della Lega, che è stato regolarmente pubblicato sul sito alla voce “Documentazione” e poi anche rilanciato via social. Salvini è impazzito. Calderoli ha già detto che si dimette se la “sua” legge non sarà approvata. Il governatore Zaia ancora più diretto: “Sarà crisi di governo”.

Perchè se è già “sospetto” - per i leghisti -  il tono così esplicito usato dai tecnici, non c’è dubbio che il rilancio sui social abbia amplificato oltre ogni confine e barriera la bocciatura senza appello della legge sulle autonomie. Che la Lega continua invece a difendere. E lo farà fino in fondo. La “manina” che ha fatto socializzato il documento non può averlo fatto per sbaglio. E l’analisi così diffusa guarda caso combacia con la resistenza di Forza Italia e Fratelli d’Italia, forse entrambe radicate al sud, rispetto a quella legge: divisiva, anticostituzionale. Ma vallo a convincere Salvini…Giorgia Meloni impegnata in politica estera tra Rejkiavick (Consiglio Europeo) e Hiroshima (G7) non ha certo aiutato ad abbassare i toni. Il maltempo e le alluvioni hanno fatto il resto.

I dolori del Terzo Polo
Nelle 40 città al ballottaggio, alcune simbolo come Ancona, Piacenza e Brindisi - il centrodestra è spesso in vantaggio. La ricerca di voti dovrebbe riguardare quindi soprattutto l’altra metà campo, quella del centrosinistra. Dove invece si registrano movimenti a dir poco tellurici. Nel cosiddetto Terzo Polo, prima di tutto, che certamente non è arrivato unito a questo appuntamento elettorale ma i cui voti possono essere utili in molti duelli, Siena e Massa ad esempio. Martedì post voto e primo giorno utile per cucire alleanze in vista dei ballottaggi, Matteo Renzi ha convocato una conferenza stampa per dire che sino a quel momento il voto registrava un sostanziale pareggio e che nel frattempo tre parlamentari di Azione erano passati a Italia viva. Cosa che a questo punto mette in seria difficoltà la sopravvivenza stessa dei gruppi parlamentari, soprattutto al Senato.  Calenda si è molto arrabbiato e non passa giorno che non sia in qualche talk a sparare cannonate contro l’ex socio Matteo Renzi. Il quale, da parte sua, continua a tessere rapporti e mandare messaggi ai riformisti dell’area dem in evidente difficoltà interna (la vediamo dopo) e a rafforzare l’area  di centro accogliendo delusi della segreteria Schlein, delusi di Calenda e, anche, delusi di come vanno le cose nella maggioranza Meloni. La riunione dei senatori del Terzo Polo è stata rinviata, su richiesta di Calenda, da sabato a lunedì. All’ordine del giorno: la nascita del gruppo Italia viva (che ha i numeri per diventare gruppo) dicendo addio al Terzo Polo e spingendo Azione nel gruppo Misto. Renzi ha già fatto sapere comunque che l’indicazione di voto per i ballottaggi sarà di andare sul candidato dell’area di centrosinistra. Il problema è che a Pisa e Brindisi, due comuni importanti perchè vorrebbe dire strapparli al centrodestra, il Pd è alleato con i 5 Stelle e la sinistra.

I dolori di Elly. E quelli dei riformisti del Pd
Nella conferenza stampa post voto, la segretaria del Pd Elly Schlein ha fatto un appello molto diretto al campo largo del centrosinistra, dal centro ai 5 Stelle, sinistra radicale compresa (a Pisa ad esempio la lista della sinistra radicale ha fatto il 10 per cento). “Uniamo le forze per strappare comuni alla destra” ha detto la segretaria. Che si gioca molto in questa tornata elettorale. Tutti aspettano l’effetto Schlein alla prova delle urne e non solo dei sondaggi che danno il Pd in crescita e stabile intorno al 20% dopo il crollo delle politiche (tra il 16 e il 18%). Ora il punto è che proprio in questi giorni i malumori dei riformisti del Pd si sono organizzati in una lunga lettera recapitata via giornali alla segretaria. Modalità che di per sè dimostra una sostanziale incapacità di ascolto interno. E già questo, per una segretaria che ha fatto dell’ascolto il suo punto di forza, dimostra che c’è molto che non va nel Pd.

Con una lettera aperta, gli ex parlamentari dem Stefano Ceccanti, Enrico Morando e Giorgio Tonini hanno denunciato il  “rischio di un regresso” del partito “verso un antagonismo identitario” spiegando di non volersi arrendere ad un “silenzio rassegnato”. Cara Elly -  è il senso dello scritto - sei la legittima segretaria e noi siamo legittimamente critici rispetto alla tua linea. Non ce ne andiamo, non facciamo scissioni, ma il Pd - partito a vocazione maggioritaria - deve dare ascolto a tutte le sue anime e più di tutte a quella riformista che ne è l’azionista di maggioranza. Sapendo anche che il nostro è un partito contendibile dall’interno. Cosa di cui del resto tu stessa sei la dimostrazione.

Morando, Ceccanti e Tonini ci hanno messo la faccia in nome e per conto di quel quasi 50 per cento di elettori, eletti e dirigenti che al congresso erano nella mozione Bonaccini, avevano vinto a mani basse il voto nei circoli e poi si sono ritrovati minoranza (al 46%) nei gazebo. La prova regina di quando il Pd sia un partito contendibile, appunto, e dall’interno.

I firmatari, che si definiscono “la minoranza riformista”,  sottolineano tre punti: bene la segretaria sul dossier esteri e Ucraina perchè in continuità con il passato, un posizionamento - avvertono - che “ va consolidato”. Male invece, la segretaria, sulle riforme: la linea dell’Aventino “non è quella del Pd nato per essere soprattutto riformista” e, soprattutto, sarebbe un “imperdonabile errore”, lasciare a Meloni l’iniziativa su questi temi. E ancora: "No al rischio di un regresso verso un antagonismo indentitario che è di per sè incoerente con la vocazione maggioritaria”. La proposta è chiara: “E’ indispensabile che si cominci subito, prima dell’estate, promuovendo un’occasione di confronto aperto anche all’esterno del partito, per discutere, aggiornare e rilanciare un’ambiziosa agenda riformista”.

La lettera aperta è deflagrata nel pieno degli accordi sui ballottaggi, dei malumori per le dimissioni dal Pd (Borghi e Cottarelli) e le partenze (Marcucci, Chinnici, Fioroni, ciascuna in una diversa direzione). E nel giorno, ieri, in cui dopo tre mesi i gruppi parlamentari dovevano finalmente completare gli incarichi, vicepresidenze e tesorieri. Decisione ancora una volta rinviata “perchè c’è l’emergenza alluvione”. Come dare torto. La verità è che Schlein vorrebbe far fuori il vicecapogruppo Piero De Luca, area riformista, no 5 Stelle e sinistra, e, soprattutto figlio del presidente della regione Campania che Schlein ha commissariato.

 “Oggi ho sentito molte persone del Pd e questo è un ottimo segnale - racconta il senatore Morando - non ho sentito nessuno della segreteria ma sono certo che ci sentiremo presto. Ribadisco, se ce ne fosse bisogno, che la nostra lettera è un contributo e non un ultimatum”. Dopo tre mesi, possiamo dire - aggiunge Morando - che “a livello di proposta politica siamo molto deboli”.

La lettera non è neppure un atto di sfiducia rispetto a Stefano Bonaccini, il candidato segretario dei riformisti. Il governatore dell’Emilia Romagna, che ha optato per una gestione unitaria accettando la presidenza, ha da tre settimane ben altro a cui pensare tra alluvioni, esondazioni, morti e danni. I riformisti hanno quindi aperto la discussione. A viso aperto e senza sotterfugi.  Dietro le tre firme in realtà “c’è una larga condivisione” dice un ex ministro Pd “sia nei gruppi parlamentari che fuori”. 

La lettera aperta finisce sulla stampa estera. “Terremoto nel Pd, i rifornisti in rivolta” titola il sito Breaking Latest News. Da Italia viva Borghi e Boschi alzano la mano: “Noi volgiamo dialogare con i riformisti del Pd”. Andrea Orlando ha commentato seccato “l’uso strumentale della parola riformista”. Ecco, insomma, difficile parlare di accordi nei ballottaggi.

La solitudine di Conte
La situazione non migliora nei 5 Stelle. Mai così male il voto nelle amministrative: mai raggiunte le due cifre, per lo più confinati sotto il 5 per cento quando non sotto il 3%. “Adesso partirà l’organizzazione a livello locale” ha promesso Conte. Lo dice da un anno. Il fatto è che il Movimento a livello locale non esiste più. E anche l’effetto Conte - ex premier, il “papà” del reddito di cittadinanza - non funziona più tanto. A livello interno c’è molto malumore: nei gruppi parlamentari si lamenta una mancanza di linea e giusto i fedelissimi evitano di esprimere dubbi. Altri “fedelissimi” cominciano a mollarlo  perchè non vedono soluzioni per il loro futuro dietro l’ex avvocato del popolo con tanto di pochette.  Fico, gli europarlamentari Castaldo e Beghin, cominciano ad essere molti coloro che non vedono un futuro per sè stessi nel Movimento guidato da Conte. Il quale, sicuro com’è della propria leadership, non ci pensa proprio ad allearsi con il Pd. Anche perchè punta al voto per le europee (giugno 2024), vero banco di prova della guida Conte. Morale della favole: Giuseppe ed Elly faranno forse un comizio insieme, a Brindisi, dove Pd e 5 Stelle sono già alleati e dove il candidato unitario è appunto un 5 Stelle. Il candidato della destra è avanti (Giuseppe Marchionna con il 44% delle preferenze) e avrebbe il 12 per cento di una lista civica di destra nata però da uno scisma locale. Il candidato del centrosinistra Roberto Fusco si è fermato al 33,2% ma può guardarsi intorno a sinistra (il sindaco uscente Rossi ha avuto il 10%). Nelle more va detto che il partito più votato è stato il Pd mentre i 5 Stelle sono al minimo storico. A Brindisi, oltre che a Pisa, Elly Schlein mette in gioco tutto il suo attesissimo “effetto”. Giuseppe Conte la sua leadership.