Tre addii alla Lega in due giorni, il fuggi fuggi da Matteo Salvini

Dopo esser stato il partito europeo più votato arrivò la crisi, gli errori di valutazione e infine la pandemia. Il risultato lo si vede oggi

Tre addii alla Lega in due giorni, il fuggi fuggi da Matteo Salvini
(Ansa)

C’era una volta, non tanto tempo fa, Matteo Salvini che diceva che occorreva mettere i guardiani alle porte della Lega, perché il Carroccio aveva il vento in poppa e quindi era scattato l’effetto “assalto alla diligenza” in cui tutti vogliono andare dove si sente profumo di vittoria.

Alle Europee del 2019, tre anni fa non un secolo, la Lega prese il 34 per cento, il Papeete era di là da venire, Salvini era vicepremier e i sondaggi davano la Lega al 40 per cento. E quindi tutti volevano entrare nel Carroccio e moltissimi parlamentari si offrivano per passare ai gruppi parlamentari salviniani.

Ma, per l’appunto, le porte rimasero semichiuse e vennero ammessi solo una decina di parlamentari provenienti da Forza Italia, alcuni pentastellati e una piddina, peraltro transitata per Italia Viva.

Addirittura, la Lega fu il partito europeo più votato fra tutti i Paesi dell’Unione e Marco Zanni capo di Identità e Democrazia e Marco Campomenosi, capodelegazione del Carroccio, si trovarono a guidare 29 eurodeputati (l’ultimo arrivò dopo la Brexit), il gruppo europeo più numeroso, più degli uomini della Cdu-Csu di Angela Merkel, più dei francesi di Emmanuel Macron, più di tutti.

Poi, però, arrivò la crisi, gli errori di valutazione di Salvini che aveva puntato tutto sulle elezioni anticipate, ma non aveva fatto i conti con la straordinaria capacità politica di Matteo Renzi, e infine la pandemia che spazzò via ogni sovranismo e negazionismo, forte in alcune aree della Lega.

E, soprattutto al Sud, iniziarono gli addii che, peraltro, a Strasburgo e Bruxelles sono anche se non giustificati, almeno in qualche modo legittimati dal fatto che parliamo di gente eletta con le preferenze e non catapultata in Parlamento dalla sola benevolenza del leader.

E così, uno alla volta, se ne andarono il pugliese Andrea Caroppo, moderato storicamente, e ora in Forza Italia; la pasionaria Francesca Donato acclamata da No Vax, negazionisti del Covid, No Pass, No Mask e mondi che oggi rilanciano molte delle istanze filorusse e antiucraine, a partire dall’aver messo in dubbio il massacro di Bucha. Del resto, la vicinanza dei mondi No Vax con quelli filoputiniani è un dato di fatto. Insomma, la Donato oggi è fra i Non Iscritti e fa all’Europarlamento ciò che a Roma fanno Alternativa a e Italexit.

Poi se ne sono andati Luisa Regimenti, eletta nel Lazio e oggi in Forza Italia, così come Lucia Vuolo, mentre Vincenzo Sofo ha lasciato la Lega per l’Ecr, il gruppo dei Conservatori Europei e per Fratelli d’Italia.

Ma, in Italia, non è che vada diversamente: solo nelle sedute dell’ultima settimana, il Carroccio ha perso tre parlamentari, e non di secondo piano: Francesco Mollame, ingegnere eletto nel collegio uninominale di Marsala, che era andato nel Carroccio dopo aver lasciato i Cinque Stelle, ha aderito all'interno del Misto di Palazzo Madama alla componente "ITALIA AL CENTRO (IDEA-CAMBIAMO!, EUROPEISTI, NOI DI CENTRO (Noi Campani))" ed è diventato coordinatore siciliano del partito di Giovanni Toti.  

E, sempre al Senato, direzione Gruppo Misto, se ne è andato un altro ex pentastellato, che era passato convintamente al Carroccio: Ugo Grassi, ordinario di diritto civile e direttore di Giurisprudenza all’Università di Napoli Parthenope, eletto nel collegio uninominale di Avellino.  

Ma se questi erano neoleghisti arrivati in corsa, se ne è andato anche un nativo leghista come Francesco Zicchieri, che era coordinatore del Lazio, a cui a suo dire non sono stati riconosciuti meriti nella gestione dello sport del Carroccio e che ha sbattuto la porta per andare nel Misto, spiegando di sentire violata la sua amicizia personale con Matteo Salvini, che era molto forte.

E, sempre per dissidi sui dossier sportivi, se ne era andato prima di lui anche Claudio Barbaro, senatore che veniva da destra e che lì è tornato, a Fratelli d’Italia.  

La lista è lunga, anche al netto di coloro che se ne sono andati per fare i presidenti delle rispettive Regioni come Maurizio Fugatti, che guida il Trentino-Alto Adige o Donatella Tesei, presidente dell’Umbria, o gli assessori o i consiglieri regionali o provinciali in Lombardia, a Trento, in Calabria e che sono stati sostituiti da altri leghisti, alcuni eletti anche alle suppletive, quindi ovviamente non vanno contati nella colonna delle perdite, così come non va contata Tiziana Piccolo che per qualche ora ha aderito a Coraggio Italia, per poi tornare indietro il giorno stesso.  

Ma andiamo avanti quindi con gli addii-addiii, a partire da quello di Carmelo Lo Monte, che fu il primo a credere a Matteo Salvini in Sicilia, ma che ora sta con Bruno Tabacci nel Misto di Centro Democratico.  

E poi ci sono ex leghisti recentissimi un po’ ovunque: Gianluca Vinci, emiliano, andato con Fratelli d’Italia non condividendo la fiducia a Mario Draghi e al suo governo, motivazione analoga a quella dell’addio di Walter De Vecchis, senatore eletto nel collegio uninominale di Frosinone, che però ha fatto una scelta più radicale seguendo Gianluigi Paragone in Italexit.  

E se ne è andata anche Rosellina Sbrana, veterinaria leghista di Cascina, il paese dell’eurodeputata Susanna Ceccardi, eletta nel collegio uninominale senatoriale di Pisa, che oggi è nel Gruppo parlamentare C.A.L. (Costituzione, Ambiente, Lavoro), con gli ex grillini di Alternativa, quello del Partito comunista di Marco Rizzo e quello dell’Italia dei Valori, che da oggi può contare anche sull’ex presidente della commissione Esteri del Senato Vito Petrocelli, il “compagno Petrov” che non è mai stato espulso dal MoVimento di Conte, ma se ne è andato lui.

E, già che siamo in tema di movimenti odierni, registriamo anche il ritorno a Forza Italia del deputato bergamasco Stefano Benigni, che era nel Misto e torna a casa.  

Insomma, questo quadro è molto chiaro.  

Se ne vanno dalla Lega tanti di quelli che, soprattutto col progetto salviniano, si erano avvicinati in particolare al Centro e al Sud, con le regioni più sensibili che sono il Lazio, la Campania, la Sicilia e la Puglia.  

E invece rimangono leghisti coloro che lo sono sempre stati: in Lombardia, nel Veneto di Luca Zaia, in Piemonte, in Friuli-Venezia Giulia e in Liguria, dove ora vanno al voto appoggiando un sindaco che è stata una scoperta di Edoardo Rixi, amico di Matteo Salvini ma anche di Giancarlo Giorgetti, militante leghista storico, ex viceministro dei Trasporti e leader della Lega in Liguria. Insomma, Bucci è un capolavoro di Rixi come talent scout.  

E Rixi, esattamente come il segretario provinciale di Genova Alessio Piana, amato da tutti in ogni partito per la sua umanità che riconcilia con la politica, e come l’ex vicepresidente della Regione Sonia Viale, è fra quelli che hanno sempre spiegato: “C’eravamo al due per cento, ci siamo stati al 34, ci siamo oggi, ci saremo sempre”.  

Chi va. E chi resta.