[L’analisi] Togliere reddito di cittadinanza e riforma Fornero dalla manovra: questo chiederà l’Europa. E sarà scontro totale

Per arrivare all’1,9 per cento, bisognerebbe tagliare il doppio, perché si parte dal 2,9 per cento. Quindi, non 8, ma 16 miliardi. Oltre al reddito di cittadinanza, di conseguenza, anche la controriforma della Fornero per le pensioni. Eppure il Paese ha bisogno di misure di stimolo che rovescino la discesa verso la crisi, piuttosto che tagli e rincari che, invece, come si è visto negli anni dell’austerità, la accelerino. Ma Bruxelles sarebbe pronta ad accettare solo investimenti

[L’analisi] Togliere reddito di cittadinanza e riforma Fornero dalla manovra: questo chiederà l’Europa. E sarà scontro totale

Gentiloni aveva promesso un disavanzo allo 0,8 per cento. Tria aveva un mezzo accordo per l’1,6 per cento. Ma Salvini e Di Maio hanno imposto che si arrivasse al 2,4 per cento. Adesso, da Bruxelles è l’Europa a presentare il conto: altro che 2,4. La manovra gialloverde porterà il deficit assai più in su: al 2,9 per cento, subito a ridosso del vecchio tetto di Maastricht. E l’anno dopo, nel 2020, lo sfonderà: 3,1 per cento. E siccome quel tetto del 3 per cento lo conoscono tutti, la previsione contenuta nel rapporto d’autunno che la Commissione ha diffuso ieri sulla economia europea diventa il modo più vistoso di segnalare che l’Italia superindebitata non rispetta le regole e reclama, perciò, una sanzione. Inevitabile, ormai, visto che tutti escludono, entro la scadenza prevista di martedì prossimo, una marcia indietro del governo Conte e una modifica della manovra, come i ministri dell’Eurozona hanno chiesto, tutti insieme, lunedì scorso a Tria, nell’ultimo vertice. Dunque, partirà una procedura d’infrazione al Patto di stabilità firmato da tutti i governi, anche se con il lento passo dei processi europei e, dunque, fra gennaio e primavera. In teoria, quindi, con ampio tempo per una trattativa fra Bruxelles e Roma. Tutto questo, del resto, era scontato dopo lo scontro con la Commissione delle ultime settimane. Il rapporto diffuso ieri, tuttavia, mette la strada del dialogo ancor più in salita. Perché i numeri della previsione ufficiale dei tecnici della Ue fanno testo. 

Cosa vuol dire? Che una trattativa su una eventuale limatura della manovra per venire incontro alle preoccupazioni degli altri paesi europei sul contenimento dell’enorme debito pubblico italiano partirà da quei numeri. Dunque, si tratterebbe – se Salvini e Di Maio decidessero di cercare un accordo -  di far scendere il deficit non dal 2,4, ma dal 2,9 per cento. In cifre: se il governo, sotto la pressione dell’Europa e dei mercati, accettasse di ridurre il disavanzo programmato dal 2,4 a – per esempio – 1,9 per cento dovrebbe tagliare dalla manovra 8 miliardi di euro, secondo i conti presentati di Tria, l’equivalente del reddito di cittadinanza, più o meno. Sbagliato, fa sapere Bruxelles: per arrivare all’1,9 per cento, bisognerebbe tagliare il doppio, perché si parte dal 2,9 per cento. Quindi, non 8, ma 16 miliardi. Oltre al reddito di cittadinanza, di conseguenza,  anche la controriforma della Fornero per le pensioni.

L’Europa e il miracolo della crescita

In realtà, per Bruxelles conta l’importo del taglio e non il suo contenuto specifico, che potrebbe essere cercato in misure meno politicamente scottanti. Ma, dal testo del capitolo che le previsioni riservano all’Italia, si capisce che quelle due misure (soprattutto la controriforma delle pensioni) piacciono pochissimo. Il nodo del confronto è, però, nella previsione del tasso di crescita. La manovra 2019 si regge sulle risorse aggiuntive che, per finanziare le spese messe in agenda, verrebbero da un rilancio di consumi e investimenti, determinato da un tasso di sviluppo spinto all’1,5 per cento. Il problema, per il governo di Roma, è che a quell’1,5 per cento, anche considerando le misure di stimolo alla domanda incorporate nella manovra, nessuno finora ha dimostrato di credere, né in Italia, né fuori. E, dunque, la manovra distribuirebbe non risorse, ma debiti.

Gli indicatori, infatti, vanno tutti in senso opposto alla ripresa. L’economia Usa, pompata da Trump, rischia di surriscaldarsi e di far scattare aumenti dei tassi di interesse che gelerebbero la crescita globale. La Germania, dicono le previsioni ufficiali è in frenata: quest’anno si fermerà all’1,6 per cento e l’anno prossimo scenderà all’1,5. In Italia, produzione industriale e consumi hanno chiuso l’estate in calo e l’export non va un gran che. Di suo, il 2018, dicono gli economisti, porterà in dote al 2019 una spinta solo dello 0,2 per cento: salire fino all’1,5 per cento è lunga. Il Fondo monetario internazionale, sempre ieri, ha infatti pronosticato, per l’Italia 2019, una crescita non superiore all’1 per cento. A Bruxelles saranno anche avvelenati con il governo gialloverde, ma sono meno pessimisti degli altri: 1,2 per cento, anche se a rischio, visto gli effetti che lo spread può avere su una stretta al credito. Ma con quell’1,2 per cento, aggiunge Bruxelles, il deficit vola al 2,9 per cento e il debito pubblico, che secondo le altre capitali europee rende fragile l’euro, non viene scalfito.

Il paradosso che punisce l'Italia

Previsioni così cupe suggeriscono, però, un paradosso. Se l’Italia è il fanalino di coda della crescita europea e si sta avvitando in una semirecessione, il paese ha bisogno di misure di stimolo che rovescino la discesa verso la crisi, piuttosto che tagli e rincari che, invece, come si è visto negli anni dell’austerità, la accelerino. Contemporaneamente, un disavanzo al 2,4 – o anche al 2,9 – per cento, pur importante, resterebbe comunque sotto il 3 per cento di Maastricht e sarebbe tutt’altro che inedito, nella pratica europea. L’Italia, in fondo, ha un debito enorme, ma i conti, in questi ultimi anni, sono stati rimessi abbastanza in ordine. Era questo lo spazio di flessibilità che il governo avrebbe potuto esplorare – come negli anni scorsi, peraltro – per allargare i margini della manovra 2019. Voleva dire presentarsi a Bruxelles con un programma di rilancio delle opere pubbliche, degli investimenti, della scuola, della ricerca, dei centri per l’impiego e di una riforma della giustizia (poche cose spaventano le imprese straniere quanto i tempi dei tribunali italiani). La decisione di grillini e leghisti è stata invece di intendere la manovra 2019 come la prosecuzione della campagna elettorale con altri mezzi. E, dunque, la Finanziaria è centrata sul gonfiamento della spesa corrente per sussidi e pensioni, piuttosto che quella produttiva, incrociata con una volontà esplicita e reiterata di smascherare, una volta per tutte,fragilità, debolezze e contraddizioni della costruzione europea. E’ un percorso che sembra scelto e voluto per fare del caso italiano la pietra di paragone dell’invadenza di Bruxelles: l’Italia rischia di pagare, sulla propria pelle, i costi della battaglia politica che Salvini ha deciso di ingaggiare, in nome di una vittoria populista alle europee di maggio.