I “Taliban” di casa nostra… Lo scontro tra partiti sui profughi afghani

Le mosse di Draghi e Di Maio e un'operazione di cui andare fieri, “Aquila omnia”, gestita dalla Difesa del ministro Guerini

In fuga da Kabul (foto Ansa)
In fuga da Kabul (foto Ansa)

Dato che la presa dell’Afghanistan da parte dei talebani, avvenuta nel bel mezzo di Ferragosto, è una cosa terribilmente seria – oltre che terribilmente triste – non fosse che per le pesanti conseguenze che avrà per il ‘mondo libero’, i partiti politici italiani ci sono arrivati, tanto per cambiare, a scoppio ritardato, fischiettando e, sostanzialmente, parlando d’altro. Insomma, hanno cercato, per giorni e settimane, di ‘non’ occuparsene, baloccandosi a sinistra con l’ingresso delle Sardine nel Pd (roba grossa…) e, a destra, con ‘er dibbbattito’ su Federazione, partito unico e altri ammennicoli vari, o più generale parlando di elezioni (le prossime, quelle amministrative). Ora che, però, ci si rende conto che non basta dire apriamo “corridoi umanitari” per i collaboratori dell’Italia, da far fuggire e al più presto da Kabul con i ponti aerei, ma della drammatica realtà, presto incombente, di centinaia di migliaia profughi che stanno per lasciare quel disgraziato Paese e ammassarsi ai confini della Ue (una ‘invasione’ pacifica quanto stracciona, forse pericolosa, di certo tragica), anche la politica italiana si è data una – piccola – ‘svegliata’ e ha deciso di occuparsi del tema. Peraltro, pur dividendosi, lo sta facendo pure la Ue e, soprattutto, la puntuale azione di Draghi. Vediamo, dunque, i principali attori in campo.

I partiti italiani aprono a Cina e Russia (bum!)

Dialogare con la Cina e con la Russia, aiutare i Paesi che confinano con l'Afghanistan ad accogliere i profughi. Pensare all'apertura di corridoi umanitari per coloro che cercano di mettersi in salvo dopo il fulmineo ritorno al potere dei talebani. La politica italiana si interroga, pensosa, sulle misure da adottare per favorire chi rischia di soccombere all’oppressivo regime che ha ripreso il controllo di Kabul.

Sulle scelte da prendere è aperto il confronto fra i partiti e l'indicazione che si ricava scandagliando comunicati e dichiarazioni alla stampa è quella di una apertura al dialogo con la Cina e la Russia. Il leader della Lega, Matteo Salvini, che ieri ha fatto al premier Draghi “una bella improvvisata”, di certo assai gradita (si fa per dire), andandolo a trovare a palazzo Chigi, per parlare proprio di Afghanistan (oltre che di temi di politica interna), guarda al prossimo G20 e auspica che al summit siano invitati anche i rappresentanti del Pakistan (ieri ha incontrato l’ambasciatore come pure quello afghano): “Spero che nessuno pensi, come Conte, di dialogare con i talebani. Erano e rimangono degli assassini. E a ragionare con gli assassini io non ci sto”. Per Salvini è però necessario avviare colloqui “con i governi riconosciuti in Pakistan, Russia, Cina e Turchia”.

La “diplomazia parallela” di Salvini…

Sul tema dell'accoglienza, l'ex ministro dell'Interno non ha dubbi e conferma la linea già espressa nei giorni scorsi: “L'Italia farà la sua parte, ma penso che anche altri Paesi occidentali debbano fare la loro. Farci carico dell'accoglienza di chi rischia la vita in Afghanistan sì, ma bisogna aiutare tutti i Paesi vicini ad accogliere chi scappa, perché per arrivare dall'Afghanistan a Roma si attraversano tanti stati”, aggiunge. Poi annuncia di “poter andare a visitare presto queste terre martoriate” (vorremmo esserci, oggettivamente, alla visita del Capitano a Kabul).

Una diplomazia parallela a quella ufficiale cui il leader leghista aggiunge le critiche al responsabile della Farnesina: “Di Maio al mare nei giorni dell'Afghanistan? Ho scelto la via della galanteria e del silenzio”, spiega ma poi aggiunge: “Mi rimproverano la spiaggia da anni, lascio agli altri la libertà di scelta di spiaggia. Ognuno fa il ministro come crede, ma le polemiche su vicende personali non le faccio”.

Al di là della Lega, il tema della gestione dell'emergenza preoccupa l'arco parlamentare. I rapporti tesi tra Paesi Nato con la Cina e la Russia, in particolare, non aiutano e sono tante le voci che spingono per ricucire con Mosca e Pechino così da dare maggiore efficacia all'impegno internazionale a favore del popolo afgano. Per la capogruppo di Liberi e Uguali del Senato, Loredana De Petris, in questa fase è inevitabile aprire un canale con Mosca e Pechino.

La parlamentare europea Simona Bonafé (Pd) dice che “Abbiamo il dovere di non girarci dall'altra parte, di mettere in sicurezza quanti hanno collaborato con noi e di attivare, come Europa, i corridoi umanitari di quanti vogliono venir via dall'Afghanistan”. E mentre si aspetta l'audizione che, oggi, terranno in Parlamento i ministri Lorenzo Guerini e Luigi Di Maio, il capogruppo di Forza Italia alla Camera, Roberto Occhiuto, ribadisce la necessità che il governo insista “sulla necessità di portare la discussione sulla crisi in Afghanistan all'interno del G20 perché nel G20 sono rappresentati la Cina, la Russia, la Turchia, l'Arabia Saudita”. Per FI si deve “dare asilo a quelli che sono stati illusi da noi occidentali e non vogliono vivere con i talebani", "mettere in campo, insieme all'Europa, strumenti per evitare infiltrazioni terroristiche in Europa" ed evitare "che i paesi di frontiera come il nostro siano lasciati da soli ad affrontare questa emergenza umanitaria". Il Movimento 5 stelle, infine, si augura, con il sottosegretario all'Istruzione Barbara Floridia, "che il tema dell'istruzione (sic) sia centrale" al prossimo G7.

Ma se le posizioni dei partiti oscillano tra il desiderio di grandeur salviniana e le ovvietà a 5s, per fortuna il governo in carica, essendo in carica, lavora – con stile e discrezione – per tessere una tela di livello mondiale con i principali partner.

L’azione diplomatica di Draghi tra G7 e G20

Sempre ieri, poi, Draghi ha incontrato, nel pomeriggio, a Palazzo Chigi proprio i ministri degli Esteri e della Difesa, Di Maio e Lorenzo Guerini, e pure il sottosegretario con delega alla Sicurezza della Repubblica, Franco Gabrielli, e il direttore generale del Dis, Elisabetta Belloni, “per discutere sugli ultimi sviluppi della situazione in Afghanistan in vista della riunione straordinaria del G7 di domani pomeriggio” informava, ieri sera, una nota di palazzo Chigi.

Il premier, Mario Draghi, ha detto subito addio, già a Ferragosto, alle sue ferie a Città delle Pieve e si rimboccato le maniche, rapportandosi subito con gli Usa – che, formalmente, Draghi non ha ovviamente mai criticato, ma di cui non ha condiviso il frettoloso e male organizzato ritiro da Kabul – come con la Ue e tutti i Paesi del G20. L’obiettivo di Draghi è stato, da subito, quello di coinvolgere India, Russia e Cina, paesi che, con i talebani, mantengono più che ottimi rapporti.

Il metodo di lavoro che si sono dati Draghi e Luigi Di Maio è stato, da subito, quello di una stretta sinergia nei contatti internazionali. Il ministro degli Esteri fa di solito da apripista, parla con il suo omologo cinese, americano, francese, poi il dossier arriva sul tavolo di Palazzo Chigi e passa al presidente del Consiglio che rilancia e rafforza, a sua volta, l’esigenza di un G20 a guida italiana per metà settembre con i capi di Stato e di governo .

Fino ad ora nessuno ha detto di no, compresi i cinesi, anche se si attende nei prossimi giorni un colloquio fra Draghi e Xi Jinping. Di sicuro lo sforzo diplomatico che vede come protagonista il capo del governo non è facile: il G7 della prossima settimana, anche se non ancora fissato, vedrà una comunità di sette leader che hanno più di un denominatore comune e una certa facilità a raggiungere obiettivi condivisi, almeno in teoria.

Ma è solo con un ‘format’ come il G20, di cui l’Italia ha la presidenza e che si terrà a ottobre, che si possono raggiungere risultati più efficaci, col coinvolgimento di India, Russia e Cina.

La telefonata con Biden e la visita di Lavrov

I target a cui sta lavorando il premier nei suoi contatti, ultimo quello di due giorni fa con il presidente degli Usa, Joseph Biden, riguardano una convergenza su almeno tre o quattro temi: diritti umanitari, condanna del terrorismo, tutela delle migrazioni e del processo di evacuazione degli afghani che hanno collaborato con la coalizione internazionale. E infine, non ultimo, il congelamento dei fondi e degli aiuti finanziari internazionali come strumento di deterrenza per obbligare i talebani ad accettare certe condizioni. 

Un obiettivo che, però, sarebbe monco se raggiunto solo in sede di G7. Draghi è convinto che ci voglia, per risolvere la crisi, il pieno coinvolgimento almeno di Mosca e Pechino. Anche per questo il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov discuterà con il suo omologo italiano Di Maio e, subito dopo, direttamente con Draghi, degli obiettivi di un G20 straordinario, durante la sua visita a Roma del 26 e 27 agosto.

In questo solco si è svolta anche la telefonata tra Draghi e Biden. I due hanno convenuto sulla necessità di arrivare ad una sintesi comune in sede di G7, ma hanno discusso anche dello sforzo diplomatico italiano e di allargare ad altri contesti geopolitici, attraverso il G20, la ricerca di decisioni realmente efficaci per il ‘governo’ dei talebani, quantomeno all’aderenza a principi base dei diritti umani, al mantenimento della promessa, fatta a Washington nei mesi scorsi, durante i colloqui sul ritiro del contingente americano, di non tornare ad essere un epicentro di accoglienza del terrorismo islamico.

Il "problema" del riconoscimento dell’Afghanistan "talebano"

E dunque, tra una telefonata a Biden – e, nei giorni precedenti, una con Vladimir Putin e un’altra con Emmanuel Macron - Draghi lavora alacremente anche perché sente sulle spalle il peso della presidenza italiana del G20. Ecco perché continua la serie di contatti internazionali in vista di una possibile riunione straordinaria dei venti Paesi più rappresentativi del mondo: la dovrebbe presiedere lui stesso, ma non è facile mettere d’accordo i capi di governo o di Stato di diversi continenti, dalla Cina all’Arabia Saudita, dalla Turchia alla Russia, paesi ‘amici’ dei nuovi padroni di Kabul e, forse, dei nuovi terroristi....

Certo è che resta, nella comunità internazionale, l’incertezza riguardo il riconoscimento di un governo talebano dell’Afghanistan. Anche solo due settimane fa chiunque sarebbe inorridito a finanziare un nuovo regime talebano costruito con la forza. Oggi, invece, la questione è paradossalmente anche un dilemma. Se si continua con gli aiuti, il risultato è sostenere un regime oscurantista. Se invece si interrompono, si innescherà una crisi umanitaria con l’inevitabile corollario di guerra civile e profughi. Il rompicapo potrà trasformarsi in leva politica per spingere i talebani nella direzione desiderata? Questo è il dilemma che riguarda tutti i Paesi Ue.

Lo sforzo diplomatico di Palazzo Chigi resta, però, quello di costruire un consenso internazionale su alcuni punti chiave per il futuro dell’Afghanistan: piena condivisione, da questo punto di vista, con il Cremlino come con l’Eliseo, sulla lotta al terrorismo e al traffico di droga, sui diritti umani in generale e delle donne in specie.

I ‘dubbi’ dell’Occidente e la riunione del G7

L’altro ieri si è svolta anche una riunione straordinaria del G7, a livello di ministri degli Esteri, presieduta dal ministro inglese Domic Rabb. I sette ministri hanno confermato un impegno per “l’urgente necessità della cessazione della violenza”, il rispetto dei diritti umani, negoziati “inclusivi” sul futuro del Paese e la necessità di rispettare il diritto umanitario.

Al G7 ha partecipato anche il ministro degli Esteri Di Maio: ha rimarcato il piano attuale dell’Italia: trasferire in tutto 2.500 civili afgani che hanno collaborato negli ultimi anni con le istituzioni italiane. Secondo il ministro, con gli ultimi voli atterrati a Roma sono già arrivati più di 500 afgani, tra ex collaboratori e famiglie.

Il ruolo discreto, e attivo, del ministro Di Maio

Anche il ministro Di Maio ritiene essenziale il congelamento dei fondi e lo ha detto due giorni fa nel corso della ministeriale della Nato: “Chi detiene adesso il comando in Afghanistan deve capire che lo terremo d’occhio e lo considereremo responsabile, usando tutta la nostra leva economica, compresi i finanziamenti. A questo proposito, non possiamo evitare di lavorare con tutte le parti, come Pakistan, Russia e Cina, che condividono con noi la stessa preoccupazione”.

Parole, come si vede, lontane anni luce da quelle del capo politico del M5s, Giuseppe Conte, il quale – colto, forse, da una crisi mistico-islamista – ha detto, solo pochi giorni fa, che con il regime dei “talebani moderati” è necessario “cooperare”, ricevendo il plauso, nel M5s, del solo Di Battista.

Ma anche un modus operandi, quello di Di Maio, che ormai da tempo si è guadagnato la stima dei suoi omologhi europei, stranieri e d’oltreoceano e che una – infelice – photo inopportyunity al mare (quello pugliese) in costume e in compagnia del governatore Emiliano e del responsabile Enti locali del Pd, Francesco Boccia, non può e non deve inficiare. La verità dei fatti è che Di Maio lavora in silenzio, sodo, e pure abbastanza bene.

Il lavoro discreto ed efficiente di Guerini

Un altro ministro che sta lavorando tanto e bene, per lo più sottotraccia, è il ministro alla Difesa, Lorenzo Guerini. Un ministro che, non a caso, nessuno attacca: né il ‘solito’ Salvini, che tutti i giorni se la prende con la Lamorgese, né tantomeno l’opposizione di Fratelli d’Italia.

Per dirne una, la chat dell’ufficio stampa del suo ministero, già il 15 agosto – mentre i nostri politici si godevano il pranzo e il sole di Ferragosto – sfornava comunicati su comunicati. Il primo aereo militare, nell’ambito dell’operazione ‘Aquila omnia’ (prima si chiamava ‘Aquila 1’, poi ‘Aquila 2’), decolla quello stesso giorno da Kabul, riportando a casa personale diplomatico e, già quel giorno, ex collaboratori afghani del nostro esercito (70).

Poi l’operazione mette, letteralmente, le ali e, in coordinamento con il team militare del Covi, non cessa un solo giorno: diventano sette gli aerei dell’aeronautica militare (3 KC767 e 4 C130J) impiegati nel ponte aereo con un obiettivo chiaro: “impegno massimo della Difesa – dice Guerini, uno che parla pochissimo e di rado dà interviste - per evacuare chi ha collaborato con l’Italia. I ‘salvati’, rispetto ai ‘sommersi’, prima sono 85, poi altri 150, poi altri 103, poi 97, poi 99, poi 200 e poi ancora 201, poi 104, poi 194, poi 103, poi 195, etc., con ben 1500 militari italiani impiegati nell’operazione, a sprezzo del pericolo, indomiti.

I notevoli dati dell’operazione “Aquila omnia”

Da giugno scorso, quando già con l’operazione ‘Aquila 1’, furono portati in Italia 228 afghani, diventano prima 1500, poi quasi 3 mila i cittadini tratti in salvo (mille in cinque giorni) e gli aerei otto per un totale, all’altro ieri, di ben 37 voli e, in totale, finora sono 3350 le persone di ogni Paese evacuati dall’Afghanistan nel nostro Paese, di cui 3290 afghani e di cui ben 2247 sono giunti in Italia (dati aggiornati alla sera del 23 agosto).

Le prime stime, sempre della Difesa, parlano di un 40% di bambini (0-14 anni), 60% di adulti, di cui il 24% donne. “Giorni senza soste”, per Guerini e per la Difesa, che fa salire, a ieri, fino a 2187 gli afghani evacuati e a 3mila quelli già “messi in sicurezza”: 1990 (di cui 547 donne e 667 bambini) in soli sette giorni e 800 ancora fermi a Kabul, ma sicuri e in procinto di partire.

Si tratta di 2.247 persone in totale, considerando anche il personale italiano con relative famiglie, 2187 dei quali, appunto, già giunti in Italia.

Dal recupero degli italiani, dei loro più stretti collaboratori e delle loro famiglie, si è passati ad allungare le liste anche con i cittadini afghani, ritenuti “colpevoli” di aver collaborato con il nemico. Traduttori, impiegati, autisti, chiunque avesse lavorato e sostenuti gli italiani in questi vent’anni di missione di ‘pace’ in Afghanistan. Ma anche attivisti in lotta per la libertà e la democrazia.Certo, restano le donne, le ragazze e le bambine, nascoste in casa, terrorizzate, che dai social chiedono al mondo di intervenire per salvarle. Non dovrebbero essere il primo pensiero dell’Occidente? Sono tutte in pericolo, ma troppe liste non contengono i loro nomi. Un problema che, secondo le onlus impegnate in Afghanistan, andrebbe subito affrontato, dalla diplomazia internazionale, appesa alle rassicurazioni dei nuovi leader talebani cui le donne afghane, che hanno già dovuto rinunciare ai colori e alla libertà, non credono affatto. Per ora, però, alle liste viene aggiunto solo chi chiede aiuto. Chi sa che può farlo. E chi è stato segnalato. Numeri in continua evoluzione, per questo è impossibile fornire una cifra finale. Si teme che saranno meno di mille gli afghani che allungheranno quegli elenchi. Ancora pochi, ma di certo uno sforzo organizzativo imponente.

“Giorni senza sosta per le forze armate che stanno garantendo un’importante operazione umanitaria. Un lavoro di squadra grazie alla collaborazione di ministero della Difesa, Esteri, Interno e servizi di informazione”, rimarca il ministro Lorenzo Guerini. Uno sforzo che continuerà, assicurano alla Difesa, finché le condizioni di sicurezza lo permetteranno – il che, date le ultime dichiarazioni del ‘regime’ dei talebani – vuol dire che il tempo, ormai, fugge come sabbia nella clessidra. Lo stato, il governo italiano e Guerini hanno però dimostrato, finora, di aver fatto tutto quanto era possibile fare.