Salvini e governo sull’orlo della crisi, ma il Pd, come al solito, si divide

Le strategie contrapposte di Zingaretti e Renzi su mozione di sfiducia e possibile voto anticipato

Salvini, Zingaretti e Di Maio
Salvini, Zingaretti e Di Maio

Mozione di sfiducia a Salvini e, dunque, al governo? Sì, subito! Anzi, no: meglio aspettare. Andare al voto subito? Ovviamente sì, e al più presto. Macché, bisogna cucinarli a fuoco lento, aspettare e vederli andare a sbattere. Chi pone questi interrogativi e queste idee contrapposte? Due leader di due partiti diversi direbbe subito lo sprovveduto lettore. E, invece, no. Le due linee emergono – e deflagrano – dentro lo stesso partito, il Pd, e i due leader che, ancora, ha: Nicola Zingaretti, segretario in carica, legittimato dalle primarie (stravinte), e Matteo Renzi, ex premier ed ex segretario, che alle primarie non si è più ripresentato, ma che del Pd – quello di derivazione renziana – resta il ‘vero’ leader, e neppure ‘ombra’. Ah, il Pd, che eterno spettacolo!

Il Pd, due partiti in uno che non riescono a convivere

Due partiti in uno, ma non sullo stile ‘due cuori e una capanna’, due leader in campo – che si detestano da sempre – e due linee politiche, anzi tre, forse, magari anche quattro. Due ali di un gabbiano, avrebbe detto Giorgio Gaber, che non battono all’unisono e, quindi, non riescono a volare. E poco importa che, di recente, il Pd sembrava essere tornato ‘gagliardo’ e in forma, pronto ad azzannare Salvini e la Lega, sull’affaire Russiangate, come pure l’M5S e Di Maio. Il Pd, ormai, non è più un partito solo, ce ne sono, appunto, due e di questi due bisogna dare, ogni giorno, debito conto. Ma proviamo a mettere in fila i fatti di questi ultimi giorni.

Mozione di sfiducia a Salvini sì o no? Il Pd s’interroga…

La spaccatura interna, la faglia tettonica che divide i dem, si intreccia, da ormai diversi giorni, sul tema crisi di governo. E se i venti di questa crisi sembrano essersi, in parte, placati ecco che il Pd pensa bene di riproporli, ma al suo interno. Da una parte c’è la linea attendista del segretario dem, Nicola Zingaretti, e dell’area di maggioranza del partito, che rimandano l’ipotesi di presentare una mozione di sfiducia solo ‘dopo’ l’informativa che il ministro dell’Interno dovrà, prima o poi, tenere in Aula, sul ‘caso Savoini’ e i possibili finanziamenti illeciti alla Russia. E, già che c’è, Zingaretti vuole attendere anche l’intervento che il premier terrà, nell’aula del Senato, il 24 luglio. Dall’altro ci sono Renzi, Boschi&co., cioè i renziani, secondo cui il Pd dovrebbe presentare al più presto una mozione di sfiducia nei confronti del ministro Salvini. In sovrannumero, ecco arrivare anche l’augusto parere del neo-europarlamentare europeo, Carlo Calenda, secondo cui la mozione di sfiducia sarebbe “un grave errore”.

Zingaretti spiega e sostiene che la linea ‘ufficiale’ del Pd, cioè di presentare una mozione di sfiducia verso Salvini solo dopo aver sentito il ministro in aula sul Russiagate, è stata presa dal gruppo dirigente del Partito democratico: “C’è stato un vertice tra il segretario del Pd, che sono io (sottolineatura che appare ovvia, ma non lo è, ndr.), il presidente (Gentiloni, ndr.), i vicesegretari (De Micheli e Orlando, ndr., tutti di provata fede zingarettiana, peraltro): abbiamo ottenuto che Conte venga in Senato e Salvini ha detto che andrà presto in Parlamento. Dopo il dibattito valuteremo se presentare la mozione di sfiducia, ma questa non è una mia idea, è l’idea del gruppo dirigente del Pd. C’è una linea politica che sta funzionando e che ha isolato Salvini” conclude, apparentemente soddisfatto, Zingaretti.

La ‘linea’ Zingaretti l’ha messa a punto l’altra sera, durante una riunione con il capogruppo alla Camera, Graziano Delrio e con la vice-presidente del gruppo al Senato, Simona Malpezzi (il presidente del gruppo, il renzianissimo Andrea Marcucci, era assente per “impegni pregressi”…). Il leader dem è convinto che la mossa della mozione possa favorire la ricomposizione di una maggioranza ormai a un passo dalla rottura e per questo ha invitato tutti alla cautela. L'offensiva renziana, già avviata alla riunione dei deputati dalla Boschi e da Matteo Orfini, la rilancia lo stesso Renzi e, subito dopo, come un fiume in piena, tutti i renziani., i quali, appunto, non vedono ragioni per indugiare oltre. “C’è una cosa da fare, subito: presentare una mozione di sfiducia a Salvini. Se i Cinque Stelle la votano, finisce l’esperienza del peggior governo della storia repubblicana. Se i Cinque Stelle lo salvano di nuovo, la vicenda dei rubli sarà per loro come la vicenda Ruby. E avranno perso ogni residua credibilità. L’opposizione deve fare l’opposizione: che altro deve fare Salvini per meritarsi una mozione di sfiducia?”, scriveva Renzi sui social, in modo vibrante, appena ieri.

Il Boschi pensiero

Oggi, poi, in un’intervista a La Stampa, è l’ex ministra Boschi a sposare, guarda caso, la tesi renziana: “Non so che cosa altro deve fare un ministro per meritarsi una mozione di sfiducia. Se l’opposizione non fa una mozione di sfiducia a Salvini quando mai potrà farla?”. Poi la stilettata: “Se i 5Stelle sono coerenti voteranno contro la fiducia a Salvini. Penso sia giusto restituire centralità al Parlamento. Vedremo se il M5S avrà coraggio oppure se salveranno Salvini per la seconda volta (dopo il caso Diciotti, ndr.)”. Su ipotetiche nuove maggioranze di governo, Boschi dice: “Io non credo ad accordi Pd-M5S. I 5Stelle sono incapaci”.

La vera faglia di divisione è su chi vuole le urne e chi no

Ma i renziani, che ieri hanno preso malissimo alcuni ‘anonimi’ di ‘fonte Nazareno’ - che indicavano in loro i più “spaventati” di fronte all’idea del voto anticipato (il che, peraltro, è vero) - non si accontentano e rigirano, anche oggi, il coltello nella piaga. “Di Maio e Salvini non molleranno mai spontaneamente le loro poltrone – scrive su Facebook la co-responsabile, con Roberto Giachetti, della mozione ‘Sempre Avanti’ che raccoglie i renziani pasdaran - Il Pd non cada nel tranello, non diventi la spalla di questa sceneggiata che serve solo a nascondere le notizie ogni giorno più scandalose che escono sui fondi russi alla Lega”. “E’ vero - riconosce - che in una situazione normale la mozione di sfiducia andrebbe presentata dopo l’eventuale discorso di Salvini alle Camere, ma qui non siamo in una situazione normale: Salvini, con la complicità di Di Maio, continua a scappare e a farsi beffe del Parlamento”. “E allora – conclude - il dovere di un’opposizione seria è smascherare questo teatro. Invece nel Pd c’è chi preferisce alimentare veleni di anonimi deputati ‘vicini al segretario’ che insultano chi propone che si vada davvero fino in fondo sul caso Russia. Perché questi veleni non sono stati smentiti? E’ questo il nuovo partito che ha in mente?”.

Eccolo, finalmente, il punctum dolens che divide il Pd, esattamente come si era già diviso, per dire solo dell’ultimo e più recente caso, sulla missioni militare italiana in Libia. La questione, infatti, è banale e, nello stesso tempo, brutale. Il segretario - attuale - del Pd è convinto che la rottura della maggioranza Lega-M5S sia davvero – e ancora – possibile e teme che presentare una mozione di sfiducia contro Salvini “ora” possa solo raffreddare i loro animi, costringendo i 5Stelle a votare contro un documento presentato dal Pd che mette nel mirino l’alleato di governo.

Zingaretti ‘tifa’ per la crisi perché vuole elezioni subito

Ma la verità è che Zingaretti punta alla crisi del governo con l’obiettivo di andare spedito a elezioni anticipate. Spiega un parlamentare democratico di lungo corso: “Zingaretti vuole rinnovare i gruppi parlamentari, che ora non controlla, e non intende farsi imbrigliare in un governo ‘tecnico’ o di ‘unità nazionale’, accollandosi il peso di una manovra economica altamente impopolare e rigorista”, oltre che di dover sostenere, chissà per quanto tempo ancora, un ‘governo del Presidente’ o di ‘responsabilità nazionale’ che faccia fare, al suo Pd, la fine che fece Bersani quando dissanguò i consensi del partito e si bruciò la possibilità di una vittoria che appariva sicura prima delle elezioni 2013. Insomma, Zingaretti vuole evitare il bis del governo-Monti.

Il problema è che, anche nella maggioranza che lo sostiene, non tutti i dem la pensano allo stesso modo. L’idea di un dialogo con i 5 stelle, in caso di crisi di governo, è stata rilanciata qualche settimana fa da Antonello Giacomelli, lottiano di provenienza franceschiniana, e trova parecchie orecchie attente. Dario Franceschini, che ci ha sempre creduto, lavora da tempo a questa ipotesi. I suoi pure. E, ora, c’è anche l’apporto e il contributo di Davi Sassoli, neo-presidente del Parlamento europeo, che all’ultima Assemblea nazionale del Pd ha chiesto, apertamente, di aprire un dialogo con i 5Stelle “come si è fatto in Europa”.

Inoltre, era proprio questa l’operazione politica che, a un certo punto, durante l’infinita crisi di governo dell’anno scorso, aveva tentato lo stesso capo dello Stato, Sergio Mattarella, per provare ad uscire dallo stallo del post-elezioni, prima dello stop – definitivo – posto da Renzi. In questo caso, assicura un parlamentare della maggioranza dem, “anche molti renziani avrebbero interesse a far partire un governo ‘del Presidente’, se venisse proposto, perché sanno che altrimenti non tornerebbero mai in Parlamento”. E, soprattutto, molti big del Pd cominciano a fare un ragionamento sul 2022: tra due anni e mezzo si voterà per eleggere il successore di Mattarella e sono in tanti a non voler lasciare l’elezione del successore inquilino del Colle “nelle mani di Salvini e della Meloni”, probabili vincitori di eventuali elezioni anticipate, secondo tutti i sondaggi.

Renzi, invece, vuole ‘comprare tempo’ per strutturarsi

Ma non c’è solo la – legittima – paura dei parlamentari di fede renziana (più della metà degli attuali gruppi dem) di non essere ricandidati a desiderare che la legislatura duri. Renzi, nell’incontro dei suoi comitati civici tenuto a Milano lo scorso fine settimana – lo ha detto in modo molto chiaro: “Mettiamoci comodi. Questi durano. Dobbiamo strutturarci e organizzarci meglio che possiamo”. Parlava ai comitati – che stanno con un piede dentro e un piede fuori, dal Pd – ma parlava anche ai suoi parlamentari, renziani ortodossi (l’area Giachetti-Ascani) e renziani tiepidi (l’area Lotti-Guerini). L’obiettivo dell’ex premier ed ex segretario, infatti, non è più quello di formare un partito ‘ex novo’, prospettiva che pure ha accarezzato, per diversi mesi. Infatti, causa il Rosatellum (l’attuale legge elettorale) e, soprattutto, il suo ‘combinato disposto’ con la riforma Fraccaro (il taglio secco del numero dei parlamentari), le soglie di sbarramento, per entrare nel prossimo Parlamento, stanno per diventare altissime. Un ‘partitino’ di Renzi sarebbe destinato a morire prematuro, privo anche di quorum e, cioè, a fare la fine degli scissionisti di LeU. Renzi – che con Salvini continua a mantenere aperto più di un canale di dialogo – vuole, invece, che Zingaretti subisca, come è altamente probabile, una serie di cocenti sconfitte nelle prossime elezioni regionali: Umbria e Calabria in ottobre e, soprattutto, Emilia-Romagna a gennaio 2020. A quel punto sì che, complice Salvini, il quale, dopo aver ‘sbancato’ in tutte le principali regioni italiane, sarà molto tentato dall’idea di rompere l’alleanza con i pentastellati e andare a elezioni anticipate, Renzi sa di poter avere, davanti a sé, due strade fino a ieri impensabili. Chiedere un congresso straordinario, e anticipato, a Zingaretti, per ricandidarsi lui e disarcionarlo, così da riprendersi il Pd, oppure chiedere di correre per le primarie che dovranno scegliere il futuro candidato dell’intero centrosinistra, primarie che Zingaretti ha, di fatto, già promesso, al Pd. Zinga vuole che il suo ‘campione’ sia Paolo Gentiloni o, in subordine, il sindaco di Milano, Beppe Sala. Renzi vuole correre lui per tornare ad aspirare ad essere premier e, già che si trova, per poter dire la sua sulle candidature nel Pd. Altrimenti, se si andasse a votate subito, a settembre, non gli resterebbe che uscire dal Pd e cercare una, disperata, avventura in solitaria. Anche perché Zingaretti e i suoi, dei renziani, hanno intenzione di fare strage, stile vae victis. In ogni caso, a prescindere da come finirà, una cosa è certa: al Pd, più che di mandare a casa Salvini e il governo Conte, interessa preservare il proprio conquibus e relativo potere di interdizione. Tutti, come al solito, l’un contro l’altro armati.