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[Il retroscena] Salvini contro tutti, convince solo Confalonieri. “Non voglio le dame di Bruxelles al governo”

Il segretario della Lega trova solo 19 “responsabili”,  11 provenienti dai Cinquestelle e 8 dal Misto e cambia schema: “Facciamo un governo di tregua col M5s da qui a dicembre: possiamo fare bene, sono pronto a sostenere un premier diverso da me”. Al Colle ragionano sul nome della costituzionalista Marta Cartabia. Il leader del Carroccio boccia le soluzioni tecniche e “le dame indicate da Bruxelles”, ma incassa il no dei pentastellati che chiedono le elezioni subito. Il Cavaliere punta a prendere tempo, anche a costo di dare il via libera all’operazione Lega-Italia. A sorpresa arriva l’endorsement  di Fedele Confalonieri:  “Salvini? Penso non sia così male, ha preso il partito al 4% e lo ha portato al 18% e  ha certamente la testa sulle spalle”

[Il retroscena] Salvini contro tutti, convince solo Confalonieri. “Non voglio le dame di Bruxelles...

“Con Silvio Berlusconi ci siamo sentiti e ci dobbiamo vedere nel fine settimana. Tra noi ci sono telefonate quotidiane”. Quando Matteo Salvini è ricomparso dopo un lunghissimo consiglio federale della Lega e ha parlato pubblicamente di  questa familiarità col leader di Forza Italia, molti hanno pensato che  stesse per calare un asso, magari quello di dare vita ad un partito unico del centrodestra che superasse i veti dei Cinquestelle sul Cavaliere e consentisse l’avvio di un governo verde-giallo-azzurro. Invece il segretario del Carroccio, che lunedì sarà ricevuto al Quirinale con accanto i due “soci” del centrodestra per il terzo e ultimo giro di consultazioni di Sergio Mattarella, stava solo provando a piegare i pentastellati ad un accordo di governo breve, a tempo. 

Fino ad oggi il candidato premier padano aveva rivendicato con forza un incarico per sè, ma, di fronte al magro bottino (in totale 19, 11 provenienti dai Cinquestelle e 8 dal Misto) di “responsabili” avvicinati alla Camera e al Senato, ha provato a cambiare lo schema: “Se di governo di tregua e di responsabilità bisogna parlare, l'incarico va dato partendo da chi ha vinto alle elezioni e non da chi ha perso”, ha spiegato. L’idea è quella dell’inizio: un governo del centrodestra e dei Cinquestelle che però, stavolta, ha orizzonti limitati e caratteristiche precise: “Penso a un governo politico, che entro dicembre si occupi delle emergenze del Paese, dal blocco degli sbarchi, al congelamento dell’Iva al ripensamento del bilancio Ue” e che, infine, “modifichi la legge elettorale assegnando un premio di maggioranza alla prima lista”.

Quest’ultimo dettaglio non è insignificante: rimetterebbe in gioco i Cinquestelle che, come è noto, corrono sempre da soli, significherebbe attribuire alle prossime elezioni la valenza di uno spareggio tra i due quasi-vincitori di questa tornata e costringerebbe il centrodestra a fondersi in una sola lista, la “famosa” Lega Italia. “Ribadisco l’invito al M5S e non solo di ragionare per dare all'Italia un governo a tempo che faccia poche cose e le faccia bene. Mi siederei con i Cinquestelle volentieri per concordare modi, tempi e nomi. E’ due mesi che cerco un dialogo con loro, posso portare pure la colazione a letto...”, ha aggiunto il segretario dei padani. Questa frase che è parsa una apertura al sostegno esterno del Pd ad un governo di tregua, che poi è la via maestra percorsa sin dall’inizio della crisi dai forzisti, ma è stata poi immediatamente chiarita: “Dove c’è Matteo Renzi, non ci sono io”. 

L’altolà di Via Bellerio è anche al Quirinale e alle diverse ipotesi di premier incaricati lette ieri sui giornali per il suo governo di “tregua”, da Alessandro Pajno a Lucrezia Reichlin a Paola Severino, già Guardasigilli di Mario Monti e autrice della legge che ha comportato la decadenza da senatore di Berlusconi. “Niente tecnici. Piuttosto che avere un governo telecomandato da Bruxelles, con dame di compagnia della Commissione,  che per due anni ci massacri, penso che convenga anche ai Cinquestelle sedersi attorno ad un tavolo”, ha aggiunto Salvini. 

Stavolta per “circuire” Luigi Di Maio e i suoi, il segretario del Carroccio apre a soluzioni “terze”. “Io sono pronto per fare il governo, ma come me ce ne sono altri dieci in grado di guidare il Paese, anche tra i non eletti”, ammette. Si riferisce a Giancarlo Giorgetti, il suo vice segretario, stimato dal Colle, dai forzisti e anche in casa Cinquestelle o a qualcun altro? “Oggi ho sentito un sacco di gente”, ammette il segretario, “ma non vi dirò chi”.  

I Cinquestelle chiudono ogni spiraglio: “Facciano un governo senza di noi, l’esecutivo dei traditori del popolo”. Di Maio invoca il ritorno alle urne il 24 giugno, anche se è tecnicamente impossibile. “Salvini ha avuto la sua occasione, era l’occasione della vita, ma se l’è giocata male”, ha chiuso pure Danilo Toninelli, capogruppo pentastellato a Palazzo Madama. 

Ecco perché al Quirinale si è tornati a ragionare sul piano “a”, quello di un vero “governo di tregua”, guidato da una personalità vicina al presidente della Repubblica, sostenuta per un breve periodo da tutte le forze politiche. La soluzione tecnica sarebbe Marta Cartabia, docente e costituzionalista, vicepresidente della Corte costituzionale, ma c’è ancora chi crede nel coinvolgimento della presidente del Senato, Elisabetta Casellati, forzista. Nel Pd entrambi i nomi sono considerati “digeribili” in caso di un appello del Quirinale alla responsabilità.

Al Colle cercano soprattutto una personalità di alto profilo istituzionale, versatile sia in campo economico che internazionale, che sia all’altezza di affrontare la legge di bilancio di ottobre e che possa sedersi al Consiglio Ue di giugno, dove si ridiscuteranno le regole fondamentali del Continente, con  credibilità. “Senza accordi col M5s ci sono solo le elezioni”, ha tagliato corto ieri sera tardi il leader leghista, chiudendo, di fatto, la sua iniziativa.

Di spazio per le trattative non ne è rimasto molto. Certamente il segretario del Carroccio, un tempo inviso ad Arcore, si sta conquistando sul campo la stima di alcuni tra i consiglieri più vicini al Cavaliere. Merito della fedeltà dimostrata in questi due mesi, che probabilmente gli è costata l’ingresso a Palazzo Chigi, ma che potrebbe consegnargli il “bottino” di voti rimasto nel forziere azzurro. In caso di voto nel 2019, il leader di Fi potrebbe avviare lui stesso una “transizione” sul modello di quanto fatto col Pdl, fondendo cioè dietro una sola sigla diverse realtà politiche. La mossa potrebbe aiutare a superare i veti dei pentastellati su Fi, che finirebbe nella pancia della Lega.  

L’endorsement più clamoroso nei confronti del capo leghista è arrivato da Fedele Confalonieri, presidente di Mediaset, ma, soprattutto, più ascoltato tra gli amici dell’ex premier: “Salvini? Penso che non sia così male come certa stampa lo dipinge. Io un pochino leghista lo sono e poi ha preso il partito al 4% e lo ha portato al 18%. Qualche qualità ce l'ha e ha certamente la testa sulle spalle”, ha detto testualmente durante un incontro al Festival della Tv e dei nuovi media di Dogliani. Confalonieri non si sbilancia sul futuro: “Aspettiamo. Vedo che tutti hanno questa fregola, ma i numeri non ci sono”, ammette. Ma l’altra uscita inattesa riguarda i pentastellati. Nonostante abbiano minacciato le tv del Cavaliere e continuino a mettere veti sui forzisti, il manager berlusconiano non sembra così spaventato dalla prospettiva di un loro governo: “Hanno fatto il 32%, diamogli il giocattolo, se sono così scarsi lo si vedrà presto”.

 

 

Paolo Emilio Russodi Paolo Emilio Russo, giornalista parlamentare    
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