Salvini rifiuta di andare in Parlamento sul Russiagate, il Pd occupa le Commissioni, i 5 Stelle votano Ursula e sono decisivi: indizi per una crisi di governo

Ancora colpi di scena, spunta fuori il terzo uomo del Metropol: si chiama Francesco Vannucci e fa il consulente bancario in provincia di Livorno. Sempre più divise la strade di Lega e 5 Stelle

Il segretario della Lega Matteo Salvini
Il segretario della Lega Matteo Salvini

“Tenete duro compagni, mi raccomando, ancora una mezza giornata e ci siamo…forza” stringe il pugno il deputato della Lega mentre sale la scalinata fuori dall’unico ingresso di Montecitorio operativo alle dieci di sera. I “compagni” sono i deputati Pd delle Commissioni congiunte Giustizia e Affari Costituzionali, De Giorgis, Miceli, Scalfarotto, Pollastrini anche loro in uscita dalla Camera. Un paio d’ore prima, intorno alle 20, quando è stato chiaro che il vicepremier Salvini non sarebbe mai venuto in aula, alla Camera, a spiegare la tipologia dei rapporti tra Lega e Russia di Putin, il Pd ha “occupato” la Commissione e congelato i lavori sul decreto sicurezza bis. “Se Salvini non viene a darci spiegazioni - politiche, non giudiziarie - sulla politica estera di questo governo è impossibile per noi proseguire i lavori su questo decreto che porta come prima firma quella di Matteo Salvini. Non lo possiamo fare” rivendica il capogruppo Graziano Delrio. Nonostante un blitz tentato dai leghisti e da Forza Italia poco dopo le 21 per far ripartire i lavori, i presidenti delle Commissioni, entrambi 5Stelle, Brescia e Businarolo, hanno tenuto il punto - ma che fatica! - rispettato il regolamento e rinviato tutto a stamani, dalle 9.30 in poi. Per vedere se quel “tenete duro compagni” detto dal leghista era, come sembrava, un auspicio o una frase buttata là con il solito sarcasmo. In entrambi i casi, una sorta di conto alla rovescia per la fine della legislatura. 

Due fatti “insopportabili”

Perchè ieri sera tra le 19 e 30 e le 20 accadono due fatti “insopportabili” anche per quel muro di gomma che è Matteo Salvini e che sono benzina sul fuoco per chi  nella Lega chiede da tempo di lasciar perdere e andare al voto: l’insistenza del Pd per portare Salvini in aula a spiegare cosa succede tra Putin e Lega, richiesta avallata sia da Di Maio che dal premier Conte (“se il Parlamento chiama, il governo risponde in nome della trasparenza”); l’elezione di Ursula von der Leyen a Commissario Ue con uno scarto di appena sette voti dove sono decisivi i 14 voti dei 5 Stelle. Tanto basta per far gridare Salvini e la Lega: “E’ gravissimo ciò che è accaduto a Strasburgo - attacca un commento ufficiale del partito al golpe - von Der Leyen passa grazie all’asse Merkel, Macron, Renzi, 5 Stelle. La Lega invece è stata coerente”. E da forza sovranista non ha votato la candidata selezionata da Merkel e Macron in nome di un’Europa ricca e solidale. Nello spazio di una giornata la Lega si ritrova sola e isolata sia a livello di governo nazionale che in Europa. Col paradosso che i 5 Stelle, usciti dimezzati dal voto europeo, si sono messi a fare politica a Bruxelles e nonostante non abbiano neppure un gruppo e siano quindi condannati all’irrilevanza, si ritrovano con furbizia ad avere la casella della vicepresidenza del Parlamento europeo e ad essere ago della bilancia. Tutto ciò fa gridare i leghisti al tradimento. Doppio. 

Il gran rifiuto

La giornata si scalda subito oltre misura per via dell’ “insistenza” di Pd e Leu nel portare Salvini in aula a spiegare non tanto se e come sono arrivati soldi dalla Russia nelle casse della Lega, ma che tipo di rapporto è stato stretto con il Cremlino, cosa comporta sotto il profilo della politica estera e della collocazione dell’Italia nella Ue e nella Nato. Non solo: è chiaro fin dalla mattina che il Pd vuole intrecciare la “partita” russa con quella del dibattito in Commissione del decreto sicurezza bis, in scadenza il 13 agosto, ancora fermo in Commissione alla Camera al suo primo passaggio parlamentare. Mentre il segretario dem, che non è parlamentare, gira Camera e Senato e le rispettive presidenze per spiegare è necessario che Salvini venga in aula a spiegare, il segretario della Lega Salvini è a Genova dove in sostanza accadono due cose. La prima: ok all’aula ma solo per il question time; è vero che “conosco Savoini da vent’anni” ma nulla so di quali dossier stesse seguendo e per conto di chi nell’ambito del governo.

La dinamica della giornata però non portava ad immaginare il precipizio che si parerà davanti alle dieci di sera. Il Pd ha fatto un po’ di ostruzionismo in Commissione sul decreto (nel pomeriggio sono solo 2 su circa 300 gli emendamenti votati), i presidenti hanno dovuto contingentare i tempi degli interventi, intanto Di Maio e Conte ripetevano la necessità di “andare in Parlamento se il Parlamento chiama”. Una giornata di stop and go come tante. Fino alle 19 quando nella riunione dei capigruppo arriva la doccia fredda: Salvini non è disponibile a riferire in aula. La mezza apertura di fine mattinata per essere in aula già oggi per il question time, viene subito chiusa anche perchè Pd e Leu non sanno che farsene dei tre minuti di dibattito previsti da regolamento per il question time. “Sarebbe ridicolo e ipocrita, la questione non si può risolvere in tre minuti”.

La sindrome dell’accerchiamento

Adesso è Salvini contro tutti. Anche contro 5 Stelle e il premier Conte. Situazione pericolosa quando mancano un pugno di ore per chiudere definitivamente la finestra elettorale di settembre. Un leader in confusione. O con un malcelato delirio di onnipotenza. Che si dichiara “l’obiettivo” del missile aria-aria sequestrato a Gallarate ai tre guerriglieri-terroristi filo ucraini e si prende il merito di aver fatto ritrovare l’arsenale che invece viene fatto scoprire da un ex agente del Kgb. Un leader politico che stamani alle 11 andrà in visita al gattile al Verano, a Roma quando è chiaro a tutti che pensare ai gatti mentre viene giù l’alleanza di governo può essere sintomo di grande sicurezza o di grande confusione. La sindrome dell’accerchiamento comunque gli rende visto che nei sondaggi, compulsati ogni giorno, la Lega non solo non perde ma anzi sale di qualche decimale.  “Possono insultarci e minacciarci, ma, se voi ci siete, io ci sono, e vado avanti come un treno” scrive su twitter poco prima delle otto di sera quando ormai è chiaro l’isolamento a Roma e a Bruxelles.

La chiamata del popolo e la “consegna” di se stesso in quanto leader unico e indiscutibile è una delle cose che Salvini sa fare meglio e per lui assai edificante. Di più: energetica.  Il ritrovamento delle armi lo ha spinto a twittare: “Oltre 100 minacce di violenza e di morte contro di me da quando sono ministro”. E viene in mente, con un certo imbarazzo, quando durante la manifestazione dei sovranisti di chiusura della campagna elettorale per le europee di piazza Duomo a Milano, Salvini promise ai militanti in delirio sotto il palco: “Se serve, per voi do la vita”.

Il terzo uomo

Ieri è stato anche il giorno del terzo uomo presente alla riunione all’hotel Metropol a Mosca la sera del 18 ottobre 2018, quella in cui sarebbe stato confezionato un finanziamento da 65 milioni di euro per la Lega. Dopo Gianluca Savoini, unico indagato al momento, ieri si è fatto vivo con l’agenzia Ansa Francesco Vannucci, 62 anni, di Suvereto in provincia di Livorno, un consulente bancario che da anni collabora con Gianluca Meranda, i secondo protagonista all’hotel Metropol.

“Ho partecipato all'incontro all'hotel Metropol di Mosca il 18 ottobre 2018 in qualità di consulente esperto bancario che da anni collabora con l'avvocato Gianluca Meranda” ha scritto nel messaggio whatsapp inviato all’Ansa. “Lo scopo dell'incontro era prettamente professionale e si è svolto nel rispetto dei canoni della deontologia commerciale. Non ci sono state situazioni diverse rispetto a quelle previste dalle normative che disciplinano i rapporti d’affari”. Vannucci ha aggiunto di essere “profondamente dispiaciuto di essere indicato in modo a volte ironico, a volte opaco, con lo pseudonimo di 'nonno Francesco'. Confido nella serietà della magistratura italiana nel capire le chiare dinamiche di questa vicenda”. La procura di Milano, che ancora non ha convocato Meranda nè Vannunci, suggerisce di andare piano perchè si tratta di “una vicenda scivolosa”. In effetti quella del Metropol sembra un compagnia di giro non proprio all’altezza di trattare un’operazione da 65 milioni di euro. Ma questi sono momenti in cui tutti i parametri stanno saltando. Dunque vedremo come svilupperà l’inchiesta.

 

Il Commissario sempre più a rischio

A conclusione di una giornata e dieci giorni siffatti, la trappola scattata in serata a Strasburgo con l’elezione della von der Leyen è forse quella che più irrita Salvini e il suo staff.  M5s, il grande sconfitto delle Europee diventa determinate per l’elezione del Presidente. Mentre per la Lega, trionfatrice il 26 maggio, si apre adesso una partita assai difficile per il Commissario europeo, unica carica rimasta disponibile visto che il partito di Salvini è stato fatto fuori da tutte le nomine e gli incarichi fin qui aggiudicati.

La spaccatura “europea” della maggioranza ha doppia ricaduta. Fa traballare, come abbiano visto, l’alleanza interna visto che Di Maio e Conte salutano l’elezione del “falco europeista” VDL (acronimo di von der Leynen) come “un inizio incoraggiante per l’Europa”. E ufficialmente divide le strade di Lega e 5 Stelle in Europa. Il rischio è che l’azione del premier Conte ne risulti pesantemente danneggiata nei negoziati europei, da quello sul Commissario agli altri sui dossier economici. L’Italia punta su Concorrenza, Commercio e Industria e Agricoltura, dove la seconda è più quotata della prima e la terza sembra in crescita. Il rebus al momento sembra limitato al nome. La Lega non sembra voler deviare dal nome di Giancarlo Giorgetti ma tutto dipenderà dal tipo di portafoglio assegnato e dallo spazio di agibilità politica che può essere concesso a un leghista una volta arrivato fin lì. Ieri sera girava l’ipotesi che Salvini dovrà poi alla fine ripiegare su tecnico per rendere compatibile la carica con il resto della Commissione. “Hanno voluto costruire un muro contro chi ha vinto le elezioni” diceva ieri sera un deputato della Lega. Dall’altra parte, invece, per i 5 Stelle che neppure hanno un gruppo, si potrebbe aprire la strada per l’ingresso nel gruppo dei liberali.