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Riforme costituzionali & Autonomia, la vera miccia accesa sotto il tavolo del governo

Ieri due appuntamenti a cinquecento metri di distanza hanno celebrato i 75 anni della Carta e chi, invece, la vuole rottamare perchè in larga parte superata. Ecco perché l’Autonomia differenziata è la vera ipoteca sul destino della legislatura

Claudia Fusanidi Claudia Fusani   
Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella alla Camera durante la cerimonia per il 75° anniversario della Costituzione
Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella alla Camera durante la cerimonia per il 75° anniversario della Costituzione (Ansa)

Accade tutto a meno di 500 metri di distanza. Il bianco e il nero, il sì e il no, gli opposti insomma. Alla Camera, nel pomeriggio, si celebrano i 75 anni della Carta Costituzionale con il presidente della Repubblica Sergio Mattarella più attivo che mai in questo suo secondo settennato nel puntualizzare e valorizzare ad ogni occasione,  la potenza, la contemporaneità e l’efficacia, se applicata, della nostra carta costituzionale. Al Tempio di Adriano, a meno di 500 metri, per tutto il giorno otto ministri, scelti dalla ministra per le Riforme Maria Elisabetta Casellati, si alternano al microfono sei ministri per dibattere sul tema  della semplificazione normativa. Ci sono Giancarlo Giorgetti e Carlo Nordio, Matteo Salvini a Paolo Zangrillo, il sottosegretario alla presidenza Alfredo Mantovano. Padrona di casa la ministra Casellati che ha sul tavolo la riforma delle riforme, quella costituzionale, e quella più divisiva, voluta dalla Lega e su cui i dirigenti, dal ministro Calderoli ai governatori del nord, sull’Autonomia differenziata. In pratica l’autonomia delle singole regioni  sotto il profilo fiscale, pur garantendo livelli di assistenza uguali per tutti. 

Scarso appeal   

Il tema delle riforme non è mai tra i più facili da raccontare. Il suo appeal è pari quasi allo zero. E però trattandosi delle regole del gioco, anzi, della democrazia, il tema è tra i più delicati e importanti. Troppo spesso, invece, affidato agli slogan di turno. Non solo: in questo momento, nei prossimi mesi che come abbiamo visto coincidono con quelli della campagna elettorale per le Europee, il dossier riforme è una miccia accesa sotto il tavolo del governo destinata a deflagrare - o ad essere spenta - proprio nel 2024. La Lega infatti lo ha ripetuto in modo chiaro dal palco di Pontida domenica scorsa, il ministro Calderoli prima, i governatori poi. “Entro l’anno l’Autonomia differenziata sarà legge, abbiamo aspettato fin troppo”. Luca Zaia, il presidente della Regione Veneto, ha fatto il suo piccolo show esibendo una bandiera veneta grande quando il palco e dicendo: “Il Leone è sempre più incazzato”, ovverosia stufo di aspettare una riforma che i cittadini chiedono da anni tramite un referendum e che è possibile fare visto che la Carta costituzionale (Titolo V modificato nel 2001)  prevede già il federalismo su alcune materie. Anche quella fiscale. Solo che Fratelli d’Italia e Forza Italia non ne vogliono sapere. L’Autonomia differenziata e il federalismo fiscale rischiano di essere condanne a morte per le regioni del sud sempre con le casse vuote, indebitate, tenute in piedi grazie agli interventi del governo centrale. Ed entrambi questi partiti hanno una vocazione molto sudista. Ma andiamo con ordine. Prima i 75 anni della Carta “il luogo della nostra libertà” come ha detto il presidente della Camera Lorenzo Fontana, un leghista doc. Inno di Mameli, Andrea Bocelli che canta, molti studenti nelle tribune, aula al gran completo. “Sono soprattutto i giovani che devono avere la forza di alimentare costantemente le fondamenta della Costituzione con il loro spirito e la loro dedizione”. Il presidente emerito della Consulta Giuliano Amato ha analizzato il male di “una società lontana dal modello costituzionale con individui chiusi nella loro egolatria” e ha indicato “il recupero del fattore coesivo” come medicina per curare gli obbrobri della nostra società.

Parola alte, concetti nobili, tutti rintracciabili negli articoli della nostra Costituzione. In procinto però di essere smantellata in nome di una democrazia più stabile ed efficace. Per questo il destra centro ha messo la riforma costituzionale in Costituzione. Giorgia Meloni, quando vuole abbassare la temperatura del suo governo, organizza tavoli sulle riforme allargati a tutte le forze politiche. Le riforme interessano tutti. Dipende, ovviamente come.  

“Avanti con il premierato”

E andiamo allora al Tempio di Adriano, al convegno maratona organizzata dalla ministra Casellati. Il governo, ha spiegato la titolare delle Riforme e della Semplificazione,  punta ad andare avanti a spron battuto soprattutto sulla riforma costituzionale per introdurre il premierato. Poi c’è l’Autonomia e anche quella della giustizia che arriverà, come promesso e previsto,  alla separazione delle carriere tra giudici e pm. “La riforma costituzionale è sul tavolo del premier, dovrebbe andare nelle prossime settimane in Consiglio dei ministri” ha detto Casellati. Abbandonate ipotesi presidenziali, resta il premierato, indicazione o elezione diretta del capo del governo con poteri quindi rafforzati per garantire stabilità all’azione di governo almeno per cinque anni. Dipende ovviamente da come sarà scritto il testo. “Sul premierato - ha aggiunto Casellati - mi auguro che i muri ideologici si abbassino, faccio anche io una larga consultazione con tutti i partiti politici, con le associazioni sindacali, ovviamente con i costituzionalisti, con le associazioni di carattere economico, proprio per verificare le criticità e trovare  soluzioni il più condivise possibili”. La ministra ha rassicurato sul fatto che non saranno toccate in alcun modo le prerogative del Capo dello Stato (cosa che in un primo momento voleva fare Meloni).  “Il ruolo del capo dello Stato sarà quello, come è oggi, di garante dell'unità nazionale e non sarà svuotato di alcuna prerogativa”.

Lo scambio

In questi mesi, sottotraccia rispetto all’agenda di giornata, si è parlato spesso di una sorta di scambio tra la riforma costituzionale in nome dell’efficientismo dell’azione di governo tanta cara a Meloni e quella dell’Autonomia. Avanti insieme. Cadranno anche insieme? Questo il timore per cui si parla sempre molto poco di riforme e mai in determinati momenti. Questo dovrebbe essere uno di quelli visto che si sta aprendo la difficile sessione di bilancio e la campagna elettorale è già iniziata e durerà, purtroppo, nove mesi. Insomma, le riforme dividono e sarebbe meglio affrontarle almeno dopo le Europee. Invece sono diventate, almeno cosi parte da parte della Lega, merce di scambio. E di ultimatum. “L’Autonomia differenziata entro il 2024 o il governo fallisce” disse Zaia in un’intervista del 31 luglio scorso, una di quelle da conservare perché segnano punti in modo chiaro. 

Casellati l’ha messa così. Le due riforme “marciano in modo autonomo, non ci sono interferenze e meno che mai l’ipotesi dello scambio. L'autonomia differenziata ha già iniziato il suo percorso al Senato, è in fase emendativa e noi dobbiamo iniziare e spero di iniziare al più presto”. Il problema è che non ci sono soldi per finanziare l’Autonomia che ha come presupposto il fatto che siano garantito su tutto il territorio nazionali i livelli minimi di assistenza. Un’operazione che vale qualche decina di miliardi. Che non potrò essere fatta e condanna l’Autonomia allo stallo. Da qui le tensioni nella maggioranza.

In vigore col prossimo governo

Casellati non ha dubbi: “La riforma delle riforme è quella costituzionale perché nessuna delle priorità, lavoro, famiglie, semplificazione potrà realizzarsi senza un governo stabile. Qui non c’entra questo o quel governo perché dovrebbe essere la priorità di tutti per il futuro del Paese. Sono quarant'anni che se ne parla, da parte del centrodestra e del centrosinistra, il che evidenzia l'unanime consapevolezza che il parlamentarismo non ha garantito la stabilità”. La riforma costituzionale entrerà in vigore “con il prossimo governo”, nessuna interferenza quindi con chi governa oggi, eredità per chi verrà.  Nella bozza, che nelle prossime settimane sarà sul tavolo del Consiglio dei ministri, l’obiettivo è l’elezione diretta del capo del governo. Non più del presidente della Repubblica, come scritto nel programma di centrodestra. Nella bozza di riforma, al Capo dello Stato non spetterebbe più il potere di nomina del premier (come prevede oggi l'articolo 92 della Costituzione), ma quello di conferire l'incarico al premier eletto dai cittadini. Da qui il rischio, paventato soprattutto dalle opposizioni, di una rivoluzione che alteri fortemente il ruolo del Capo dello Stato. Casellati però ha respinto le critiche: “Quando leggeranno il testo, capiranno che il nostro è un modello italiano che non svuoterà le prerogative” del Colle. Anzi, il presidente della Repubblica sarà sempre “garante dell'unità nazionale”.

La semplificazione, un miraggio

Al centro dell'azione del governo un concetto di cui si parla molto ma su cui si conclude poco. In modo trasversale. Eppure la vera riforma da fare in questo Paese sarebbe proprio questa, la semplificazione normativa che è la seconda gamba della delega Riforme. La semplificazione dovrebbe essere  “una leva di carattere economico per modernizzare il paese e attirare investimenti dall'estero laddove ci sono regole chiare e stabili”. Burocrazia come uno stalker nella vita dei cittadini e peggio di una cambiale visto che costa ad imprese e cittadini 253 miliardi l’anno. Intanto sono stati eliminati 22 mila regi decreti. Adesso la sfida è “applicare l’intelligenza artificiale per la semplificazione normativa”. L’Italia sarebbe la prima in Europa. Sarà bene stare molto attenti ai risultati.

Claudia Fusanidi Claudia Fusani   
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