Renzi si è dimesso ma non vuole mollare il potere. E ora è senza stipendio

"Se perdo me ne vado e torno al mio lavoro di prima". Ma la realtà è sempre più complessa delle parole. Renzi perderà persino il suo unico stipendio

Renzi mentre lascia il Quirinale; mentre lascia un messaggio di saluti, affacciato da Palazzo Chigi e in un primo piano del messaggio
Renzi mentre lascia il Quirinale; mentre lascia un messaggio di saluti, affacciato da Palazzo Chigi e in un primo piano del messaggio (Ansa)

Se n'è andato di sua volontà, vittima di un meccanismo che ha innescato lui stesso. Se n'è andato, ma non vuole mollare Palazzo Chigi. Sa che deve onorare la sua promessa, ma è già in conflitto con il Quirinale e con il suo stesso partito - dove il dibattito ieri è stato imbavagliato - perché nulla intralci le sue strategie per tornare nella stanza dei bottoni. Matteo Renzi ancora una volta è in lotta contro il suo peggior nemico, se stesso.

Dibattito censurato in direzione Pd

La prima scena, per capire cosa sta accadendo è la faccia sconcertata di un senatore del Pd. Si chiama Walter Tocci, ed è il primo iscritto a parlare nella direzione del partito che avrebbe dovuto avere luogo ieri, alle 15.00. Ma il dibattito slitta progressivamente fino alle 17.30, si apre e si conclude con la relazione dello stesso Renzi. Quando tocca a Tocci, il primo a parlare, il presidente del Pd, Matteo Orfini, gli dice: "Mi dispiace, ma alle 18.00 Renzi è atteso alle consultazioni, sono costretto a chiederti di rinunciare al tuo intervento". Il senatore della minoranza Dem prova a ribattere: "Scusate, ma abbiamo perso tutto questo tempo senza motivo.... forse non si voleva fare questo dibattito?". Mentre sta parlando la sala, dove i renziani sono in minoranza, si svuota. Tocci rimane incredulo. Rinuncia al suo intervento. Con questo trucco temporeggiatore il leader del Pd riesce a impedire il dibattito nel suo partito e a mandare alle consultazioni un vicesegretario con la linea stretta: "Governo di tutti (che è impossibile, ndr) o voto".

Lo sgarbo nei confronti di Mattarella

Seconda scena: la sera del voto, il discorso (con lacrima) di Renzi fa arrabbiare Mattarella, che lo considera un tentativo parziale di ipotecare le sue mosse. In una Repubblica parlamentare nessuno, soprattutto un premier dimissionario, può disegnare un percorso che porta all'elezione anticipate. Ma soprattutto: il Quirinale non apprezza quel tentativo di dire: ha vinto l'accozzaglia, adesso governi l'accozzaglia. La partita dell'ex premier è semplice. Renzi vuole accelerare il tempi del suo addio, per accelerare i tempi del suo ritorno, in una vittoriosa (così la immagina) campagna elettorale di primavera. E così comunica al Colle il desiderio di dimettersi senza nemmeno approvare la legge di stabilità. Apriti cielo. È Mattarella, in un doppio colloquio a imporgli di arrivare fino a ieri pomeriggio, con il voto del Senato: la continuità istituzionale deve essere garantita in ogni caso, nessun colpo di testa.

L’approvazione frettolosa della legge di bilancio

Non è facile, perché la legge - non va dimenticato - nella forma in cui era passata alla Camera era stata bocciata dall'Europa, era prova di alcune coperture, avrebbe avuto bisogno di emendamenti che lo stesso governo aveva promesso. Nulla da fare: Renzi (per i motivi che abbiamo detto) ha fretta, sceglie la via più breve, quella dell'ennesima fiducia. Non mantiene nemmeno la promessa fatta il 29 novembre quando davanti al rischio di una rivolta a Taranto, per la cancellazione alla Camera dell'emendamento che destinava 50 milioni l'anno all'emergenza tumori prodotta dall'Ilva aveva promesso di reinserire il finanziamento a Palazzo Madama.

Senza stipendio

Il paradosso di Renzi è questo: nessuno lo ha costretto ad andarsene. Solo le sue promesse. Solo quel giuramento solenne reiterato per ben quattro volte fra maggio e giugno, quando era sicuro di vincere il referendum sulla riforma Boschi: "Se perdo me ne vado", "Se perdo torno al mio lavoro di prima". Ma la realtà è sempre più complessa delle parole. Attenzione alla notizia di ieri: in questo modo Renzi perderà persino il suo unico stipendio. Il segretario del Pd, infatti, non ha mai percepito stipendio: Bersani, per dire, aveva il suo stipendio da parlamentare, e aveva chiesto e ottenuto che - per non gravare sulle casse del partito - gli fosse riconosciuto soltanto il costo del telefonino, e il rimborso di una mazzetta di giornali.

Prima della politica solo un contratto Co.co.co.

Tornare al lavoro di prima, quando ci arrivi dunque, vuol dire anche scoprire che non hai più una rete di protezione. L'unico lavoro che Renzi ha svolto, infatti, prima di essere eletto presidente della provincia, era il contratto da Co.co.co. da 700 euro al mese, ottenuto nell'azienda di papà che adesso non esiste più, la Chili. Ecco perché l'ex premier soffre: se non avesse personalizzato la consultazione, come tutti gli chiedevano, a partire da Giorgio Napolitano, sarebbe ancora al suo posto.

L’errore fatale

Il referendum costituzionale sarebbe probabilmente passato in una piovoso giornata di novembre, con il 30% dei partecipanti e il 90% dei consensi. Vista con il senno del poi, quella doppia sfida appare come uno strano suicidio: non solo perché si è giocato tutto, ma perché ha attivato contro l'inquilino di Palazzo Chigi forze di opposizione che erano disperse e divise. È stata quella sfida a trasformare il voto in un gigantesco pronunciamento contro l'uomo di Rignano. Così il ragionamento di Renzi, il suo unico conforto in queste ore di angoscia esistenziale, è questo: ho buttato, nel bene o nel male, il 40% degli elettori che, in una consultazione politica, mi permetterebbero di vincere e rappresenterebbero comunque una maggioranza relativa. È un calcolo che i sondaggisti ritengono sbagliato, ma è la nuova scommessa che motiva il premier in queste ore di oscillazione, non la depressione e il desiderio ossessivo del riscatto. L'uomo tormentato dal dubbio di essersi suicidato vuole la possibilità di ritorno, cerca in ogni modo la possibilità di risorgere.