Quirinale, il grido dei dem dopo la terza fumata nera: “E’ saltato tutto, non c’è un nome”

Si ricomincia oggi con la prima chiama con il quorum ribassato a 505. Ieri sono state bruciate varie candidature, a cominciare dal presidente Casellati. Spunta fuori Cassese. E Casini è sul tavolo. Ma ieri Salvini è tornato da Draghi

Quirinale, il grido dei dem dopo la terza fumata nera: “E’ saltato tutto, non c’è un nome”

“E’ saltato tutto, al momento non c’è neppur un nome, e certo non per colpa nostra”. Alle dieci di sera Enrico Letta spiega furioso ai suoi 154 Grandi Elettori Pd, come stanno le cose alla fine della terza giornata di urne presidenziali. Altro che responsabilità, idee chiare, nome condiviso, il conclave a pene e acqua. E’ stata ieri la giornata più caotica delle tre. Piena di false, a volte anche cattive notizie messe in giro per depistare e confondere. Una giornata in cui gli stessi Grandi Elettori, hanno saputo poco o nulla di quello che stava succedendo nelle segreterie. Matteo Salvini sta conducendo la danza. Con delega piena da parte del centrodestra. E con la superiorità numerica (453 Grandi Elettori contro 405 del centrosinistra)  che dà a questa coalizione il diritto, l’onere e anche l’onore, di fare la proposta. Solo che i nomi vengono bruciati, uno dopo l’altro, di fronte ad una indiscutibile evidenze: non hanno i numeri per diventare Presidente. E’ stata una giornata con varie fasi: fino alle 16, quando era in corso la spoglio delle schede, il centrodestra ha lavorato intensamente sulla candidatura di Maria Elisabetta Casellati. Fallito questo tentativo, salvo ripensamenti nella notte, è iniziato un lungo pomeriggio in cui persino uscito il giurista Sabino Cassese - lanciato da Salvini - è stato in pole. Si dice persino che Salvini abbia rivisto Mario Draghi ieri in giornata. Così come dallo spoglio è uscito un chiaro appello al bis di Mattarella con 125 voti.  Poi un lungo dopo-cena in cui Pd, Lega e M5s hanno riunito i propri Grandi Elettori per fare il punto della situazione.

La fine legislatura è dietro l’angolo

Fino a quel “è saltato tutto” furioso pronunciato dal segretario dem. “E comunque il mio cellulare è acceso tutta la notte” ha detto Letta. “ Senza novità domani andremo di nuovo con scheda bianca. Il Pd segue dall’inizio un metodo: vogliamo un Presidente condiviso almeno dalla maggioranza che sostiene il Presidente Draghi. Faccia pure il centrodestra la prima mossa ma questo deve essere il perimetro. Perchè è chiaro che diversamente avremo un problema serio col governo. E l’Italia non si può permettere di perdere Mario Draghi al Quirinale e a palazzo Chigi”. Perché dopo aver congelato SuperMario in malo modo “in nome della politica” che mal sopporta di avere tra i piedi per altri sette anni questo signore però tutto il mondo si fida e dopo aver tentato,  in modo fallimentare, le rose dei nomi, ieri in Transatlantico si ragionava soprattutto su due aspetti affatto laterali: l’eventualità concreta di una crisi di governo e di una brusca interruzione della legislatura, l’esatto contrario di ciò che vuole la quasi totalità dei parlamentari; il rischio di trovarsi in un colpo solo senza Draghi al Quirinale e senza Draghi a palazzo Chigi. Ma non perché il premier abbandoni la nave in difficoltà. Semplicemente perché la nave non sarà più governabile. 

Una notte di riunioni

E’ stata una serata e una notte di riunioni tanto che alla Camera non c’era posto per tutti. Alle 19 Salvini ha portato i suoi in via Milano, a due passi dalla Banca d’Italia. Alle 21 i 5 Stelle si sono riuniti dalle parti di piazza Bologna. Il Pd aveva prenotato per primo e ha portato i suoi Grandi elettori nella saletta dei gruppi alla Camera. La coalizione di centrodestra ha rinviato a stamani. Quella di centrosinistra è ai ferri corti. Il segretario Letta è furioso con Conte per le sue iniziative non condivise e stupito dal nuovo asse con Salvini. La prima opzione sul tavolo del centrodestra è quella di Pierferdinando Casini. Sull'ex presidente della Camera allo stato ci sarebbe la convergenza dei gruppi centristi, naturalmente, ma anche di Fi. Manca l’ok della Lega che considera Casini “un traditore”. Nicchia Giorgia Meloni che ieri ha dato una lezione e una prova di leadership alla coalizione facendo votare per ben 114 volte il doppio dei grandi elettori di Fdi,  il fondatore del partito Guido Crosetto. La Presidente di Fratelli d’Italia, in secondo piano in questa lunga trattativa presidenziale, ha anche fatto capire a Salvini che il tempo dei giochi è finito e che deve condurre in porto le trattative. In serata, dalla riunione dei 5 Stelle, è arrivato lo stop al nome di Casini, “usciamo dal governo” è la minaccia. Poi smentita dallo staff di Conte.

IL giallo Cassese  

Mario Draghi non è ancora fuori dalla corsa perché Giorgia Meloni, a differenza di Salvini e Berlusconi, lo ha sempre visto al Quirinale, sorta di assicurazione rispetto al prossimo, atteso governo  di centrodestra che dovrà avere sponsor di livello per fari accettare in Europa. Mario Draghi potrebbe essere il primo. E il migliore.  Tra i nomi di alto profilo, sono ancora in gioco l’ex ministro della Giustizia Paola Severino (la porterebbe Conte ma sarebbe un torto insopportabile per Berlusconi) e il giurista, ex presidente della Corte Costituzionale Sabino Cassese. Sul suo nome ieri sera c’è stato un piccolo giallo. “Salvini è andato a casa di Cassese” ha rivelato l’edizione on line de Il Foglio. Nel frattempo, tra le 17 e le 18, Salvini rassicurava i cronisti che “ soluzione era vicina” e che aveva “un coniglio nel cilindro”. E’ stato facile abbinare il coniglio magico al presidente Cassese. Una mossa da fuoriclasse per Salvini se l’avesse veramente realizzata perché Cassese non piace solo a Giuseppe Conte (lo ha paragonato a Orban) ma convince tutti gli altri. Soprattutto il centrosinistra. Che sarebbe rimasto spiazzato. E scavalcato visto che la proposta non è arrivata da Letta. Elucubrazioni inutile: fonti della Lega hanno smentito che Salvini sia stato a casa di Cassese. Che non è una smentita dell’ingaggio del giurista. 

Sullo sfondo dei vari tavoli, resiste ancora il Mattarella bis: ieri è stato il più votato, ben 125 voti, senza che ci fosse una regia o un ordine. Voti spontanei. Che chiedono stabilità e continuità all’azione di governo. Un segnale preciso. Nonostante lo staff di Mattarella si affetti a postare foto di scatoloni e traslochi. 

La corsa di Casellati

Sicuramente la candidatura che ha tenuto il banco più a lungo ieri è stata quella della Presidente del Senato Maria Elisabetta Casellati. E’ durata 24 ore, da martedì pomeriggio alle 17 di ieri quando tutte le verifiche hanno dimostrato plasticamente che la seconda carica dello Stato non poteva rischiare l’osso del collo in un roulette tra voti promessi e franchi tiratori. Matteo Salvini ci ha provato in tutti i modi: ha messo i suoi e anche Forza Italia a fare il check dei 450 potenziali voti del centrodestra. Il Transatlantico, i corridoi e le colonne di Montecitorio sono state per tutta la mattina teatro di sondaggi, verifiche, promesse: “Votereste voi Casellati?”. In seconda battuta si è provato anche ad allettare gli appetiti con la promessa della presidenza del Senato, offerta, stando ai boatos, un po’ a tutti, dal Pd a Italia viva passando per 5 Stelle. Poco prima delle 16 però la conta si è fermata. “Siamo a 380 voti sicuri… difficile arrivare a 505, come si fa a buttare sulla ruolette la seconda carica dello Stato” spiegava un leghista addetto al pallottoliere. Intanto Casellati era in aula, al fianco del presidente Fico, “bianca, nulla, Crosetto, Mattarella, Casini…”. Su una scheda c’era anche il suo nome. Un voto solo finisce, come di regola, nel mucchio dei voti dispersi. Qualche quotidiano on line importante dava una mano con articoli celebrativi: “L’avvocato, il padre partigiano, il figlio direttore d’orchestra…”. Le redazioni si stavano portando avanti con i ritratti. Nelle maratone tv del pomeriggio si ragionava: “Il profilo perfetto, la seconda carica dello Stato, non è divisiva, è stata membro del Csm, potrà quindi guidarlo in una fase così delicata”. Ma tra le 16 e le 17 è arrivato lo stop definitivo. Oltre ad un problema di numeri, c’è il solito problema del metodo: la rosa di nomi del giorno prima così come Casellati non sono nomi usciti da un tavolo comune.  Il tweet di Enrico Letta chiude i giochi su Casellati: “Proporre la candidatura della seconda carica dello Stato, insieme all'opposizione, contro i propri alleati di governo sarebbe un'operazione mai vista nella storia del Quirinale. Assurda e incomprensibile. Rappresenterebbe, in sintesi, il modo più diretto per far saltare tutto”. A questo tweet, ne è seguito uno simile di Luigi di Maio.

Le coalizioni in frantumi  

Il tweet di Letta ci porta per mano in un’altra questione diventata evidente  in questi tre giorni di votazioni per la Presidenza della Repubblica: il disfacimento delle coalizioni, a destra e a sinistra. Mettiamo in fila qualche fatto accaduto solo in questi tre giorni. Nel tweet il segretario dem Letta punta il dito contro l’alleato che propone un nome con le opposizioni. Salvini sarebbe l’alleato e le opposizioni sono Fratelli d’Italia. Ma l’alleato è anche Giuseppe Conte che ha condiviso per qualche ora questa ipotesi. Nonostante le smentite, Conte ha iniziato da lunedì una strana alleanza con Salvini condividendo con la Lega la candidatura di Franco Frattini. Bloccata questa iniziativa, Giuseppe Conte avrebbe condiviso la candidatura di Casellati. Il tutto alle spalle di Letta e del Pd nonostante i vertici di coalizione con le sedie messe in circolo. Ieri, tra i tanti rumours di giornata, ne giravo uno che parlava di “una nuova edizione di un governo gialloverde senza il Pd”.

Il congresso dei vari partiti nelle urne presidenziali

Il risultato di tutto questo è certamente una nuova centralità per Conte che rivendica il merito di aver stoppato Draghi. E anche un terremoto nella coalizione Pd-M5s-Leu. E nel Movimento 5 Stelle mai così diviso e persino disorientato. Il gruppo di Di Maio è un fedele alleato del Pd e sono tra quelli che ieri hanno votato Mattarella “per dare un segnale di dove dovremmo andare”. Il gruppo di Conte, una settantina di parlamentari, punta invece ad avere più autonomia dal Nazareno. Poi ci sono i peones, i cani sciolti. Che sono però un centinaio di voti. Ieri mattina ad esempio, nel pieno della verifica su Casellati, alle 10 e 30 i capannelli 5 Stelle dentro e fuori la Camera ragionavano sulla “bontà” della candidatura di Casellati. Nel giro di due-tre ore, a forza di parlare, incontrare e ragionare, si sono fatti l’idea che “Casellati presidente è sicuramente la fine anticipata della legislatura secondo i piani di Salvini”. Una sorta di “Papeete 2 tre anni dopo”, con Conte “alleato di Salvini”. Le possibilità della Presidente del Senato di salire come prima donna al Quirinale sono state sepolte via via che queste convinzioni diventavano quasi certezze nelle teste un po’ confuse dei Grandi Elettori grillini. In assemblea ieri sera Enrico Letta ha rivendicato “l’ottimo lavoro fatto insieme ad Italia viva e a Matteo Renzi per stoppare l’operazione Frattini e Casellati”. Se cala la stella di Conte, il campo largo del Pd si apre verso il centro.

Il “congresso” nel centrodestra

La situazione non é migliore nel centrodestra. Basti dire che la rosa di nomi annunciata in pompa magna martedì pomeriggio per essere votata già ieri, non è mai entrata in gioco. Le candidature di Moratti, Pera e Nordio sono  durate lo spazio di un mattino. Anzi, peggio: specchiati per le allodole. Meloni, che voleva testare Nordio per poi magari andare su Casellati, non c’è rimasta bene. Da qui la decisione di far vedere a Salvini che gli esami ci sono anche lui. La fronda al segretario della Lega va cercata nei 114 voti a Crosetto (più del doppio dei Grandi elettori di Fdi) e nei 19 a Giancarlo Giorgetti. Qualcuno di Forza Italia ieri pomeriggio, mentre tramontava Casellati che non avrebbe avuto i voti della sua parte,  diceva: “Fossimo un partito vero faremmo noi una conferenza stampa per lanciare Casini…”. Il problema di Salvini sarebbe proprio la gestione di Forza Italia divisa in almeno due tronconi: una già pronta a consegnarsi alle destre di Salvini (meno di Meloni); l’altra che medita da tempo la scissione. Ecco: vediamo se le urne presidenziale non generano alla fine un’altra scissione.  Stamani si ricomincia, riunioni, voti, vertici, veleni. Schede bianche. Forse un Presidente.