Quirinale, dramma in tre atti. Mattarella resiste al bis. Meloni e Letta si annusano. Salvini e Renzi pure

Atto primo, scena prima. “Bis! Bis! Bis!” Il pubblico lo chiede, alla Scala e nel Paese, il Presidente non lo concede… La soluzione è ‘semplice’: Mattarella resti al Colle e Draghi resti a palazzo Chigi è la insistente vox populi

Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, al teatro alla Scala di Milano accompagnato dalla figlia Laura (Ansa)
Il presidente Sergio Mattarella, al teatro alla Scala accompagnato dalla figlia Laura (Ansa)

Teatro alla Scala, inaugurazione della stagione scaligera, giorno di Sant’Ambrogio, Milano. Atto I, scena prima, sipario. In teoria, va in scena ‘solo’ il Macbeth (che di Potere e dura, spietata, sanguinosa lotta per il Potere parla, peraltro), in pratica va in scena la lotta politica italiana che persino gli italiani ‘da casa’, quelli che di solito guardano ‘Amici’ o ‘C’è posta per te’, si sono ormai assai appassionati a seguire. Si parte da qui, come in ogni tragedia si rispetti…

Un applauso interminabile, sei minuti, quello che rimbalza dalla platea ai palchi della grande sala del Piermarini all’arrivo di Sergio Mattarella. Non dovrebbe stupirlo troppo. Gli è già capitato altre volte di esser destinatario di un omaggio così fragoroso, e proprio alla Scala.

Ma l’ovazione di martedì sera è molto diversa, perché la cadenzano anche richieste urlate di un «bis» che non hanno nulla a che fare con la musica. Quella richiesta di “replica” (perché questa è la traduzione letterale di bis) va ben oltre gli attestati di stima, vicinanza e di affetto. Ha un preciso significato politico. Sottintende la speranza che Mattarella possa accettare una rielezione considerata provvidenziale per l’Italia.

Mattarella resta al Colle, Draghi resta a Chigi e ‘tutti contenti’: popolo italiano, mercati e borse, alleati europei e americani, Ue e Nato, forse pure la Cina e la Russia, l’Iran e Israele…. Magari tornerà la pace in Medio Oriente, o l’Ucraina non verrà invasa… chissà. Le proprietà taumaturgiche del ‘duo’, del ‘bis’, che tutti vogliono continui a guidare l’Italia, come se non ci fosse un domani, come se – prima o poi – non si dovesse andare a votare o come se, prima o poi, un Capo dello Stato ‘nuovo’ bisognasse eleggerlo, alla fine, sembrano infinite.

Si dirà che il pubblico del teatro milanese rappresenta soprattutto una borghesia alta che poco ha a che vedere con il popolo, ma anche ‘l’uomo della strada’, la cui logica è ferrea, non solo ‘popolana’, e spesso assai assennata, dice così: Mattarella al Colle, Draghi a Chigi. Problemi politici? Costituzionali? Di potere? Risolveteveli tra di voi, nei Palazzi, sbrigatevi, e ‘fate presto’. La pandemia torna a mordere, le bollette aumentano, il lavoro non c’è o manca, i consumi non ripartono o stentano. Come se, per una volta, fosse il Paese a dire ai Politici: ‘arrangiatevi’, siamo stufi, decidetevi.

“Il perché lo conosciamo – scriveva, l’altro ieri, sul Corriere della Sera, Marzio Breda - siamo ancora schiacciati da ondate di pandemia da Covid-19, la ripartenza economica è cominciata bene, sì, ma da perfezionare e consolidare. Ecco il motivo per cui moltissimi italiani coltivano la speranza di vedere ancora Mattarella al Quirinale per un secondo mandato, in tandem con Mario Draghi a Palazzo Chigi. Perché loro due sono, congelati insieme ai loro posti, una garanzia di continuità per la definitiva messa in sicurezza del Paese. Una luce nel buio di questi anni difficili”.

Il guaio è che il dodicesimo capo dello Stato ha ripetutamente e fermamente escluso questa possibilità, e per almeno tre motivi: 1) perché è contraria allo spirito, anche se non alla lettera, della Costituzione; 2) perché l’eccezione di Giorgio Napolitano, l’unico suo predecessore a essere stato rieletto, era appunto un’eccezione che non può diventare una consuetudine; 3) perché, oltre al fatto che non può esistere una monarchia repubblicana, «nessuno è davvero insostituibile», come si è sfogato coi consiglieri.

Sergio Mattarella si sente, anche qui, ripetere per l’ennesima volta l’appello ad accettare ‘un bis’ perché «glielo chiedono gli italiani», sembra sbuffare per il disappunto. Ma in quel momento, come alla Scala, stava solo prendendo fiato, emozionato e commosso, perché il contesto era quello della calorosissima ovazione scaligera.

Al ‘signor Rossi’(Valentino) oppone una replica alla sua maniera, laconica: spiega che «queste cose le decide il Parlamento» e aggiungendo che «la Costituzione non prevede un’elezione diretta del capo dello Stato». Tante grazie a tutti, ma lui, Sergio Mattarella, non cambierà la propria scelta come non l’ha mutata creando tre governi diversi.

Ora, però, c’è il governo Draghi, il capolavoro del Colle Mattarella ‘regnante’. Tutti vorrebbero cristallizzare la situazione, ma Mattarella non può perché è diventato un fatto di puntiglio e cipiglio, oltre che di coerenza. Il sottotesto – un ‘recitato’ a mezza bocca, un ‘piano, pianissimo’ che a stento si sente – è: che lascino Draghi dov’è, o lo eleggano al posto mio, che portino a termine la legislatura, con un altro o ancora con Draghi, se qui va un terzo, se ne sono capaci, i partiti altrimenti, oh, insomma, è un problema loro…

Atto secondo, scena seconda. Letta – che si porta dietro un sacco di guai, dal collegio di Roma 1 in su - va dalla Meloni: i due, più che annusarsi, ormai tubano e cercano di mettere nel sacco tutti gli altri. Ci riusciranno mai?

Il segretario dem, Enrico Letta, che aveva – fino a ieri – una sola strategia (Mattarella resti dov’è, Draghi resti dov’è, tutto resti dov’è…), ora, però, è costretto a inventarsene una seconda. Ecco perché, privo di sponde plausibili, al centro come a sinistra, ne cerca altrove, nel centrodestra. Tuba e gigioneggia assai con Giorgia Meloni, persino con un partito, FdI, che i conti ‘veri’ con il neofascismo e l’estrema destra non li ha fatti, come dimostra l’inchiesta di Fan Page – La 7 (saranno contenti, nel Pd, i pochi antifascisti rimasti, o i pochi deputati di religione ebraica…).

Del resto, per Letta, sono giorni assai grami. La Cgil (e la Uil) scioperano, il Pd è al governo, entra in imbarazzo, media, la mediazione è un flop, il partito non sa che pesci pigliare, la sua sinistra è afona, la sua destra resta acquattata (specialità della casa, degli ex dc-Ppi-margherita) ma certo è che il Pd è troppo ‘scoperto’ a sinistra. Il centro è fin troppo affollato. Lì è inutile anche solo cercare voti, sono pochi e già ‘presi’. Sui referendum che ‘piacciono’ agli italiani, quelli ‘normali’ (cannabis, eutanasia, giustizia) il Pd o ha detto di ‘no’ o balbetta e si trincera dietro posizioni capziose, faticose, intellegibili a pochi (specialista della materia è Stefano Ceccanti).

I 5Stelle si sono dimostrati, ormai, inaffidabili, sono sempre più divisi, rissosi, confusi, superflui. Conte è ‘fuggito’ da Roma, dopo aver accettato la proposta di una candidatura data per ‘sicura’, per paura di Calenda, e pure Letta, che lo giustifica sempre, in tutto e per tutto, da mesi, si è assai risentito. Renzi è ‘il Nemico pubblico numero 1’, si sa, per Letta, ma lo sta diventando anche Carlo Calenda, un bel problema, per il Pd.

I 5Stelle li vivono malissimo, come i nemici in casa, peggio dei renziani, e pure nel Pd la sinistra sbuffa assai contro la ‘presenza’ dei centristi. Eppure, Letta e Calenda erano amici: il ‘campo largo’ doveva ricomprenderlo, escludendo Renzi, ma se si va avanti così il campo s’è ristretto assai, rischia di restare confinato al tridente Pd-M5s-LeU se non fosse che LeU, ormai, non esiste più e Art. 1 sta entrando nel Pd, sì, ma alla spicciolata, tanto non se ne accorge nessuno…

E così, Letta – vestito come un gentiluomo di campagna inglese, tutto di tweed e di fustagno, colori pastello – si presenta sul palco di Atreju e la Meloni se lo mangia con gli occhi (non fossero felicemente sposati, sarebbero ambigui, per quanto si piacciono, lo spilungone e la biondina), anche se la leader di FdI dovrebbe ‘cazziarlo’, perché di notizie non ne dà più (le ha già dette tutte al Corriere), ma l’amor ch’a nullo amato amar perdona” e Giorgia gli perdona tutto…

Letta non fa altro che ribadire le stesse cose. A gennaio elezione del presidente della Repubblica a larghissima maggioranza (anche coinvolgendo Fratelli d'Italia) e subito dopo riforma della legge elettorale e dei regolamenti parlamentari (la seconda l’aveva già detta, la prima è una notizia, perché si era sempre tenuto sul vago). Certo è che, con la modifica dell'attuale Rosatellum, l'ultimo anno di legislatura potrebbe essere laborioso e, dunque, ‘giustificare’ un altro anno di stipendio e di prebende per i peones, che solo a quello aspirano: rinviare la loro ‘fine’.

Poi, il segretario del Pd rilancia un allarme che pure non è indifferente alla maggioranza dei parlamentari: senza Draghi a palazzo Chigi, difficilmente il governo reggerebbe. Tajani, da giorni, non fa che ripetere egual concetto, ma perché ha l’ordine di scuderia di ‘spingere’ e motivare tutti gli azzurri a lasciare Draghi dov’è per cercare di far eleggere Berlusconi al Colle. I peones lo sanno e lo temono. Salvini pure, lo sa.

Solo la Meloni, romanamente, ‘se ne frega’, mentre Conte vuole Draghi al Colle per vederlo finire nella polvere, impallinato nelle votazioni, e poi veder cadere tutto, governo e legislatura. Obiettivo: riportare in Parlamento poche truppe, ma a lui fedeli, facendo fare tutti i ‘dimaiani’. E, non a caso, Di Maio – come Renzi e Salvini – la legislatura vuole vederla durare, pure all’infinito. Del resto, chi mai rinuncerebbe a fare il ministro?

Naturalmente il segretario del Pd non entra nel toto-nomi. Ma, consapevole del fatto che il suo gruppo parlamentare è attualmente decisamente minoritario tra quelli che dovranno eleggere il nuovo presidente, rimane sul tema del metodo: “il Presidente venga eletto da una larga maggioranza” cui poi aggiunge, per ospitaltiè, sarebbe positivo comprendere l'opposizione”.  

Intanto, però, appunto, Forza Italia continua a tenere duro sul nome di Silvio Berlusconi e ieri Antonio Tajani si è detto convinto che se il Cavaliere accettasse la candidatura (sic, come se non fosse già in campo da settimane, anzi mesi, ndr.) ci sarebbero “i numeri per farlo eleggere.

Salvini, intanto, resta sul vago caricando i suoi parlamentari con frasi motivazionali: “il nostro tratto distintivo è la compattezza e riusciremo a vincere dimostrando di essere granitici”. Traduzione: se dico Silvio è Silvio, se dico un altro è un altro, non voglio franchi tiratori (il che vuol dire che sa che ci sono e ne teme parecchi), come pure ce ne saranno negli altri partiti di centrodestra, specie se il candidato fosse il Cav. E se Salvini, invece, si accordasse direttamente con Renzi, prima ancora che con Meloni e Berlusconi, che invece ancora puntano al rapporto con Letta? Ecco, in questo caso entra in scena il… centro…

Atto terzo, scena terza. E il ‘Grande Centro’? Per ora è ancora piccolo, ma punta su Casini

 Nel frattempo, infatti, si registra un intenso lavorio in quella galassia non ancora bene identificata del Grande centro (grande per antonomasia, per ora piccolo nei sondaggi: sommando il 4 di Azione, il 2 di Iv, il 2 di +Eu e l’1 di Coraggio Italia, siamo intorno al 7/8%) che ben sa di poter essere determinante, specie in caso di contrapposizione tra centro-destra e centro-sinistra, grazie al suo pacchetto di voto (80 circa).

Per questo in Parlamento fanno girare i nomi di Amato (provenienza centrosinistra ma gradito altrove) e di Casini che è stato un po' ovunque (prima nel centrodestra, oggi nel centrosinistra). Due figure pesanti che potrebbero essere in gara fino dall'inizio degli scrutini dei Grandi elettori.

Il Presidente dei due Matteo ha un identikit preciso: figura esperta, autorevole, distante dai due principali schieramenti. E nell'agenda dei due Matteo, Salvini e Renzi, sono segnati almeno un paio di nomi che corrispondono a quei profili: Pierferdinando Casini, il preferito dell'ex premier, e Giuliano Amato, che nel 2015 fu il candidato in pectore del centrodestra prima che lo stesso Renzi virasse su Sergio Mattarella, il che, peraltro, fece molto arrabbiare Berlusconi che, sbagliando, si era accordato con D’Alema per eleggere un ‘socialista’ (craxiano) al Quirinale.

La certezza è che il confronto fra Lega e Italia Viva è un dialogo indicato come prioritario già mercoledì, su Repubblica, dal vicesegretario del Carroccio, Lorenzo Fontana, ed è già iniziato. I contatti fra i leader non mancano e sempre Repubblica parla di un colloquio alla Camera, la settimana scorsa, fra la capogruppo dei renziani Maria Elena Boschi e l'omologo leghista Riccardo Molinari. L'ex ministra, con discrezione, ha sondato la disponibilità a ragionare sul nome di Casini, visto come profilo super partes non sgradito a Silvio Berlusconi - di cui è stato a lungo alleato - ma neanche al Pd, che nel 2018 lo elesse nel collegio di Bologna. I tempi per l’accordo, ovviamente, sono prematuri.

Inoltre, Salvini ha un punto d'onore da rispettare: sostenere, finché possibile, il nome di Berlusconi, ma sa bene che, per giungere a una qualsiasi intesa preventiva, occorre lavorare su un obiettivo che, come dice Fontana, è indicare "un Capo dello Stato super partes e garante di tutti". Parole che, non a caso, vengono sottolineate da uno dei big di Italia Viva, Ettore Rosato: "Lavoriamo a una scelta unitaria del Parlamento, dobbiamo evitare uno scontro tra centrodestra e centrosinistra sul nuovo presidente". Rosato conferma il dialogo con la Lega ma allarga il campo: "Noi pensiamo anche a Fratelli d'Italia. Dobbiamo scegliere l'arbitro, non un giocatore, e cercheremo di trovare un terreno comune. I candidati di centrodestra e centrosinistra non hanno numeri, creerebbero problemi al governo".

Un'ipotesi Casini, o Amato, invece, potrebbe far convergere il centrodestra e una costituenda aggregazione liberal-riformista fra Iv, Coraggio Italia e altri moderati neocentristi (dai calcoli si va dagli 80 ai 100 parlamentari).

Da verificare il gradimento del Pd, che non ha mai smesso di sperare in un Mattarella-bis, mentre non mancano le perplessità dei 5Stelle. Luigi Di Maio, in realtà, ha già espresso apprezzamento per l'opzione Amato (oggi vicepresidente della Consulta) ma il Movimento ha poca voglia di andare al traino di Salvini e Renzi, definiti "politici inaffidabili" da Conte.

Il capo dei 5S, Giuseppe Conte, sempre dal palco di Atreju (nuovo crocevia ‘modaiolo’ della politica), precisa che "non sta scritto da nessuna parte che il Capo dello Stato debba essere di centrosinistra. L'importante è che abbia alto profilo morale. E la discussione è aperta a tutti". Insomma, esclude solo Berlusconi, non altri, mentre Di Maio potrebbe puntare su… Casini.

Ci si muove, ormai da giorni, su due livelli diversi: c'è il piano A, che prevede il trasloco di Draghi sul Colle più alto di Roma (con la Cartabia, assai festeggiata e applaudita, ad Atreiu, al suo posto come presidente del consiglio), e il piano B, che prevede la permanenza dell'ex banchiere a Chigi, soluzione quest'ultima che eliminerebbe la prospettiva di elezioni anticipate, vista di cattivo occhio da quasi tutti i parlamentari.    Ma un presidente ‘di livello’ e di statura (tranne che Casini e Amato) francamente non si vede. Il piano A avrebbe infatti come subordinata un accordo sulla salvaguardia della legislatura, affidando il governo magari a un attuale ministro vicino a Draghi quale Marta Cartabia o Daniele Franco.

Ma sono soluzioni deboli. Il quarto atto, del tipo ‘presidente della Repubblica debole – governo debole o elettorale – elezioni politiche anticipate’ suonerebbe come una campana a morto non solo per la Politica, ma per il Paese, ed è proprio quello che gli italiani che applaudivano alla Scala chiedendo il bis a Mattarella, vorrebbero evitare.