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Pnrr, il giorno della verità diventa quello di un nuovo rinvio. “Non ci sono soldi per i progetti dirottati”

Le comunicazioni del ministro Fitto, otto ore di dibattito tra Camera e Senato, non sono riuscite a fare chiarezza. L’Ufficio studi della Camera: “I progetti relativi ai 16 miliardi definanziati non hanno al momento copertura economica”. Cancellate anche importanti riforme. E il pagamento delle rate è ancora lontano

Claudia Fusanidi Claudia Fusani   
Il ministro Fitto e la premier Meloni (Ansa)
Il ministro Fitto e la premier Meloni (Ansa)

Nell’aula del Senato si arriva a citare Nietzsche e “l’eterno ritorno dell’uguale”. Che poi è l’Italia malata dei suoi soliti vecchi mali: burocrazia, incapacità di spendere e di realizzare, immobilismo. Tutti ottimi motivi per sconfiggere i quali l’Italia nel 2021 ha ottenuto ben 191, 5 miliardi per il suo Piano nazionale di ripresa e resilienza grazie al primo prestito europeo nato da un debito comune.  Ieri doveva essere il grande giorno per mettere fine alle speculazioni e alla propaganda. Il giorno in cui il ministro responsabile del Pnrr Raffaele Fitto avrebbe scoperto le carte e spiegato che il governo Meloni cambia, riscrive e quindi realizza le finalità del Piano. E invece Carlo Calenda, leader di Azione, il più collaborativo tra i gruppi di opposizione, dopo aver ascoltato il ministro Fitto  pronostica “l’eterno ritorno dell’uguale”. Peggio: “La fuffa è finita”. Cioè la disfatta. Nonostante l’impegno, la retorica (40 minuti alla Camera, altrettanti al Senato, più quindici minuti di replica in entrambi i rami del Parlamento, totale di otto ore di dibattito), il supporto quasi fideistico della sua parte politica (la materia è complessa)  il ministro Fitto riesce a chiarire ben pochi punti tra i tanti sollevati.

Poche certezze, molte contraddizioni

 Riesce, soprattutto a contraddirsi più volte. Quando dice che la revisione del Piano è “una proposta sottoposta al vaglio della Commissione Ue” ma poi dalla premier Meloni in giù hanno raccontato che “la terza e la quarta rata” per un totale di 35 miliardi “sono state approvate e sono in arrivo”. Quando Fitto dice che “non è vero che sono stati tagliati progetti per un valore di 16 miliardi” e che “anzi quei soldi sono stati dirottati su progetti più sicuri” così come i progetti sono stati dirottati su capitoli di spesa più idonei. Peccato che siano gli stessi - i Fondi di coesione europei - che non riusciamo a spendere. E perché mai adesso dovrebbe cambiare e andare a buon fine? Fitto spiega di aver definanziato più di sei miliardi dalla voce dissesto idrogeologico “perché si tratta di 39 mila progetti con  importi inferiori a centomila euro e risalenti anche al 2010. Tutti interventi vecchi che non siamo mai riusciti a portare in fondo. Perché mai dovremmo farlo adesso?” si è chiesto il ministro. Perché il Pnrr è nato proprio per questo: fare quelle riforme che consentono al Paese di sbloccarsi, di realizzare in tempi certi un’opera, un intervento, per mettere in sicurezza un fiume (“eh ma ci vogliono tra i 5 e i 6 anni” aveva detto il ministro per la Protezione civile Carmelo Musumeci.), una strada, una collina tutto quello che alla prossima pioggia forte rischia di franare e di fare danni. A cose e a persone.  

 

Il giorno di un nuovo rinvio   

Insomma, il giorno della verità diventa il giorno di un nuovo rinvio. E di un nuovo fallimento. Dove troppe cose restano senza risposta. Comprese due domande secche, semplici, “un sì o un no”gli chiede la senatrice Beatrice Lorenzin (Pd): “Il suo nuovo Pnrr rivisto mantiene il 40 per cento delle risorse al sud?”; “che fine ha fatto la mission di ridurre le distanze tra nord e sud? E quelle di genere Tra uomo e donna? Glielo chiedo perché dalle informazioni che ci ha dato oggi non si capisce.  Almeno io non ho capito”. Le risposte non arrivano. Purtroppo. Dai banchi della maggioranza  invece si dà corpo al pensiero che “il Pnrr di Draghi era un accozzaglia utopica e che ora finalmente ci mettono mano quelli bravi, che sanno come fare”. Non lo dice Fitto, non lo può fare. Lo lascia dire ai Fratelli senatori. Che dimostrano, uno dopo l’altro nei vari interventi, di non aver capito il senso o la missione del Pnrr e di quel mega prestito che ci ha fatto l’Europa. 

Dopo otto ore di dibattito, l’unica cosa che ci pare poter concludere è che quando si parla di Pnrr è tutto molto relativo. E infatti nella ricostruzione del ministro sono mancati del tutto un paio di concetti chiave, preliminari a tutto il resto. Il primo: il Piano nazionale di ripresa e resilienza italiano è, con i suoi 191 miliardi di dotazione, il più grande beneficiario del primo e più grande sforzo di debito comune deciso dell’Unione europea. Far fallire il Piano italiano vuole dire far fallire l’idea di un’Europa sempre più federata e unita. Il secondo punto: per l’Italia è questa forse l’ultima occasione per cambiare e fare quelle riforme – giustizia, fisco, concorrenza, burocrazia giusto per citare le più importanti – che la devono trasformare in un paese moderno, snello, con la certezza dei tempi e degli obiettivi.

“Questo governo  - è il senso delle parole di Fitto – si è assunto l’onere di presentare proposte di modifica del Piano nella consapevolezza che se non lo facciamo ora saremo costretti a farlo dopo, tra un anno magari, quando sarà troppo tardi”.

 

Progetti cancellati “per sempre”

Conviene quindi armarsi di santa pazienza e seguire le 152 pagine della “Proposta di revisione del Pnrr e capitolo Repower Eu”, il documento ufficiale del governo.  Leggendo il quale sono chiari alcuni punti. Ad esempio che progetti per 16 miliardi sono stati definanziati, cioè tolti dal Pnrr e dirottati altrove ma, ha avvertito l’Ufficio studi della Camera, “non sono chiare le nuove coperture finanziarie”. “Non sono stati specificati - si legge - gli strumenti e le modalità attraverso le quali sarà mutata la fonte di finanziamento dei progetti definanziati”. E questo, ha detto la senatrice Fregolent (Iv-Terzo Polo), “è la più evidente controprova  che quei progetti escono dal Pnrr per sempre e non vedranno mai la luce”.  Aggiunge Matteo Ricci, sindaco di Pesaro, uno dei tanti che in queste ore sta diffidando il governo dal far sparire quei progetti ie quei soldi destinati agli enti locali: “Ci sono 16 miliardi in meno sul dissesto, sulle strade, sul recupero dei centri urbani non sostituite da altre voci di entrata. Se verranno sostituiti dai fondi di coesione, occorre ricordare che per il 20% devono essere finanziati dai comuni stessi, e quei fondi i comuni non ce l'hanno. È un grande pasticcio a cui il governo deve porre rimedio, perché rischiamo di bloccare gli investimenti in un momento importantissimo per la ripresa economica del Paese, perdendo una grande opportunità e scaricando ancora una volta i problemi sui Comuni che hanno dimostrato di essere i soggetti istituzionali più in grado di spendere le risorse del Pnrr”.

 

Cancellate anche le riforme

Altro punto che emerge con grande chiarezza dalla Relazione del governo è che alcune riforme, fondamentali proprio per realizzare quei progetti, sono state congelate e rinviate a non si sa quando. Il governo infatti rinuncia all’obiettivo di recuperare il 5% dell’evasione fiscale nel 2023 e il 15% nel 2024. Il governo rinuncia anche a tagliare i tempi della giustizia civile del 65% nel 2024 e del 90% entro il 2026. Oltre ai sei miliardi del dissesto idrogeologico, il governo rinuncia a 400 Case della comunità, miniospedali territoriali che erano la parte più importante del capitolo Sanità. Rinuncia a 300 milioni per gestire i beni confiscati alle mafie. “Non ci sono progetti” si è giustificato Fitto. Dimenticando che era proprio la facilitazione dei progetti la mission del governo. Nell’ordine e come da tabella allegata alla Relazione del governo: sei miliardi sono stati tolti alla voce “efficienza energetica dei Comuni”; altri 3 miliardi e 300 milioni sono stati tolti alla voce “investimenti per la riduzione del degrado sociale”. Due miliardi e 493 milioni   sottratti ai “Piani urbani integrati” dove s’intende opere di riqualificazione urbana sempre nell’ottica della riduzione delle disuguaglianze. Un miliardo e 287 milioni sono stati definanziati dal capitolo “misure per la riduzione del rischio idrogeologico”.

 

Il mistero/scandalo di Taranto

E ancora: un miliardo alla voce idrogeno che erano i soldi destinati alla messa in sicurezza e conversione degli impianti della ex Ilva di Taranto. La domanda è perché questo regalo alla Mittal che era così costretta ad iniziare finalmente la conversione degli impianti che vanno tuttora a carbone e sono fonte di un pesante inquinamento tossico?  Ancora dalla tabella: 725 milioni sono stati  tolti dal “potenziamento servizi e infrastrutture sociali”: 675 dalla “promozione impianti innovativi”; 110 milioni dalla “valorizzazione del verde urbano ed extraurbano”.

E’ chiaro ed evidente  che a rimetterci saranno soprattutto il Sud, i comuni, gli enti locali, il nostro territorio massacrato dal mutamento climatico.

“Qui non solo saltano i progetti, signor ministro, il problema ancora più grave è che saltano le riforme che dovevano aiutare la realizzazione dei progetti” ha incalzato la senatrice Lorenzin (Pd). La maggioranza ha cantato in coro la “lucidità, il coraggio e la coerenza delle comunicazioni del ministro Fitto”. Sugli asili nido, ad esempio, si è parlato tanto di tagli e invece “la revisione porta ad avere 900 milioni in più per questa mission”.

Il ministro ripete più volte che si tratta di “una proposta di revisione su cui attendiamo il responso della Commissione” Corretto. Ma se così è - e così è - perché dichiarare, da Meloni in giù, che l’Italia ha incassato interamente le due rate pari a 35 miliardi del 2023? Le due rate non sono nelle casse dello Stato anche se il ministro Giorgetti ne avrebbe tanto bisogno. La Commissione ha preso in carico la proposta di revisione e questo non vuol dire che l’ha approvata. Ci permettiamo anche di dire che la parte più difficile da far approvare sarà quella delle mancate riforme. E questo non è disfattismo, menagramismo o “non fare il tifo per l’Italia”. Si chiama realismo.

Claudia Fusanidi Claudia Fusani   
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