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Il Pnrr diventa il nuovo ring della politica. Fitto tratta a Bruxelles. Le opposizioni vogliono la piazza

Sono tre i problemi che riguardano il dossier Pnrr. Il ministro Fitto tratta con i commissari “per trovare soluzioni d’accordo con l’Europa”. Già iniziato lo scaricabarile. Colpa di Conte. Persino di Draghi

Claudia Fusanidi Claudia Fusani   
I ministri Fitto e Tajani con la premier Meloni (Ansa)
I ministri Fitto e Tajani con la premier Meloni (Ansa)

Non c’è nulla di cui compiacersi. Anzi: il Piano nazionale di ripresa e resilienza è la scommessa e insieme l’orizzonte di tutta Italia e di ciascun italiano, destra, sinistra, centro stavolta non c’entrano. Quei 220 miliardi che l’Europa ci ha dato (98 a fondo perduto, 122 a debito, li dovremo cioè restituire) sono l’ultima chance per il nostro riscatto da ritardi, lentezze, inefficienze, inaffidabilità. Dunque se il Pnrr trema e, peggio, non decolla, il problema riguarda tutti. Ma soprattutto il governo di Giorgia Meloni. E perché no? Da ieri il Piano è diventato purtroppo il ring tra maggioranza e opposizione, con la prima che dice “non ce la facciamo” e inizia lo scaricabarile persino su Mario Draghi e l’opposizione che ha già chiesto al ministro Fitto e organizza la piazza. Intanto per sabato. Poi si vedrà. Da parte delle opposizioni si guarda con una insana invidia alla Francia e alla Germania, persino ad Israele, “perché loro vanno in piazza e noi no? In fondo anche in Italia le cose non vanno”.

Tre problemi

Il Pnrr, dunque. Ci sono tre tipi di problemi. E il ministro Raffaele Fitto, cui la premier ha affidato la deleghe del Pnrr, dei Rapporti con l’Europe e della Coesione, ne ha parlato in chiaro e con dettagli. Con coraggio e pragmatismo. Cominciando lui stesso lo scaricabarile ma anche proponendo alcune soluzioni.
Il primo problema riguarda la rata da 19 miliardi che avremmo dovuto intaccare in questi giorni e relativa ai 55 obiettivi del secondo semestre 2022. La Commissione europea che valuta la congruità tra impegni assunti e realizzati, ha obiettato su tre target - gli stadi a Firenze e Venezia nell’ambito dei Piani urbani integrati, le concessioni portuali e le reti di teleriscaldamento - il governo ha chiesto un mese di tempo per chiarire e Bruxelles lo ha concesso. Non era mai successo. E siano ancora alla fase teorica, quella di approvazione dei progetti e delle riforme eseguite. Il peggio, cioè la realizzazione delle opere, deve ancora iniziare. Arriviamo così alla seconda e alla terza questione. La seconda riguarda i 27 obiettivi (valore 16 miliardi) di questo semestre su cui siamo molto indietro e, più in generale, la realizzazione delle opere e delle riforme di sistema – semplificazioni, giustizia, appalti, concorrenza – su cui siamo ancora molto indietro. Il potere di interdizione delle lobby ha sempre la meglio. Anche martedì, il nuovo disegno di legge sulla concorrenza è stato analizzato ma non approvato. A Fratelli d’Italia non convince la parte degli ambulanti (per cui sono previste le gare per l’assegnazione degli spazi), scontro in maggioranza anche sui saldi, regole precise – come accade in Europa - oppure liberalizzazione selvaggia? Sembrava fatta verso le stesse regole per tutti. Ma poi la norma è saltata. Nell’incertezza, tutto fermo. Il ministro Adolfo Urso ha rassicurato che “la situazione sarà presto sbloccata”. Bisogna vedere se l’ennesimo compromesso sarà sufficiente per la commissione che deve verificare la congruità degli obiettivi raggiunti.
La terza questione l’ha messa sul tavolo la Corte dei conti: la magistratura contabile ha bocciato il governo che finora è riuscito a spendere il 6% della spesa complessiva “con ritardi nei pagamenti agli attuatori e ai realizzatori in oltre la metà delle misure”. Non riusciamo a spendere per mancanza di personale, criticità nella governance ed eccesso di burocrazia. Poiché anche quest’anno non riusciremo a spendere il previsto (15 miliardi), i magistrati contabili stimano che siamo costretti a spendere 90 miliardi nel biennio 2024-2025. L’alternativa è perdere il treno Pnrr.

Fitto in missione a Bruxelles

L’agenda del ministro Fitto è pazzesca. E lui riesce a gestirla con una certa freddezza. Martedì sera, dopo il Cdm, ha convocato una cabina di regia sul Pnrr, ha guardato in faccia i sui colleghi ministri e gli ha detto chiaro e tondo: “O qui tutti facciamo quello che dobbiamo oppure ci tagliano i fondi”. Poi ha preso nello specifico Matteo Salvini, e si è chiuso in una stanza con lui fino alle dieci di sera: le Infrastrutture sono il cuore del Piano. E da Salvini deve arrivare l’accelerazione più importante. La macchina del Pnrr si è rallentata e di molto. Del resto il cambio di governo e in più il cambio della governance deciso per decreto da Meloni, hanno nei fatto buttato via sei mesi di tempo. Sempre martedì, prima del Cdm, Fitto era alla Camera in sala della Regina dove ha partecipato alla Relazione semestrale della Corte dei Conti e ha detto in chiaro quello che ripete a tempo: “Il Pnrr così com’è è irrealizzabile, servono modifiche. Inutile dirlo tra un anno quando non avremo più alternative. Più responsabile dirlo adesso”.

Ieri poi Fitto è volato a Bruxelles. Per fronteggiare i commissari europei. La partita, per Roma, è certamente in salita e di sicuro non agevolata dai diversi fronti aperti tra governo e Bruxelles, dal Green Deal o dal Mes. “Non c'è preoccupazione, c'è consapevolezza, e stiamo lavorando in maniera propositiva con la Commissione” ha detto il ministro a Bruxelles. La missione serve ad aggiornare il negoziato con l'esecutivo Ue con un duplice obiettivo: incassare il via libera alla terza tranche e arrivare ad uno spazio di manovra che consenta di spostare dal Pnrr alla programmazione di Coesione quei progetti che, entro il 2026, sono irrealizzabili. A Bruxelles Fitto ha visto tre commissari, Margaritis Schinas, Nicolas Schmit e Stella Kyriakides. Il messaggio, più o meno, è stato lo stesso: il governo è impegnato a difendere l'intera gamma di progetti per l'ok dell'Ue alla terza rata e, al tempo stesso, ha posto un problema: nel Pnrr italiano ci sono target che, entro il 2026, “è impossibile realizzare”.

Sul primo punto ad essere in bilico sono soprattutto due progetti, quello per il nuovo stadio a Firenze (sul quale ci sarebbero dubbi legati all'ammissibilità del piano nelle regole di concorrenza europee) e quello del 'Bosco dello sport' a Venezia. Su questo il governo Meloni, e non da oggi, ha iniziato uno smaccato scarica barile: i punti che bloccano il pagamento della rata appartengono all’era Draghi e Bruxelles aveva già dato via libera. Dunque doppio scaricabarile: sul precedente governo - che il destro centro ha fatto cadere nel luglio scorso nei fatti bloccando l’azione di governo - e sull’Europa. “Chiediamo lo stesso occhio di riguardo che avevano per Draghi” ha detto ieri sera Salvini.
Il commissario agli Affari Economici Paolo Gentiloni è stato così costretto a sottolineare come l'Ue “lavora assieme all'Italia e non ha alcuna voglia di riproporre a Bruxelles divisioni interne” alla politica italiana.
Di certo, ha assicurato Fitto, da parte dell'esecutivo non c'è volontà di fare polemica. “D'intesa con i sindaci e con i ministeri dell'Interno e dell'Economia il governo predisporrà delle risposte di chiarimento e delle soluzioni” ha spiegato. Sull'altro fronte, quello della modifica del Pnrr Roma presenterà invece “una relazione completa che andrà a fotografare lo stato attuale anche con delle proposte di cambiamento che andranno affrontate d'intesa con l’Ue". Un cambiamento che terrà conto del capitolo aggiuntivo del RepowerEu.
La flessibilità nell'uso dei fondi, laddove Paesi come la Germania possono contare sul nuovo allentamento sugli aiuti di Stato, diviene così una “logica convergenza”. “Potremmo immaginare un coordinamento unico per il Pnrr che scade a giugno del 2026, i fondi di Coesione che vanno spesi entro il 2029 e il Fondo di sviluppo e Coesione, che è nazionale e non ha scadenza” ha spiegato Fitto. Bruxelles, su questo punto, ha già mostrato aperture. Ma il lavoro su quali siano i progetti da “trasferire” alla Coesione è complesso e potrebbe incrociare l'ira di diversi amministratori locali. Soprattutto del sud.

Quale soluzione?

Fitto parla di “bonifica” del vecchio Pnrr e della riproposizione di una nuovo. Altro non dice. Ma trapela da alcuni parlamentari di maggioranza che seguono da sempre il dossier Pnrr. “La soluzione può essere una sola - rivela una fonte della Lega - ricentralizzare tutti i soldi, azzerare le opere irrealizzabili e che purtroppo riguardano soprattutto i comuni, soprattutto del sud e la riqualificazione urbana, e rassegnarli alle grande infrastrutture necessarie soprattutto al sud”.
Vedremo. Di sicuro si è già aperto lo scontro nord- sud. Ieri il sindaco di Milano Beppe Sala si è fatto avanti per prendere soldi che altri comuni non riescono a spenderli. “Noi sappiamo farlo, dateli a noi”. Gli ha subito risposto il governatore della Calabria Roberto Occhiuto: “Non ci provate. Sarebbe una secessione. L’Europa ci ha dato così tanti soldi perché l’Italia deve colmare la distanza tra nord e sud. Dunque quei soldi devono essere spesi al sud”.
Tra i sindaci è partita la gara a chi sia più capace di spendere i fondi del Pnrr. Napoli “sta rispettando i tempi” assicura Gaetano Manfredi. Roberto Gualtieri scrive a Fitto per proporre di dare a Roma le eventuali risorse avanzate da altre amministrazioni, per la messa in sicurezza delle scuole. Il coordinamento “Recovery Sud”, centinaia di sindaci del Mezzogiorno, lamenta di non essere stato ascoltato e che i primi cittadini non sono messi nelle condizioni di poter spendere.
Le opposizioni chiedono trasparenza e vogliono Fitto in aula. Un altro fonte di scontro, legato al Pnrr, è il nuovo codice degli appalti che dovrebbe semplificare (“è la risposta ai rilievi della Corte dei Conte” per Salvini) ma semplificando apre le porte alla criminalità. Il vecchio problema di sempre. E come sempre sinistra e sindacati sabato saranno in piazza per questo. Pure i 5 Stelle. Per Giorgia Meloni è tutto sotto controllo. “Gli ostacoli non mancheranno ma non ci manca il coraggio” ha detto ieri mattina in un messaggio a Confapi. Ma il 28-29-30 aprile sono giorni di svolta per l’esecutivo Meloni. Vedremo se in positivo o in negativo.

Claudia Fusanidi Claudia Fusani   

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