Per Letta una vittoria a metà. E preferisce incontrare “l’avversaria” Meloni invece di Renzi

Serracchiani diventa capogruppo alla Camera. Dopo Malpezzi (al Senato), si completa la mossa di Letta. Che esulta: “Sembrava impossibile dieci giorni fa”. Ma non sono le sue candidate

Enrico Letta (foto Ansa)
Enrico Letta (foto Ansa)

Uno spoglio veloce, neppure un quarto d'ora, chiude la prima battaglia del nuovo segretario del Pd, quella ingaggiata in nome di una malintesa parità di genere e che aveva come reale obiettivo il controllo politico dei gruppi parlamentari. Enrico Letta ha "vinto" la prima. Ma ha "perso" la seconda. In generale comincia a prendere corpo il “suo”. Il segretario dem ottiene che siano due donne “brave e competenti” come Simona Malpezzi e Debora Serracchiani a guidare i gruppi parlamentari, un ruolo importante specie in una fase di governo di unità nazionale dove i partiti possono marcare le differenze soprattutto in Parlamento. Ma Letta non ottiene il controllo dei gruppi parlamentari. La sua candidata era l’ex ministro Marianna Madia, coinvolta fino a pochi minuti prima dell’apertura del seggio in un testa a testa a colpi di lettere con Debora Serracchiani che nell'arcipelago delle correnti Pd è la delfina di Graziano Delrio, il capogruppo uscente. Così come per l'elezione di Malpezzi al Senato (al posto di Marcucci), anche per Serracchiani sono stati decisivi i voti di Base Riformista, la corrente del ministro Guerini e di Luca Lotti, gli ex renziani che non vogliono più essere ex di nessuno. Base Riformista ha accolto con favore l'arrivo di Letta e lo ha votato in modo compatto. Da qui a riconoscerlo come proprio leader, manca però ancora tanta strada. In mezzo una lunga lista di decisioni da prendere, sul presente e soprattutto sul futuro del Pd. Sul tasso di riformismo, sull'agenda, sulle alleanze.

I nuovi capigruppo

E' stato uno spoglio veloce, neppure un quarto d'ora, 66 voti per Serracchiani, 24 per Madia. La differenza, appunto, l'hanno fatta i 40 deputati di Base riformista. Non lo dirà mai. Certe cose non si sussurrano neppure al più caro amico, ma Letta si sentirà tranquillo solo quando avrà azzerato anche quel poco che rimane del renzismo. Anche quello presunto. E’ l’operazione repulisti che Zingaretti ha sempre rinviato. Illuminanti, in questo senso, le prime parole delle ex contendenti. Serracchiani, che era stata indicata come ministro del Lavoro nel governo Draghi, si ritrova capogruppo. "Sono certamente soddisfatta - ha detto - voglio ringraziare Graziano Delrio che ha guidato il gruppo con saggezza e autorevolezza. Il Parlamento è centrale nelle decisioni che verranno prese per superare l'emergenza sanitaria ed economica. Il Pd vuole continuare a combattere in questa direzione”. Madia: "Non so se hanno vinto le correnti. So che le correnti non si superano da un giorno all'altro e non si superano se un segretario dice adesso non ci sono più le correnti. Superare le correnti significa discutere, prendersi per mano, attraverso passaggi stretti e anche dolorosi, e così fare un passo avanti insieme per il Pd e per i cittadini". Buon lavoro, quindi, a Serracchiani “nella speranza che la leadership femminile sconfigga questa male”

Letta esulta

Letta è soddisfatto e felice di poter lavorare con entrambe le nuove capogruppo. “Sembrava impossibile dieci giorni fa, ora ci siamo. Saremo un'ottima squadra”. Nessuna unanimità, ma nemmeno “nessun putiferio. Due uomini avrebbero discusso allo stesso modo. Non è che volano stracci perché sono donne”. Per il leader dem quello del cambio dei capigruppo è solo un primo passo assolutamente necessario. “Nel Pd - ha detto - ho trovato una situazione così incrostata di maschilismo che servivano gesti forti”.E poi, guardando avanti: “C’è bisogno di una cura choc, i prossimi passaggi andranno in questa direzione”. Di sicuro, se dovesse toccare a lui fare le liste, farà di tutto per valorizzare la presenza di donne di qualità nelle liste. l'impegno è quello di "non fare giochini per aggirare la legge" e diminuire la presenza delle donne. Già che ci siamo, per quanto possa sembrare prematuro ma forse non lo è, rivendica il suo essere un “fiero oppositore” delle liste bloccate e un sostenitore della libera scelta dei cittadini. Insomma, pensando alla legge elettorale, perchè non tornare alle vecchie preferenze? “Dobbiamo tirar fuori le migliori energie e lasciar fuori le cooptazioni correntizie”. E’ il cantiere delle riforme che il segretario ha subito aperto. Ne ha già parlato con Antonio Tajani. E ieri in un lungo e cordiale incontro con Giorgia Meloni dove sono stati toccati anche il nodo dei regolamenti parlamentari in chiave anti-trasformismo e temi come la sfiducia costruttiva, tutti provvedimenti che avrebbero a rafforzare un sistema bipolare.

Prima c’è la campagna d’autunno

Ma il segretario ora ha ben altro in agenda. A cominciare dalle amministrative e dal nodo alleanze. La campagna d'autunno deve iniziare, in ottobre andranno al voto oltre mille comuni tra cui cinque metropoli come Torino, Milano, Bologna, Roma e Napoli. E il segretario, anche se appena arrivato, sa che perdere sarebbe un brutto inciampo. Il problema è che non sono ancora chiari gli eserciti e gli schieramenti. Il progetto di Letta è di un centrosinistra largo "da Renzi a Sinistra italiana" con dentro i 5 Stelle rispetto ai quali però è bandita ogni subalternità. E qui sta la grande differenza con Zingaretti. Il "cantiere" con Conte è stato avviato. Con i 5 Stelle ancora non è chiaro. Almeno, non è chiaro quanti e quali del Movimento, e con quale agenda e posizionamento, seguiranno l'ex premier. Qualcosa di più capiremo meglio giovedì quando in serata (alle 21.30) Conte spiegherà ai parlamentari riuniti il suo progetto di Movimento 2.0. Il segretario dem non ha bisogno di aspettare quella data per sapere cosa ha in testa Conte: i due si parlano e, appunto, hanno aperto un cantiere comune. Quello che nessuno sa è la reazione dei parlamentari. Wait and see.

La battaglia di Roma

Di sicuro Letta ha "perso" la battaglia di Roma visto che nella Capitale Beppe Grillo, che lavora in tandem con Conte al nuovo Movimento, ha confermato il bis di Virginia Raggi. Proposta irricevibile anche per un ecumenico come Letta. Ecco quindi che il Nazareno fa filtrare che "nella Capitale è partita la macchina delle primarie”: si terranno a giungo e il candidato di punta sarà l'ex ministro Roberto Gualtieri. A meno che Zingaretti non sciolga quelle riserve che ancora tiene ferme. L'attivismo dell'ex segretario e governatore del Lazio nella campagna vaccini lasciano intendere che potrebbe esserci questa evoluzione. Dopo di che ci sarà il centrodestra unito (ignoto ancora il candidato) e dall'altra parte Raggi, il vincitore delle primarie e Carlo Calenda. Un’offerta troppo frammentata. L’alleanza con i 5 Stelle dovrebbe proseguire nelle altre città: a Napoli un candidato 5 Stelle; a Torino e a Bologna un civico scelto da entrambi; a Milano tutti già sanno di convergere su Sala. Ma ci sono ancora molte questioni aperte.

E Letta incontra Giorgia

Il punto è anche capire cosa ha in testa Letta. Ieri ha incontrato la leader di Fratelli d'Italia Giorgia Meloni, "un bell'incontro, positivo e cordiale, pur nelle differenze tra forze  politiche alternative". Si chiama cortesia e rispetto istituzionale tra forze politiche lontane ma che pure dovranno lavorare insieme su riforme e legge elettorale. Meloni ha apprezzato. Letta ha già incontrato Tajani. Vedrà presto anche Salvini. E’ il passaggio con cui Letta cerca di riportare in politica il concetto di avversario politico con cui mediare soluzioni e mettere al bando quello di nemico. Anni di odio costruito e veicolato sui social cominciano ad essere sbagliati per tutti. Meglio tardi che mai.

Letta è un politico attento alle questioni di stile che sono sostanza. Nelle vicenda dei capigruppo ha consumato parte della sua vendetta personale contro chi nel 2014 gli disse che il suo tempo a palazzo Chigi era concluso. Non sfugge che ancora non è in agenda l'incontro con Matteo Renzi. e, a corollario, altre cose: che il leader di Iv, che ne prese il posto a palazzo Chigi, è ogni giorno di già sotto attacco di 5 Stelle, pezzi di Pd e delle destra per i suoi viaggi e le sue conferenze all’estero; che Conte e i 5 Stelle hanno detto a Letta: "Mai più con Renzi”; che da Letta non sono certo arrivate parole di sostegno per Renzi. "Ho fatto un fioretto, ho promesso con non parlo di Matteo Renzi" ha confessato il segretario dem l’altro giorno. “E però - ha aggiunto - farei subito una legge che impedisce a deputati e senatori di essere pagati per tenere conferenze in giro per il mondo”. Pronti via, è stata presentata ieri al Senato dal gruppo 5 Stelle. L’eliminazione politica di Renzi è l’obiettivo. Dei grillini e non solo.

La giusta occasione

Insomma, l'incontro non è ancora in agenda ma, viste le premesse, chissà se e quando ci sarà mai. E in quali condizioni. Eppure ieri è stata una bella giornata per Italia viva, per la ministra Elena Bonetti e il senatore Renzi. E tutto il centrosinistra e chiunque si senta di questa parte. E' diventato legge l'assegno unico universale per i figli, dal settimo mese di gravidanza ai 21 anni: dal primo luglio 250 euro al mese per ogni figlio. E' una norma strutturale, universale (anche per partite Iva e incapienti) non una tantum, che fa ordine nel marasma di detrazioni e contributi per i minori. E' una bella storia che ha preso forma nell'ottobre 2019 alla Leopolda quando fu immaginato un vero e proprio Family act di cui l’assegno unico è solo il primo passo. Un anno e mezzo dopo è legge (al netto dei soliti decreti attuativi su cui il ministro Bonetti saprà sorvegliare). Renzi in aula ha ringraziato Draghi e Conte che “ci ha sempre creduto”. Un provvedimento di "speranza politica" contro i dati drammatici sul calo demografico in Italia. Un "piccolo passo contro un gigantesco problema". Insomma, una legge di giustizia ed equità sociale. Di centro-sinistra, verrebbe da dire, per cui hanno votato a favore oltre a Forza Italia e Lega anche Fratelli d’Italia. Ecco pecche ieri sarebbe stata una buona occasione per incontrare Matteo Renzi invece di Giorgia Meloni.