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Pd senza pace.  Elly raddoppia, anzi spacca: vuole il suo nome nel simbolo. La rabbia di Prodi 

“Nessun leaderismo. Aiuta il partito e le liste”, la motivazione. Così la decisione è stata rinviata fino all’ultimo minuto disponibile (oggi alle 16). La segretaria candidata - per ora - in due sole circoscrizioni, Centro e Isole. Ma potrebbe cambiare. La giornata al Viminale. Dove mancano ancora i simboli di Pd e Forza Italia

Claudia Fusanidi Claudia Fusani    
La segretaria del Partito Democratico, Elly Schlein durante la Direzione Nazionale del Partito Democratico
La segretaria del Partito Democratico, Elly Schlein durante la Direzione Nazionale del Partito Democratico (Ansa)

La miglior difesa è l’attacco. Sempre. O quasi. Se qualcuno pensava che la segretaria del Pd fosse rimasta spiazzata nell’ultimo mese per via del cataclisma pugliese e del doppio-triplo gioco di Giuseppe Conte, ieri ha dovuto velocemente rivedere le proprie convinzioni. Elly Schlein ha atteso la tanto agognata Direzione - richiesta fin dal pasticcio delle candidature in Basilicata - e le ultime ore utili per presentare il simbolo delle liste (fino ad oggi alle 16) per ufficializzare la sua candidatura e sciogliere l’ultimo dilemma: capolista in due sole circoscrizioni, Centro e Isole. Dopodiché ha raddoppiato. Anzi, triplicato: ha puntualizzato che se sarà eletta non andrà a Strasburgo; che il suo nome nelle liste serve per fare da traino al Pd; e, in virtù di questo, il suo nome sarà anche nel simbolo. “Fidatevi” ha detto nella Segreteria riunita al Nazareno prima della Direzione. “Abbiamo studi e sondaggi disponibili che ci dicono che il mio nome nel simbolo farà da traino”. Ma la proposta ha spaccato il partito. A parte il presidente del Pd Stefano Bonaccini, nonché leader della minoranza, che ha ufficializzato la proposta del nome nel simbolo in Direzione, tutti gli altri - area riformista compresa - sono rimasti spiazzati dalla proposta. E molto perplessi. Diciamo pure contrari. “E’ contro ogni nostra regola che vede nel leaderismo la causa prima della crisi della politica. Non è un caso che non sia mai successo, solo Veltroni alle Politiche del 2008 quando il Pd appena nato aveva bisogno di identità e riconoscibilità” hanno spiegato nella Segretaria Serracchiani, Provenzano, Franceschini, Cuperlo.  Non è un caso se ieri sera, quando il portone del Viminale e lo sportello elettorale dove si depositano i simboli e i relativi incartamenti, ha chiuso per riaprire stamani alle 8 mancavano ancora due simboli: Pd e Forza Italia.

La corsa di Tajani

Tajani, il primo a dire in autunno che “lui candidato in Europa? Giammai, in fondo l’ho fatto per tanti anni”, sarà invece capolista in tutte e cinque le circoscrizioni. Punta al 10% e per un partito che molti davano sulla via dell’estinzione dopo l’addio di Silvio Berlusconi, sarebbe un risultato eccezionale. Proprio per questo non è escluso che anche nel simbolo di Forza Italia possa comparire il suo nome. Per fare da traino e portare avanti la tirata e una rimonta iniziate con il voto in Sardegna e certamente favorita da un patto di ferro con Giorgia Meloni che punta ad isolare invece la Lega di Salvini. Il problema è che solo il nome di Silvio Berlusconi, anche il Cavaliere si candidava sempre alle Europee per fare da traino e perché i sondaggi dicevano che il suo nome valeva tra il 2-4 %, finora è stato scritto sotto il simbolo di Forza Italia.

Ma andiamo con ordine

Alle 19 di ieri sera erano 29 i simboli depositati. Per le liste vere e proprie c’è tempo fino al primo maggio. Oggi lo sportello elettorale è aperto fino alle 16. Poi se ne riparla tra nove giorni per il deposito delle liste. Fino alle ore 20 del primo maggio ci diranno che è tutto “fatto e deciso” decine di volte. Poi, come sempre, i nomi saranno cancellati, altri spunteranno all’improvviso, un gioco di leva-e-metti che andrà avanti fino all’ultimo secondo possibile. Finché le liste non saranno consegnate.

Tutti al Viminale. O quasi

La prima ad arrivare al Viminale ieri mattina è stata Laura Castelli, la ex viceministra all’Economia del Movimento 5 Stelle, nata come no tav piemontese, e oggi capolista nella lista “Libertà” dove Cateno de Luca, sindaco di Taormina ha fatto il miracolo di inserire ben 18 simboli, da nord e sud, da est a ovest, che sono stati disvelati settimana dopo settimana in una sorta di romanzo della lista senza precedenti. L’ultimo, ieri sera, è stato il ministro Roberto Calderoli. Tutto regolare: c’è Salvini premier e c’è l’Alberto da Giussano. Era stato ipotizzato che, poiché i sondaggi sembrano dimostrare che il nome di Salvini non spinge la lista, che il nome del segretario potesse essere sacrificato. Come è già successo altre volte alle Europee. Non è successo. C’è il giallo Roberto Vannacci ancora senza soluzione: candidato sì o no? “Per le candidature abbiamo ancora due settimane. Prima prendiamo i voti e poi li conteremo”. Non è mai troppo generoso di parole il ministro. Il dossier Autonomia differenziata, che dovrebbe essere approvato alla Camera prima del voto ma è ancora nella palude della Commissione (forse sarà sbloccato questa settimana), gli leva ulteriormente la parola. Nel pomeriggio è arrivato l’ex premier Giuseppe Conte per depositare il simbolo del Movimento 5 Stelle che oltre alla parola “Movimento”,  le 5 stelle e il numero 2050, anno della neutralità climatica, ha aggiunto anche la parola “Pace”. C’è sempre stato ritegno nell’uso quasi privato della parola universale Pace nel simbolo di un partito. Tutti vogliano la Pace, tutti lottano per averla. Metterla nel simbolo suona infatti come un’offesa e un’appropriazione indebita. Conte fa Conte e trova una spiegazione a tutto: “Ci hanno attaccato ci hanno infangato in ragione del nostro impegno per la pace hanno cercato di dividerci e addirittura di buttarci fuori dal parlamento noi siamo sempre qui più determinati di sempre per riporre tutte le nostre forze di una via du uscita a partire dal conflitto russo-ucraino, per impostare dei negoziati di pace che sono l'unica soluzione possibile invece di questo invio di armi ad oltranza”. La parola Pace è “abusata da tutti ma conserva significato forte che dovrebbe motivare tutte coscienze. Chi sceglierà di votare gli europarlamentari del MoVimento 5 Stelle sceglierà di mandare in Europa dei costruttori di pace, pronti a battersi senza sosta contro la follia della corsa alle armi per una guerra a oltranza”. Diciamo che, di fronte all’abbondare di partiti che chiedono, nei fatti, di abdicare a Mosca così come Israele dovrebbe abdicare ad Hamas (Alleanza Sinistra e Verdi e il partito di Santoro se raccoglierà le firme), l’avvocato Conte ha deciso di mettere la parola nel simbolo e di intestarsi in esclusiva battaglia. Saranno gli elettori a decidere se è stata una mossa giusta ed apprezzata. 

I nomi dei leader

La destra sceglie la strada di mettere bene in evidenza i nomi dei leader sui contrassegni: FdI mantiene la fiamma tricolore e il nome di Giorgia Meloni; la Lega - come detto - conserva lo spadone di Alberto Da Giussano e la dicitura “Salvini premier”. C’è attesa per Forza Italia. Puntano sulla personificazione della leadership anche partiti minori molto identitari: Cateno De Luca, Marco Rizzo, Francesco Toscano, Marco Cappato, Sergio De Caprio, ovvero il Capitano Ultimo ormai in pensione, hanno scritto i loro nomi sul proprio simbolo.

A sinistra la scelta è opposta. Almeno finora: non ci sono i nomi di Bonelli e Fratoianni, non c’è il nome di Conte. Nessuno di loro è candidato e neppure ha mai pensato di correre. I centristi fanno scelte diverse. Carlo Calenda mette il suo nome a caratteri cubitali nella lista di Azione, scelta obbligata nel momento in cui ha deciso di andare da solo e non potendo contare su nomi di richiamo tranne il suo.  La lista Stati Uniti d’Europa di Emma Bonino e Matteo Renzi, mette il nome di Ema nel simbolo (molto piccolo però) mentre Renzi ha rinunciato al suo e ancora non ha deciso se si candiderà o meno e se, in caso di elezione, andare o meno a Bruxelles dove il senatore e fondatore di Italia viva ha sempre detto che si combatterà la vera partita nei prossimi anni. “Devo ancora decidere” ha spiegato il senatore.  E non è una decisione facile.

Nel Pd una nuova “ferita”

Torniamo ora al Nazareno perché l’ex convento sede del Partito Democratico è stato il cuore della giornata politica. Elly Schlein ha iniziato a parlare introno alle 12 e 30, con circa un’ora e mezzo di ritardo. Un intervento senza particolari acuti in cui ha rivendicato tutto quando fatto in queste settimane, a partire dalla questione morale (“quando arrivano i leader delle liste civiche la cui storia è passare da una parte all’altra, lasciamoli dove sono per favore”) all’ostinata volontà di andare avanti nel cercare alleanze perché consapevoli “di non essere autosufficienti”. La sospirata candidatura arriva alla fine: “Mi candido alle Europee, capolista al Centro e nelle Isole ma non andrò a Bruxelles, resterò qui a combattere giorno dopo giorno contro il governo delle destre e di Giorgia Meloni che ogni giorno sempre di più mostra la sua vera essenza di regime”. E fin qui diciamo che la sorpresa è stata relativa alla posizione: nessun panino, secondo terzo o quarto posto, capolista in due circoscrizioni. Ma la novità arriva nelle repliche nel pomeriggio. Annunciata a sorpresa dallo stesso Bonaccini, presidente del partito: “La segreteria metterà il proprio nome nel simbolo perché siamo convinti che potrà aiutare gli elettori”. Una decisione di cui avevano già discusso in mattinata in Segretaria dove molti sono stati contrari spaccando il partito tanto nella maggioranza quanto nell’opposizione.

Posizioni manifestate anche nel pomeriggio pubblicamente in Direzione. “Non sono dell'avviso che possa funzionare un modello di partito leaderistico” ha detto Peppe Provenzano, che ha sostenuto Schlein al congresso. Fra le minoranze, critico Gianni Cuperlo: “Una scelta non necessaria”. Contrario anche Dario Franceschini. E diversi esponenti di Energia popolare, l’area di Bonaccini. I loro interventi sono stati letti da molti anche come espressione di una polemica montante verso la leadership interna del presidente sospettato di “aver barattato la propria posizione come capolista nel nord est con il via libera al nome nel simbolo”.  Macché baratti, “ci sono sondaggi che dimostrano che il nome di Elly farà da traino al partito. E noi dobbiamo puntare a fare il più possibile” la replica.  Quella del nome nel simbolo “è una proposta che spacca il partito” ha detto Annamaria Furlan. “Non avete capito - ha difeso la scelta Francesco Boccia, ancora sotto scacco per quanto sta succedendo in Puglia - il nome della segretaria nel simbolo serve per confrontarsi con Giorgia Meloni e garantire quel valore aggiunto che tutti riconoscono”. Sotto tono anche Boccia, senza dubbio.

Da qui il rinvio di qualche ora dell’annuncio ufficiale. Ma sembra ormai tutto deciso. Graficamente i simboli sono pronti entrambi. Basta scegliere  quale andare a depositare.

La sconfessione di Prodi

Il problema è che Romano Prodi, padre fondatore non solo del Pd ma della stessa Elly Schlein, si è molto irritato. “Non mi dà retta nessuno, chiedere il voto e poi non fare l’europarlamentare provoca ferite alla democrazia che scavano un fosso. Vale per Meloni, Schlein, Tajani e tutti gli altri”. Le amare parole di Prodi hanno certamente pesato sul clima, già teso, della Direzione. E aggiunto malumori a malumori. “In questo modo la Segretaria appoggia dunque il premierato? Avevamo capito il contrario” si chiede il professor Stefano Ceccanti. Anche Conte non ha perso occasione per girare buffetti a Schlein: “Correre per acquistare qualche voto in più per noi è una presa in giro dei cittadini. Non è una questione di Schlein, ma anche di Meloni e degli altri leader”. 

La risposta di Elly

La risposta indiretta della Segretaria è arrivata nelle repliche in direzione. Soprattutto per fugare i sospetti di personalizzare la leadership.  “La mia candidatura - ha detto - è a disposizione del partito anche perché se c'è una persona che ha in astio la personalizzazione della politica sono io”. E poi, quasi un avvertimento: “Questa ostinazione nel metterci al servizio di una prospettiva più alta per creare l'alternativa alla destra non è porgere l'altra guancia, non è buonismo”. Le liste sono “espressione di una idea dell'Europa e del Pd che vogliamo - ha aggiunto - un partito aperto che si lascia attraversare dalle migliori energie della società e che rivendica la competenza dei suoi amministratori, dirigenti e militanti. Una lista plurale”.

Rinviando di poche ore la decisione del nome nel simbolo, la Direzione ha dato “mandato alla segreteria di verificare le condizioni affinché possa dare il massimo contributo”

 al risultato nelle urne. Una formula che - in alternativa - potrebbe aprire all'ipotesi della candidatura di Schlein anche in altre circoscrizioni, magari in posizioni defilate.

Le liste

Oggi la segretaria farà una diretta social (su Instragam) per spiegare la scelta e i nomi dei candidati e delle candidate. Ci sono ancora molte posizioni da chiarire. Al momento tutto sembra filare via senza particolari scossoni. I capolista sono Schlein al Centro e nelle Isole, la figlia del fondatore di Emergency Cecilia Strada al Nord ovest, Bonaccini al Nord est e la giornalista Lucia Annunziata al Sud. Fra i candidati, l'ex direttore di Avvenire Marco Tarquinio, l'ex sardina Jasmine Cristallo, i sindaci Giorgio Gori, Dario Nardella, Matteo Ricci e Antonio Decaro, il primo firmatario della legge contro l'omofobia, Alessandro Zan, che corre in più circoscrizioni, l’ex segretario Nicola Zingaretti, il giornalista Sandro Ruotolo. Nardella e Gori hanno dato l’annuncio via social. C’è da capire le posizioni in lista. Nella circoscrizione Centro, ad esempio, la più affollata e dove Schlein sarà capolista per poi lasciare il posto. Dovrebbero scattare cinque, sei eletti. Ma anche al Sud dove Pina Picierno, vicepresidente del gruppo a Strasburgo, potrebbe avere un posto non così garantito. Oggi sarà un’altra lunga giornata in quel del Nazareno.

Claudia Fusanidi Claudia Fusani    
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