Pd e M5S smentiscono l'ipotesi di governo "giallorosso", ma mezzo Parlamento è pronto se Salvini apre la crisi

Di Maio e Zingaretti negano di pensare a un governo ‘giallorosso’, ma Pd e M5s sono pronti a sostenere un governo di ‘di tutti’ se Salvini apre la crisi

Salvini, Zingaretti e Di Maio (Ansa)
Salvini, Zingaretti e Di Maio (Ansa)

“Noi con quelli?! Mai!” dicono i 5Stelle di Luigi Di Maio. “Noi con quelli?! Neppure un caffè!” dice il Pd di Nicola Zingaretti. M5S e Pd negano, apertis verbis e, per una volta, vicendevolmente, di volerlo anche solo ‘sognare’ o ‘desiderare’, un governo insieme, un governo ‘giallo-rosso’. Per carità, neppure bisogna pensarlo, sarebbe lesa maestà per entrambi i partiti teoricamente interessati all’articolo ‘crisi di governo – se Salvini chiede le elezioni – nasce, come il sole all’improvviso una nuova maggioranza Pd-M5S’.

Zingaretti e Di Maio all’unisono: “restiamo avversari”

“Smentisco per l’ennesima volta, non esiste nessuna ipotesi di governo Pd-M5S” dice, quasi indignato, il segretario del Pd Nicola Zingaretti già di mattina presto, subito dopo aver incontrato il presidente della Camera, Roberto Fico, cui ha chiesto, come aveva già fatto con la presidente del Senato, Casellati, che Salvini venga “al più presto” a riferire in Aula sul Russiangate, passo che Salvini si rifiuta di fare. “Confermo – dice - che nel caso di crisi di governo la nostra posizione è sempre dare la parola agli italiani. Né ci sono in queste ore prospettive di incontro tra noi e il M5S”.

Anche Di Maio taglia la testa al toro che, forse, si palesa, anche lui molto ‘indignato’: smentisce il ventilato ribaltone e azzoppa sul nascere le voci di un’alleanza con il Pd che, forse, una parte del Movimento 5 Stelle, in fondo, auspica. Di Maio li mette a tacere in fretta e furia con toni durissimi. Anzi, il sospetto tra i vertici pentastellati è che sia la Lega ad alimentare questi rumors per distogliere l’attenzione dall’inchiesta sui fondi russi. Così il vicepremier grillino va all’attacco: “Mai un’alleanza con il partito di Bibbiano”. Il messaggio ‘deve’ arrivare sia all’esterno che all’interno del mondo pentastellato, e cioè a tutti coloro che soffrono la vicinanza con la Lega e che vorrebbero uno spostamento a sinistra dell’M5S, magari con Roberto Fico alla guida.

La corsa alla smentita: “Mai con il partito di Bibbiano”

La corsa alla smentita, dunque, è necessitata e, nello stesso tempo, lo scontro verbale è al fulmicotone: “Partito di Bibbiano con una mentalità sessista” bolla il Pd Di Maio. Parole feroci con cui il M5S si scaglia contro il Pd proprio nel giorno in cui diverse ricostruzioni di stampa ipotizzano appunto un’alleanza M5S-Pd che possa sostituire l’attuale governo gialloverde e far durare per altri anni la legislatura. Infatti, da un paio di giorni, avevano iniziato a fare capolino, sui giornali, articoli su una presunta e possibile entende cordiale tra M5S e Pd per un governo ‘alternativo’ all’attuale, quello gialloverde. La prima a scriverlo è stata la cronista politica e parlamentare del Giornale, Laura Cesaretti, lunedì. Gli altri seguono, praticamente in scia.

Matteo Salvini, mentre visita un ‘gattile’ (sic), svicola: “Un governo M5S-Pd se cade questo? Lo chiedano agli italiani. Non sono mai preoccupato da niente”. Eppure, tutto il suo stato maggiore, quello leghista, è in ansia non da oggi, ma da mesi per la convergenza tra dem e grillini su vari temi, dalle riforme istituzionali (il pacchetto Fraccaro) ai temi economici (il salario minimo) fino alla giustizia e oltre.

Oggi, però, è il giorno sbagliato per le ‘corrispondenze di amorosi sensi’ tra Pd e M5S. Alla Camera le commissioni Affari costituzionali e Giustizia sono riunite per esaminare il decreto Sicurezza bis. Il deputato dem Andrea Romano si dirige verso il banco della presidenza e, secondo quanto viene raccontato da altri, dice alla grillina Francesca Businarolo, “Chi è incinta non è in grado di presiedere”. Romano nega l’accaduto (“Ho detto che Businarolo ha presieduto male, non dando al Pd lo spazio di parola. C’è il tentativo di Brescia di farmi dire ciò che non ho detto”), ma la polemica sul ‘sessismo’ di Romano e dei dem è esplosa.

“Razzista e sessista”. I 5Stelle infuriati col dem Romano

Di Maio prende la palla al balzo per smentire ogni ipotesi di accordo con i dem: “Dal Pd c’è stato un attacco sessista, vergognoso e meschino, alla nostra Businarolo. Ciò dimostra la bassezza politica e morale di tutto il Pd: cosa merita un partito che attacca le donne in questo modo e che difende i suoi sindaci coinvolti in inchieste drammatiche, come quella degli affidamenti dei bambini di Bibbiano?”. E come se non si fosse capito il messaggio, aggiunge: “Il Pd, con Berlusconi, rappresentano il peggio di questo Paese”.

I 5Stelle sospettano che la Lega abbia messo in giro ad arte la voce: “Parlano di alleanza tra noi e il Pd per non parlare dei fondi russi destinati al loro partito”, dice una fonte M5S mentre i dem continuano a bloccare i lavori parlamentari se Salvini non andrà in Aula alla Camera come chiede il Pd.

I leghisti temono l’inciucio, Renzi stoppa a gamba tesa

Ma per i leghisti la fotografia è quella di una convergenza tra Pd e M5s su tanti, troppi, punti. A cominciare dal voto di ieri sul presidente della Commissione Ue. E non a caso – fa notare un deputato leghista molto vicino a Salvini – nei ministeri sono stati affidati incarichi ad ex consulenti Pd. Per non dire del fatto che diversi maggiorenti dem (da Dario Franceschini all’attuale presidente del Parlamento Ue David Sassoli, dal ‘mentore’ di Zingaretti, Goffredo Bettini, al suo ex braccio sinistro, Massimiliano Smeriglio) la ‘necessità storica’ di aprire il dialogo con l’M5S la vedono eccome, e da tempo, al punto da teorizzarla apertamente. Sassoli, per dire, lo ha fatto sabato scorso nel corso dei lavori dell’Assemblea nazionale e, ieri, puntualmente, a Bruxelles i grillini si sono ritrovati ben felici di votare la candidata della Merkel, la von Layer, mentre i leghisti – rimasti a bocca asciutta anche sulle vicepresidenze – sono rimasti all’opposizione con i sovranisti, cornuti e mazziati.

Eppure, come abbiamo detto, anche Nicola Zingaretti, dopo aver incontrato Fico, sembra voler spazzar via ogni dubbio: non c’è sul tavolo l’opzione di un governo tra Pd e M5S. In ogni caso, giusto per stoppare ogni possibile fuga in avanti e seguendo il vecchio adagio andreottiano (“A pensar male si fa peccato, ma spesso ci si azzecca”), l’ex segretario Matteo Renzi twitta indignato contro ogni refolo di intesa: “Oggi i giornali rilanciano accordo coi 5 Stelle. Penso a Di Maio/Gilet Gialli, Di Battista contro Obama, Lezzi sul Pil, Taverna sui vaccini, scie chimiche, vaccini, Olimpiadi, Tav, Luna. Ripeto forte e chiaro il mio no a accordo con questi”. Insomma, è tutto un ‘ma non se ne parla nemmeno’, ‘non scherziamo’, ‘ma chi ce lo fa fare?’ e via di questo passo. Eppure, la politica italiana, come si sa, è imprevedibile 

Ma se la situazione s’ingarbuglia, tutto può succedere

La situazione, quella sotto gli occhi di tutti, però, è questa, come il ‘catalogo’ di mozartiana memoria. Il governo Conte traballa, Lega e M5S se le danno di santa ragione tutti i giorni su tutti gli argomenti – dalla manovra economica alle Autonomie fino ai nuovi equilibri in seno al Parlamento Ue -, Salvini è sempre più nervoso a causa del Russiangate. Il capo della Lega continua, ostinatamente, a rifiutarsi di presentarsi in Parlamento e affrontare l’aula, sul tema. Invece, il premier Conte fa sapere che andrà al Senato, il prossimo 24 luglio, per parlarne, come se l’affaire Metropol riguardasse lui e l’intero governo e non Salvini e la Lega. Lo stesso Conte che, ormai, dato che Salvini è ‘azzoppato’, ritiene – o forse si limita a sognare – la possibilità di ritagliarsi un ruolo super partes, ‘istituzionale’, pronto a guidare, o a sostenere, magari alla guida di un suo ‘partito’, un governissimo che traghetti il Paese verso nuovi lidi. Il Pd, infine, tornato gagliardo, in palla, occupa i banchi della commissione Affari costituzionali e cinge d’assedio Salvini.

I tempi tecnici per votare a settembre sono saltati ma...

Si racconta anche, e addirittura, di un Salvini così nervoso e preoccupato al punto da essere tentato di aprire la crisi di governo fuori tempo massimo. Eppure, i tempi tecnici, per andare a votare entro metà settembre, erano il 15 luglio. Dopo quella data, ma anche dopo il 20 luglio, è impossibile. Il Colle, che già segue ‘preoccupato’, ma silente, l’evolversi della situazione, non permetterebbe mai elezioni anticipate in pieno autunno, con la manovra economica ancora tutta da scrivere, oltre che da presentare alle Camere e alla Ue, entro il 15 ottobre. Insomma, il Quirinale si farebbe argine, a quel punto, di ogni “pericolosa avventura”: “Se Salvini sbaglia tutto, come sta facendo, e apre la crisi in autunno, un governo di ‘responsabili’ per fare la manovra economica – in questo Parlamento - si trova…” commenta, tra l’ironico e il sardonico, un colonnello ex renziano del Pd. “E, come si sa, e come avvenne con il governo Dini, puoi anche dire che si tratta di un governo di ‘poche settimane’ per fare la manovra e poi andare a votare nei primi mesi del 2020” – prosegue il ragionamento il colonnello ex renziano – ma si sa come vanno queste cose: prima devi fare una cosa importante, poi ne devi fare un’altra, ad esempio ‘armonizzare’ la legge elettorale con la riforma Fraccaro (il taglio del numero dei parlamentari, ndr), poi altre ancora”.

Se Salvini rompe, il governissimo nasce in un attimo…

“Si tratterebbe di un governo di ‘responsabilità nazionale’ – continua nel suo ragionamento il colonnello ex renziano - quindi aperto a tutte le forze politiche, compresa Forza Italia e altri gruppi, con solo la Lega e FdI all’opposizione, ma anche di un governo dove Pd e M5S, mettendo dentro dei tecnici di area o anche dei politici, inizierebbero a lavorare insieme e, magari, a scoprire che vanno d’accordo. Così ti ritrovi, in un battibaleno, nel 2021 o nel 2022, quando si tratterà di eleggere, sulla base di una nuova maggioranza, il nuovo presidente della Repubblica…”. Sogni a occhi aperti di un renziano che, giustamente, non vuole ‘andare a casa’ e, cioè, perdere la cadrega? Possibile, però ragioniamoci su. Tenendo anche conto del fatto che – fa notare Antonello Giacomelli, big di Base riformista, la componente di ex renziani oggi guidati da Lotti e Guerini – “il nostro costituzionalista prestato alla politica, Ceccanti, ha fatto giustamente notare che, con un sistema nuovo, dal punto di vista istituzionale, quello della riforma Fraccaro, dovrebbe accompagnarsi una legge elettorale tutta nuova. Una legge maggioritaria o proporzionale, ma introducendo il doppio turno, un ballottaggio su scala nazionale”. Una bella fregatura, questa, sarebbe, per la Lega e per Salvini. Infatti, è ovvio che, di fronte al ‘pericolo’ della destra, chi tra Pd e M5s non fosse riuscito ad accedere al ballottaggio, andrebbe a votare, al secondo turno, per chi vi è arrivato, riversando i propri voti sul più vicino e tagliando fuori Salvini che, magari anche col 35-37%, finirebbe secondo.

Un precedente pericoloso. Il governo tecnico Dini (1995)

Fantascienza, anzi: fantapolitica? Dipende da molti fattori. Certo è che, se Salvini volesse aprire la crisi di governo in un giorno qualsiasi da oggi in poi, la ‘responsabilità’ di un Parlamento terrorizzato dalla prospettiva di andare a casa, potrebbe far giocare la parte del leone ai nuovi responsabili e una parte discreta, ma decisa, al Capo dello Stato che, di fronte a una nuova maggioranza che nasce dentro le Camere, non potrebbe certo scioglierle e concedere, a Salvini, elezioni anticipate che lui, ovviamente, vorrebbe.

Prendiamo, come precedente storico ed esempio, il 1995. Il governo Berlusconi entra in crisi a fine 1994, dopo essere durato in carica meno di un anno, perché la Lega di Bossi gli toglie l’appoggio e l’alleanza di centrodestra si scioglie al sole. Nasce un governo ‘tecnico’, guidato da un uomo di BankItalia, Lamberto Dini, che – così assicura il Capo dello Stato di allora, Oscar Luigi Scalfaro, al leader di Forza Italia, Berlusconi, che aveva stravinto le elezioni del 1994 - “durerà solo poche settimane, il tempo di fare la manovra economica, poi lo mando a casa e riporto il Paese a votare”. La promessa di Scalfaro, Berlusconi se la fa mettere persino per iscritto, ma è una promessa scritta sull’acqua. Il governo Dini, nato per durare pochi mesi, dura un anno e mezzo: vara, persino, una importante riforma delle pensioni e, quando si tornerà a votare, finalmente, ma solo nel 1996, le elezioni non le vince Berlusconi, ma l’Ulivo di Prodi.

Un precedente, quello del governo Dini, che Salvini dovrebbe tenere bene a mente o rinfrescarsi la memoria. Come si usa dire, infatti, “l’appetito vien mangiando” sia ai governi che ai premier, tanto che proprio Dini lancerà, alle elezioni del 1996, un suo piccolo partito di tipo personale (Rinnovamento italiano), destinato a scarse fortune, ma che – come accadde anche con il governo Monti nel 2012-’13 e poi la nascita di Scelta civica – occupa spazio politico e, pochi o tanti, prende voti, togliendoli a altri partiti e leader.

La ‘tentazione’ di Conte: farsi garante del governissimo

Conte, per capirci, potrebbe essere tentato dal seguire la stessa, identica, parabola. Presentarsi come ‘garante’, davanti a Mattarella come alla Ue, ai mercati e alla Nato, della stabilità dell’Italia e, di fronte a una rottura della maggioranza attuale, desiderare ‘traghettarla’ verso migliori e più alti destini, con la ‘complicità’ di un ceto politico – tre quarti dei deputati dem, praticamente tutti quelli azzurri, più della metà dei deputati pentastellati, più i gruppi minori – che di voglia di ‘andare a casa’ non ne hanno per nulla. Ma anche se non fosse Conte il nuovo ‘campione’ dell’eventuale ‘governissimo’, un nome si troverebbe e, di certo, sarebbe un nome altisonante (Mario Draghi, per dire). Infine, c’è il portato del combinato disposto che si porta dietro il via libera definitivo della riforma Fraccaro, che arriverà ai primi di settembre, e del Rosatellum: un taglio secco del numero dei parlamentari (meno 350 in tutto, tra Camera, -230, e Senato, -120) cui corrisponderà una sempre maggiore difficoltà ad essere eletti per tutti quei deputati e senatori che si presenteranno in collegi enormi e non avranno la fortuna di farlo sotto le insegne della Lega, il solo partito che, oggi, è sicura di fare l’en plein dei voti.

Insomma, “la paura dà il coraggio”, canterebbe De André, o – come dice il colonnello renziano di cui sopra – “l’appetito vien mangiando. Salvini, dopo averle azzeccate tutte, ora inizia a sbagliarle tutte. Noi restiamo qua, e osserviamo…”. Del resto, la politica è una scienza esatta e, soprattutto, una scienza che non ammette vuoti, ma soltanto tanti pieni.