Il Pd vince a valanga ovunque, Letta diventa fortissimo, Conte debolissimo. Analisi e prospettive dei "giallorossi"

Ora, però, Letta comanderà le truppe dem dal Parlamento per ‘spianare’ la minoranza renziana. Probabile la ‘chiama’ a un congresso anticipato

Matteo Lepore, Gaetano Manfredi, Giuseppe Sala
Matteo Lepore, Gaetano Manfredi, Giuseppe Sala (Ansa)

La si potrebbe chiamare, anche, volendo, una "vittoria di Pirro", a voler vedere il bicchiere mezzo vuoto e non, come lo vedono nel Pd, non mezzo pieno, ma proprio pieno pieno, traboccante di acqua pura, brillante, rigogliosa. Infatti, più che per i 'meriti' del centrosinistra, e del Pd, queste elezioni comunali e amministrative, più che vincerle il centrosinistra, le ha perse il centrodestra: astensionismo alle stelle, candidati tutti sbagliati, liti continue dentro la coalizione, scandali uno di seguito all'altro, tra Salvini e la Meloni, tra Lega e FdI, Berlusconi furente, negli ultimi giorni, contro i suoi alleati, ma assente, e per troppo tempo, e incapacità totale di parlare al 'cuore' del Paese, le periferie come i ceti urbani, in ogni grande città, Ma, dentro il Pd, come in tutto il centrosinistra, il bicchiere lo vedono, appunto, bello pieno, e solido come un diamante.

Le parole di Losacco Alberto (chi era costui?) indicano che, stavolta, il ‘partito’ è unito…

“Le schiaccianti vittorie di Milano, Napoli, Bologna e delle suppletive a Siena con l’elezione del segretario Letta. Gli ottimi risultati in tutte le grandi città che andranno al ballottaggio, a cominciare da quello di Roma, dove si è giocata la partita più complicata. Questi numeri, sommati a quelli di tutti gli altri comuni, parlano chiaro: il Pd e il centrosinistra sono i vincitori di questa tornata elettorale”. “Il lavoro sulla coalizione e i candidati che abbiamo espresso – spiega Losacco - hanno mandato in crisi un centrodestra che in tre delle sei grandi città non arriva neppure al ballottaggio e che a Roma è momentaneamente primo solo per le divisioni nel nostro campo” (la lista Calenda, ndr)

Area dem (Franceschini) fa e disfa da sempre, dentro il Pd. Letta ‘chiamerà’ il congresso?

Chi lo dice? Enrico Letta? No. Allora Andrea Orlando o Beppe Provenzano, che si contendono la leadership della sinistra del Pd? No. Allora Nicola Zingaretti o Goffredo Bettini, inventore di quel ‘modello Roma’ e ‘grande elettore’ della candidatura di Roberto Gualtieri che ha imposto a dispetto pure di Letta? Macché. Lo dice Alberto Losacco, deputato dem. Uno potrebbe dire: “Losacco, chi era costui?”, con echi di manzoniana memoria. Ecco, Losacco, ai più, non dice molto, ma è un deputato di fede franceschiniana ‘osservante’, uno dei tessitori, sottotraccia, di quella Area dem (la corrente del ministro alla Cultura, appunto) che, da sempre, cioè almeno da quando il Pd è nato, con Veltroni, ma soprattutto dall’era Bersani (poi Letta, ma al governo, poi Renzi, poi Zingaretti, ora Letta, ma al partito) decide, nel Pd, il bello e il cattivo tempo. Insomma, decide se ‘uno’ deve fare il segretario e ‘un altro’ il premier (e viceversa).

Ecco, se il buon giorno si vede dal mattino, Letta potrebbe fare esattamente quello che fece l’odiato ‘nemico’ Renzi, ma quando era già finito alle corde: ‘chiamare’ un congresso anticipato per spiazzare i suoi avversari interni (gli ex renziani, quelli di ‘Base riformista’, ma anche Bonaccini, governatore dell’Emilia-Romagna, e tanti sindaci, che da tempo gli si sono messi ‘alle calcagna’) per farsi ‘incoronare’ leader attraverso quel lavacro di folla, e di militanti, e di simpatizzanti, che sono, da sempre, nel Pd, le note primarie.

Non foss’altro perché Letta è stato, sì, eletto segretario, all’unanimità, ma solo dentro il ‘parlamentino’ del Pd, l’Assemblea nazionale, dunque con una elezione da parte dell’Apparato, di secondo grado, e Letta, invece, proprio come il suo antico mentore, Romano Prodi, sa bene quanto sia importante, e carismatico, per chi fa il segretario del Pd – e, forse, pure il futuro leader del centrosinistra – farsi eleggere con le primarie.

Ma se questo accadrà, si vedrà nel 2022, dopo l’elezione del nuovo inquilino del Colle (altra prova decisiva, per Letta e la sua leadership…), anche perché i temi ‘lunghi’ del congresso dentro il Pd (almeno sei mesi) non collimano di certo con eventuali elezioni politiche anticipate al 2022 cui si andrebbe, probabilmente, incontro se – come già la Meloni lancia il suo guanto di sfida, proprio a Letta – Draghi andasse al Colle.

Nel Pd quasi non ci credevano, alla vittoria

Come sia sia, se lo dice Losacco – peraltro amico personale di quel Francesco Saverio Garofani, oggi consigliere ‘sottomarino’ (nel senso che non si vede e non si sente) del Capo dello Stato, Sergio Mattarella – vuol dire che… è vero...

Il Pd ha vinto le elezioni ed è diventato il primo partito d’Italia. A ‘non’ crederci, sulle prime, sono proprio quelli del Pd. Insomma, un successo così vasto, così ‘epocale’, non se lo aspettavano neppure loro. Quasi non credono ai loro occhi, nel compulsare i primi exit poll e le prime proiezioni. Le prime dichiarazioni, infatti, sono guardinghe, fatte da esponenti minori e locali del partito. Ci vogliono ore prima che, dentro il Pd, prendano dimestichezza col successo cui, da troppo tempo (diciamo pure dal 40% del 2015, ma erano elezioni europee e le vinse l’odiato Renzi…), non erano davvero più abituati. E poco importa l’altissimo astensionismo. O che, tra grandi centri e piccoli e medi, le differenze siano vistose. O che, ancora, nelle grandi città, siano andati a votare solo i ceti borghesi, le Ztl, e non le periferie. O che, in Calabria, il Pd – alleato con l’M5s – abbia registrato una sonora batosta. O che l’alleato per eccellenza, i 5Stelle, appunto, si siano ridotti a percentuali modeste, o infime. O che, a Trieste (solo), il centrodestra canti vittoria. Bazzecole. Cose di cui neppur dover tener conto.

Le clamorose vittorie dei candidati dem

Le vittorie – sicure, ma non con risultati così – di Bologna e Milano, con candidati ‘schiacciasassi’, Lepore e Sala, rispetto ai loro avversari, e la vittoria – per nulla sicura, e davvero clamorosa – di Manfredi a Napoli, al primo turno. Ma anche il ballottaggio che vede in testa il Pd a Torino (senza neppure l’M5s come alleato) con Lorusso, contro l’unico civico ‘buono’ del centrodestra. E, in modo altrettanto inaspettato, il fatto che Gualtieri, a Roma, stia a solo un’incollatura da Michetti, con la Raggi lontana, e i voti di Calenda che – sono sicuri, dentro il Pd – al ballottaggio “torneranno tutti all’ovile” (cioè a Gualtieri, che però qualche domanda su quei voti dovrà farsela) rappresentano un dato di fatto assai inaspettato.

E così, è davvero una gioia infinita che ‘tracima’ dal Nazareno ai militanti, da Siena, dove si trova Letta, al suo quartier generale (uno sciccoso hotel, peraltro) ai comitati elettorali dei candidati dem sparsi in tutte le principali città italiane.

Poi parla Letta e dice cose molto precise

In ogni caso, ubriacati come sono del ‘sapore della vittoria’, serve – si diceva - che intervenga, direttamente, il segretario del Pd, Enrico Letta, a sua volta assai ebbro per l’altrettanto rotonda vittoria nel collegio uninominale di Siena (49%), per esultare, in modo chiaro, rotondo, semplice, ma anche per ‘rimettere a terra’ il partito: “Abbiamo vinto sul territorio, non su Twitter o nei salotti” – dice il neo-deputato dem, pronto, a giorni, a prendere possesso del suo ufficio in Parlamento, da dove governerà il Pd anche e soprattutto nella corsa al Colle come pure in tutte le ‘cabine di regia’ del governo Draghi e, forse, anche per precipitare il Paese a elezioni anticipate ove mai tale tentazione allignasse (e già alligna, come si è visto dalle parole della Meloni a Letta) - Siamo tornati in sintonia con il Paese. Cinque anni fa al primo turno non ottenemmo nessuna vittoria”. Poi, aggiunge: “Abbiamo dimostrato che la destra è battibile” e – ammette – “ha sbagliato completamente la campagna elettorale”.

Letta è chiaro: il Pd ‘deve’ svoltare ‘a sinistra’

Ma la frase ‘politicamente’ impegnativa è questa: “Si vince solo se si allarga la coalizione andando oltre il Pd”, dice Letta, e intende ‘a sinistra’. Ecco, i riformisti dem – quelli dell’area Lotti&Guerini, solo a sentir dire che bisogna andare ‘oltre il Pd’, cioè “a sinistra”, di solito mettono mano alla fondina della pistola, ma stavolta non fanno un fiato, neppure un plissé. Taccio, muti e, anche, abbastanza sconsolati.

“Questa vittoria – scandisce Letta, tra gli applausi e la commozione dei suoi, ancora più ebbri di lui - rafforza l’Italia perché rafforza il governo Draghi. La destra ha sbagliato campagna elettorale. Vinceva quando aveva un federatore, Berlusconi. Senza di lui, non vince più” (vero, peraltro: il centrodestra ha sbagliato i candidati, il genere di gara, la competizione, tutto). Il concetto, del resto, è facile, semplice, e pure assai immediato, da capire: il centrodestra è diventato ‘destra-centro’ (e perde), il ‘centro’ non esiste, “di qua” – direbbe Bersani – c’è ‘solo’ la Sinistra, quella con la ‘S’ maiuscola.

Una “grande chiesa/ da Che Guevara a madre Teresa”, direbbe, invece, Lorenzo Cherubini (in arte Jovanotti), che va dalla sinistra-sinistra di Elly Schlein (Bologna) a quella ‘ecologista’ e ‘radicale’ (Roma, Napoli) fino a quel che resta dei centristi che ‘ci stanno’ ad allearsi con il Pd (Sant’Egidio a Roma, le liste civiche, i moderati che, a Milano, hanno preferito Sala a Bernardo).

Insomma, i centristi senza ‘puzza sotto il naso’, proprio come Calenda, dai dem assai aborrito. I ‘centristi’ finti, quelli di Renzi&Calenda, invece, non servono, sono un’inutile orpello ‘borghese’. Anche se i loro voti, almeno a Roma, serviranno eccome, a Gualtieri, per vincere al ballottaggio, e infatti Calenda già ‘sfotte’ Letta e gli chiede se, ‘ora’, i suoi voti li vuole o, invece, gli ‘puzzano’.

Sarà questo il Pd del futuro, Pd ‘de sinistra’? Si vedrà. Certo è che è diventato il primo partito d’Italia, ha vinto in tutte le grandi città del Paese (o quasi) e i 5Stelle possono fungere, casomai, da junior partner, malridotti come sono, dopo il voto.

La profezia di Parisi: perdere, non perdersi… E le sempre ‘sagge’ parole di Romano Prodi…

Ora, il Pd – direbbe Arturo Parisi, capitano in seconda dell’Unione, dopo l’Ulivo, di quel Romano Prodi che ieri sera ha detto che trattasi di “una vittoria indubitabile del Pd e di Letta che ha messo insieme una larga coalizione”, anche se poi, Prodi, cogitabondo ma saggio, aggiunge: “Sono mutati i rapporti di forza, non è più il problema di una alleanza tra uguali. I 5 Stelle al Nord stanno scomparendo. Ora i rapporti saranno completamenti diversi, ora c’è un perno, ora il rapporto con il M5S può essere portato avanti in modo completamente diverso – può non ‘perdere’, come è pure capitato, e per ben due volte alla coppia Parisi&Prodi, ma “perdersi”, cioè sprecarla e sporcarla, la vittoria ora arrivata.

Letta si fa accorto: non sono un supereroe

Letta, non a caso, si fa subito accorto, aggiusta subito il tiro e dice che “molti di questi risultati li condivido con Zingaretti per il lavoro impostato prima del mio arrivo” perché “la politica è anche questo, non c’è nessun supereroe”. Supereroi no, ma un ‘eroe’, nel centrosinistra vittorioso, c’è e si chiama Letta (Enrico), che, ora, si gode il suo ‘trionfo’. Lo farà, a partire da oggi, da deputato ‘non’ semplice del Pd e per quelle ‘truppe’ dem assai riottose, e negligenti, a ogni ‘ordine’ e a ogni ‘comando’, saranno bei guai: Letta li tratterà con lo scudiscio. Non fosse altro perché li potrà comandare da vicino e controllarne tutte le mosse sia nel ‘grande gioco’ del Colle che pure dopo…

Il tracollo ‘bestiale’ M5s e le sue conseguenze

Ecco, ma i 5Stelle? Distrutti, polverizzati, ridotti a percentuali da prefisso telefonico al Nord. Umiliati a Roma, nonostante il 20% della Raggi, che arriva solo terza, e il 10% della Sganga a Torino, dopo che la sindaca uscente, Appendino, fiutata l’aria, ha pensato che era meglio lasciar stare. Neppure decisivi, un puro orpello, pure a Napoli, dove pure restano discretamente in salute, ma lì è tutto merito Di Maio e Fico, non di Conte. 

Ecco, il povero Conte. Osannato nelle piazze in giro per l’Italia e umiliato, alla sua prima prova, nelle urne, tanto per ribadire il vecchio, arcinoto, detto di Pietro Nenni (“piazze piene, urne vuote”) che però, va detto, vale pure per Calenda.

Conte prova a difendersi e si rifugia a Napoli

“I dati non possono compromettere il nuovo corso” dice Giuseppe Conte mettendo le mani avanti. È la prima tornata elettorale sotto la sua guida e, per il M5s, è un bagno di sangue. A Milano è un testa a testa con il movimento dell’ex Gianluigi Paragone, ma non per il ballottaggio, per un terzo posto su percentuali vicine al 3%. A Torino, dopo cinque anni di governo, il M5s incassa un misero 8%, a Roma Virginia Raggi resta fuori dal secondo turno e si contende voto a voto il terzo posto con Calenda.

“Abbiamo vinto a Napoli”, provano a difendersi i 5 stelle esultando per Gaetano Manfredi che la spunta al primo turno, ma con l’obiettivo che si erano posti, diventare la prima lista in città, che probabilmente sfumerà alla fine dello spoglio: sono crollati 40% delle politiche a poco più del 10%. A Bologna sosteneva il centrosinistra, ma è ben lontana dalle speranze di incassare un risultato a due cifre: restano inchiodati al 4%.

“Siamo morti”, dice un parlamentare al telefono

“Il nuovo corso forse non è compromesso, ma sicuramente parte zavorrato”, scrive un collega. È uno scenario da tregenda per il partito di Conte: vince solo trainato dal Pd e perde di brutto dove va da solo, con candidati identitari come la Sganga sotto la Mole ma anche la stessa Raggi. Al punto che anche i favorevoli all’alleanza oggi si interrogano: “È vero che vinciamo, ma da partner di minoranza, così finiamo dissanguati”.

Le truppe parlamentari del M5s già in rivolta

Il partito fibrilla, poi a metà pomeriggio arriva una proiezione che vede la sindaca della Capitale in rimonta: serpeggia un breve brivido di euforia, che viene stroncato presto dai dati che continuano ad affluire. Tra i parlamentari è un vespaio tra chi difende “i buoni risultati a Napoli e Bologna”, sostenendo la linea di Conte che dice che “questo è il tempo della semina per il M5s, siamo appena partiti con il nuovo corso, si è insediato appena prima che si depositassero liste, il nuovo corso non ha potuto dispiegare appieno le sue potenzialità” e chi, invece, gli getta la croce addosso per una campagna elettorale tutta e solo ‘autocentrata’ e che ha ‘oscurato’ i candidati.

La verità? Lo stato di crisi in cui versa il Movimento è profondo. “Forse a questo nuovo corso servirebbe un bel bagno di umiltà”, ragiona un onorevole. Il timore è quello di diventare una costola della sinistra, junior partner minoritario di una coalizione che calza molto stretta a chi ha nel dna il “no alle alleanze” e la “centralità” del M5s.

Conte fa buon viso a cattivo gioco, spiega ai cronisti che “avevo detto che ci avrei messo la faccia ed eccomi qui”, ma il volto è teso, e chi ha avuto modo di parlarci – racconta Salvatori - spiega che si aspettava qualcosa in più. Il partito sbanda, c’è chi dice che “un conto sono i like e un conto la vita reale”, chi spiega che “Conte deve fare tanta palestra, non servono i selfie, serve convincere le persone con un progetto credibile”.

Il post di Grillo apparso come un de profundis

L’ex premier è nervoso. Beppe Grillo poco prima che si chiudessero i seggi ha postato una foto con Gianroberto Casaleggio e l’enigmatica didascalia: “Abbiamo fatto l’impossibile ora dobbiamo fare il necessario”. Alcuni la leggono come la necessità di convivere con una leadership che, non è un mistero, non gli va a genio affatto, altri proprio come un attacco al nuovo capo, ma un’interpretazione autentica non è dato saperla.

Conte risponde quasi stizzito a chi glie la chiede “E che sono io l’interprete dei post di Grillo?”, come a scrollarsi di dosso l’ennesimo problema interno di una giornata niente affatto semplice.

L’avvocato del Popolo (che fu, il Popolo…), ora, pensa ai ballottaggi, non scioglie le riserve ma spiega che se appoggio ci sarà, non sarà per i candidati di centrodestra. Il borsino interno del presidente e del M5s riporta in alto le quotazioni di un sostegno a Roberto Gualtieri a Roma, in forte ribasso quelle di un appoggio al Pd torinese.

Conte ‘fugge’ a Napoli, il Movimento implode

Ma prima ci si dovrà leccare le ferite e capire fino a che punto la leadership contiana esce indebolita da una sconfitta così netta. La maggioranza dei gruppi parlamentari è ancora con lui, ma il malumore serpeggia sempre più insistente. Whatsapp down, il chiacchiericcio che stava montando nelle chat si interrompe e aiuta, come fosse una manna dal cielo, stavolta. Conte prende la macchina e se ne va a Napoli, una delle pochissime città in Italia dove ieri sera può dire di avere vinto. E forse nemmeno del tutto, dato che, appena arriveranno i dati sulle liste nei vari centri (piccoli, medi e grandi) saranno altri, brutti, guai.