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Ciascuno a suo modo. Pandemia e chiusure: chi ha fatto meglio e chi peggio in Europa, Regno Unito e Stati Uniti

Ora che il Covid ha cominciato ad allentare la sua presa, e la situazione si va quasi normalizzando, è possibile fare una prima valutazione

Alessandro Spaventadi Alessandro Spaventa   
Foto Shutterstock
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Sono passati quasi venti mesi da quando il Covid-19 ha cominciato a dilagare in Europa, nel Regno Unito e negli Stati Uniti, e in questi venti mesi ogni paese ha cercato di affrontare la pandemia a suo modo. La strategia di fondo e le misure adottate sono state più o meno uguali per tutti: chiusure, distanziamento e vaccini. Ma l’intensità, la durata e la tempistica delle azioni intraprese sono state diverse da stato a stato. C’è chi ha scelto di tenere aperto il più possibile, chi di procedere a chiusure generalizzate e chi a chiusure mirate. C’è chi ha chiuso tutto al primo allarme e chi il più tardi possibile, chi ha ritenuto che le scuole fossero l’ultima cosa da sacrificare e chi ha ritenuto che fossero un veicolo di contagio da fermare subito. Infine, c’è chi ha potuto contare sulla produzione in casa di vaccini, chi si è affidato alla Commissione Europea e chi ha preferito Sputnik. Insomma, pur in un quadro comune, le differenze sono state molte. E ora che la pandemia ha cominciato ad allentare la sua presa e la situazione si va quasi normalizzando è possibile fare una prima valutazione di chi abbia ottenuto risultati migliori o peggiori.

Una rozza analisi

Un giudizio compiuto dovrebbe naturalmente tenere conto di molti fattori: condizioni di partenza, struttura della società e della popolazione, apertura all’esterno, e via di questo passo. Un percorso lungo e complesso che si lascia volentieri ad altri. Questo non vuol dire, tuttavia, che non si possa tentare comunque una prima rozza valutazione partendo da due elementi: il primo è che la scelta di fondo che tutti i governi si sono trovati ad affrontare è la stessa; il secondo è che nel compiere tale scelta essi hanno o dovrebbero aver tenuto conto, almeno in parte, dei molti fattori di cui sopra.

L’amletico dubbio

Da gennaio 2020 in poi ogni esecutivo si è trovato di fronte allo stesso amletico dubbio: meglio chiudere per arginare l’epidemia a prezzo di una catastrofe economica o tenere aperto con il rischio di contare morti su morti ogni giorno? Chi si è affidato soprattutto alla prima strada dovrebbe essere riuscito a limitare il numero dei decessi, chi ha scelto la seconda dovrebbe esser riuscito ad attutire il calo dell’attività economica. Un modo per capire come sia andata è quindi quello di osservare le statistiche sulla mortalità da un lato e quelle sul PIL dall’altro per i 18 mesi che vanno da gennaio 2020 a giugno 2021. Il grafico di seguito riporta quel che vien fuori analizzando i dati per i paesi dell’Unione Europea, la Gran Bretagna e gli Stati Uniti.

Bene a nord, male a est

Chi sta nel quadrante in alto a destra è andato bene. L’economia alla fine non ha sofferto più di tanto e i decessi sono stati relativamente bassi. Più ci si sposta a sinistra e in basso, peggiori sono i risultati ottenuti in termini rispettivamente di numero di decessi e di calo del PIL.

Ad aver fatto bene sono i paesi scandinavi e in misura minore i baltici. Ad aver ottenuto risultati poco lusinghieri ci sono i paesi dell’Europa dell’est. Tutti gli altri hanno ottenuto in varia misura un risultato simile, PIL in calo tra lo 0 e il 5% ed eccesso di mortalità meno elevato. Tra i grandi paesi europei, la Germania ha sofferto di più dal punto di vista economico rispetto a Italia e Francia, ma ha avuto più successo nel contenere il numero dei decessi. Sotto questo aspetto l’Italia sconta purtroppo il fatto di essere stato il primo paese a dover affrontare il dilagare del Covid-19. La Spagna è andata abbastanza male su entrambi gli aspetti mentre il Regno Unito è più o meno in linea con la maggior parte dei paesi europei. Diverso il caso degli Stati Uniti che, pur limitando gli effetti negativi sulla crescita, hanno registrato un eccesso di mortalità abbastanza elevato.

Scuole aperte o chiuse?

Un’altra difficile scelta che i governi si sono trovati di fronte è stata quella riguardante le scuole: tenerle aperte o chiuderle? Il dubbio nasceva dal timore che esse potessero essere un importante veicolo di contagio e peggiorare quindi l’andamento della pandemia. Grazie ai dati forniti dall’Unesco, che ha calcolato le settimane di chiusura totale o parziale delle scuole per ogni paese, è possibile tentare una prima valutazione, sempre assai grossolana, della consistenza di tale dubbio. In pratica capire se il rischio che si sono assunti alcuni governi decidendo di limitare al minimo la chiusura delle scuole si sia rivelato fatale o meno.

Mettendo i dati dell’Unesco a confronto con quello dell’eccesso di mortalità ne vien fuori che forse il timore sulle scuole non era poi così fondato. In generale, i paesi che le hanno tenute aperte più a lungo non sembrano essere stati penalizzati dal punto di vista dei decessi. Al contrario quelli che hanno chiuso di più sono anche quelli che hanno sofferto di più. Certo, i fattori in gioco sono molti, e tali da agire in direzioni diverse, ma a un primo sguardo l’apertura delle scuole non sembra essere stato un fattore determinante per l’aumento della mortalità. Chi ha scommesso in tal senso decidendo di chiuderle il meno possibile alla fine sembra aver fatto la scelta giusta.

Nota

Per il primo grafico è stato usato da un lato l’eccesso di mortalità ogni 100mila abitanti, calcolato raffrontando il numero dei decessi nel 2020-21 rispetto alla media 2015-19, e dall’altro la variazione del PIL a prezzi correnti, stagionalizzato e corretto per l’aumento dei prezzi al consumo.

Per il secondo grafico, oltre all’eccesso di mortalità ogni 100mila abitanti, è stata utilizzata la somma del numero di settimane di chiusura totale e parziale delle scuole fornito dall’Unesco. Alle settimane di chiusura totale è stato dato peso 1 a quelle di chiusura parziale peso 0,5.

I dati sono presi da Eurostat, Office for National Statistics, NISR, National Records of Scotland, CDC, US Bureau of Labor Statistics, Bureau of Economic Analysis. Per incompletezza dei dati non sono stati considerati Lussemburgo e Irlanda.

Alessandro Spaventadi Alessandro Spaventa   
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