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Meloni evita i microfoni. Al lavoro su legge di bilancio e squadra di governo. Con i tecnici

Ma poca Lega e poca Forza Italia. Agli alleati le presidenze di Camera e Senato. Opposizioni al momento non contemplate. La scelta di non fare conferenza stampa per evitare polemiche. Salvini rassicura: “Nessun passo indietro, avanti cinque anni”. Ma non sarà ministro dell’Interno. A Lega e Fi andranno un paio di ministeri. Verso un governo quasi monocolore

Claudia Fusanidi Claudia Fusani     
Meloni evita i microfoni. Al lavoro su legge di bilancio e squadra di governo. Con i tecnici
Foto Ansa

Non c’è molto tempo per godersi la vittoria. E bisogna anche evitare di perdere tempo in polemiche di vario genere: da qui la decisione di Giorgia Meloni di rinviare la conferenza stampa e le relative domande dei giornalisti. Anche perchè la mattina non è cominciata benissimo con gli auguri assai confidenziali della serie “adesso vai avanti tu Giorgia poi arriviamo noi” di Orban e Lepen che levano ogni residuo dubbio sull’intensità dei rapporti tra i due, i sospetti della prima ministra francese che ha promesso “sapremo vigilare sul rispetto dei diritti”. C’è anche il problema del rispetto del protocollo: Meloni è già premier ma non può dirlo finchè il Presidente della Repubblica le darà ufficialmente l’incarico.  Insomma, meglio lasciar perdere e restare concentrati. Come farebbe del resto un saggio premier in pectore. Profilo istituzionale. Basta fare foto sui social con due meloni in mano e la scritta “vota meloni”. Quel tempo li, piaccia o no, deve finire. Puntare sulla responsabilità. Come ha detto la notte della vittoria salendo sul palco. E' anche un messaggio a chi la accusa di inaffidabilità, a chi in Europa vede nella sua vittoria un pericoloso sbandamento a destra del Paese. E se è vero che Giorgia Meloni ha sempre ribadito di voler difendere gli interessi nazionali a Bruxelles, lo è altrettanto la consapevolezza che certe istituzioni stanno lì a guardare, ad aspettare di vedere che volto avrà il suo governo.

Al lavoro su dossier e squadra di governo

Il giorno dopo di Giorgia Meloni è quindi lontano dalle telecamere, testa bassa sui primi dossier su cui dovrà essere operativo il suo governo, un po’ di casa e famiglia, una lunga telefonata con Draghi filtrata da ambienti parlamentari. Il passaggio delle consegne sarà ancora lungo, Mario Draghi resterà a palazzo Chigi almeno un altro mese, tempo che coincide con alcune scadenze chiave. Se saranno Draghi e il ministro Franco  a presentare tra la fine di questa e l’inizio della prossima settimana la Nota di aggiornamento del bilancio (Nadef), ovverosia i grandi numeri (tra cui pil e rapporto debito-pil) che saranno  la cornice della legge di bilancio 2023 che dovrà essere presentata a Bruxelles entro fine ottobre, sarà il nuovo governo a scrivere la legge di bilancio che della Nadef è diretta conseguenza. Se qualcuno pensa o spera che sarà  Draghi alla fine a metterci le mani, depone male le proprie speranze.  E’ più che probabile invece che nella “cordiale” telefonata i due abbiano parlato di questo e anche di molto altro. Le prossime settimane sono fitte di impegni internazionali (venerdì in Portogallo per il vertice dei paesi sud europei e mediterranei; il 6 il vertice Ue a Praga; il 20 ottobre Bruxelles per il Consiglio Ue) e sarebbe preferibile condividere con i subentranti le decisioni che il governo Draghi porterà in quei vertici. Anche perchè si tratta di vertice che hanno sostanzialmente un tema all’ordine del giorno: come combattere l’inflazione e il caro energia, la vera spina nel fianco del governo entrante. 

“Governo monocolore”

In questo contesto non sarà così facile per Giorgia Meloni fare quel governo “praticamente monocolore al netto di un paio di profili tecnici” che esce dai numeri delle urne e di cui parlavano ieri alcuni suoi  fedelissimi. Se non ci sono dubbi sull’incarico a Meloni, sulla squadra di governo è chiaro che sia Salvini che Berlusconi vorranno avere voce in capitolo. Non è detto però che le cose vadano così. “Escludiamo che Berlusconi possa essere presidente del Senato – spiegava ieri sera una fonte di Fratelli d’Italia – palazzo Madama dovrebbe essere assegnato a Calderoli e la Camera a Forza Italia”. Da escludere anche che Salvini possa fare il ministro dell’Interno (“è unfit per questo incarico”). Si fa strada il nome del prefetto Piantedosi che comunque è stato capo di gabinetto quando Salvini era ministro. Se Forza Italia potrà avere Tajani ministro degli Esteri a mo’ di assicurazione sulla vita con il Ppe, è possibile che alla Lega vada l’Agricoltura (il candidato è Centinaio) e che venga riconfermato Giorgetti per dare continuità al Ministero dello Sviluppo economico. Sarà complesso trovare un ruolo idoneo per Salvini. Ma il leader della Lega ignora tutte queste difficoltà. E di sicuro anche Berlusconi non prenderà bene di essere messo da parte.

Sulla presenza di tecnici in squadra dice Ignazio La Russa. “Per noi non è importante che abbiano la tessera del partito. Bisogna scegliere le migliori energie ma compatibili con il programma e il progetto”. Il sogno nel cassetto di Giorgia Meloni sarebbe quello di portare Fabio Pianetta, attualmente nel board della Bce, in via XX settembre. Ma non è detto che riesca a convincerlo anche perché l'interessato sarebbe molto attratto dalla possibilità di diventare il prossimo governatore della Banca d'Italia.

Di certo, Meloni vuole accanto a sé a palazzo Chigi i suoi consiglieri più fidati: per il ruolo di sottosegretario alla presidenza del Consiglio i nomi sono quelli di Ignazio La Russa o Gianbattista Fazzolari, il consigliere economico. Con gli alleati per ora non si è ancora entrati nel merito della squadra. I contatti saranno avviati nei prossimi giorni con le preghiera diffusa e ripetuta di non perdere tempo. “Non sarà usato il bilancino” dicono fonti di Fdi. Poi magari Meloni saprà essere così generosa nel momento della vittoria da preferire la pax interna a quote di potere. Sarà, questa, la partita delle prossime settimane.

La vittoria copre le divisioni. Per ora

I leader stranieri, i dossier, e poi ci osno gli alleati. Giorgia Meloni avrà il suo bel da fare anche su questo fronte. La vittoria schiacciante al momento copre screzi, divisioni e sospetti. Il destracentro ha stravinto, ha ottenuto il 44% dei voti alla Camera e al Senato che significa una maggioranza di circa 114 seggi (su 200) a palazzo Madama e circa 240 (su 400)  alla Camera. Il destracentro non è maggioranza nel Paese perché al netto del 37% di astenuti, la più alta di sempre.  se si sommano le percentuali di voto di P, +Europa, Versi e Sinistra, 5 Stelle e Terzo Polo si ottiene il 48,7% dei consensi. Se invece si sommano le percentuali di Fratelli d’Italia, Forza Italia, Lega e Noi Moderati si arriva al 43,8%. Il destracentro quindi, nonostante la cannibalizzazione ai danni di Lega e Forza Italia, entro la fine del mese di ottobre, giorno più o meno, salirà al Colle e indicherà Giorgia Meloni come candidato premier. Sarà la prima donna premier italiana. Sarà la prima volta che un partito con la fiamma tricolore nel simbolo, elemento grafico riconducibile ai partiti della destra storica, guiderà il Paese. Fratelli d’Italia con il 26% dei consensi ha più che triplicato i voti di Lega (8,9%) e Forza Italia (8,3%). Da qui il nodo lessicale per cui il centrodestra è diventato più correttamente destra-centro.

Salvini tira dritto: 5 anni al governo   

Questioni lessicali a parte, il quadro che esce dalle urne consegna il partito di Giorgia Meloni il ruolo di kingmaker assoluto della prossima legislatura. E, come effetto collaterale, un problema di sbilanciamento di rapporti rispetto soprattutto alla Lega crollata all’ 8,9. Meno problemi per Forza Italia che è riuscita a recuperare un paio di punti percentuali (8,3) grazie a Silvio Berlusconi che, al netto di qualche gaffe (la più grave quella su “Putin che voleva mettere gente per bene al governo di Kiev”), ha saputo essere centrale e rassicurante in una campagna elettorale violenta e senza temi.

Il vero sconfitto della coalizione è quindi Matteo Salvini. Ma chi ha elucubrato circa un suo “inevitabile passo di lato”, ha dovuto prontamente ricredersi. Il leader della Lega ha aspettato ieri mattina per tirare la riga sull’esito del voto. Ed è stato tranchant: “Con il 9 per cento dei voti portiamo a casa cento parlamentari, un patrimonio di donne e uomini che mi tengo ben stretto” soprattutto perché sono tutti da lui selezionati sulla base di accertata fedeltà. “E’ chiaro – ha aggiunto - che non sono contento, non ho lavorato per questo 9% ma vi dico che andremo avanti per cinque anni insieme e senza perdere tempo. Alle quattro di stamani (ieri mattina, ndr) ho parlato con Giorgia, le ho fatto i complimenti e le ho detto che lavoreremo tanto insieme e a lungo”. La Lega è un partito “leninista”, che Salvini in questi anni ha plasmato a propria immagina e somiglianza. Le ultime liste sono state il repulisti finale. Il Capitano quindi va avanti e non ha alcuna intenzione di sottoporsi ad un processo interno. Anzi. L’analisi del tracollo è presto fatta: “E’ chiaro che da un punto di vista politico è stata premiata la scelta di Fratelli d’Italia di stare all’opposizione. La Lega ha fatto una scelta diversa perché il paese era in ginocchio e ha scelto di dare vita al governo Draghi. Una scelta che rivendico perché in quel momento il Paese aveva bisogno di responsabilità. Ma adesso governiamo noi e saranno cinque anni intensi”.

Zaia fuori dal coro

Unica voce fuori dal coro – un coro a dir la verità muto e silente – è stata quella del governatore del Veneto Luca Zaia che ha parlato di “risultato assolutamente deludente” per cui “non bastano semplici giustificazioni”. Questo è un “momento delicato per la Lega ed è bene affrontarlo con serietà perchè è fondamentale capire fino in fondo quali aspetti hanno portato l'elettore a scegliere diversamente”. Il j’accuse di Zaia non ha sortito effetti. Il governatore si è riunito con Salvini e gli altri Presidenti di regione nel primo pomeriggio. Il segretario ha tirato diritto e non accetta critiche né ulteriori analisi della sconfitta. Ma teniamo da una parte questa parole insieme con il malcontento della base leghista veicolato tramite social. E’ una linea di frattura che potrebbe riemergere presto.

Berlusconi eletto senatore

Berlusconi ha parlato per ultimo. Non a caso. Tornerà da senatore eletto in quel palazzo che ne votò la decadenza il 27 novembre 2013 in applicazione della legge Severino dopo la condanna per frode fiscale. Per il Cavaliere è il risarcimento cercato negli anni. Missione compiuta, quindi. E non solo per questo. Il Presidente di Forza Italia ha rivendicato la tenuta di Forza Italia (“siamo radicati nel cuore degli italiani”), ha sottolineato che “la forte crescita di Fratelli d’Italia non è avvenuta ai nostri danni” (della serie se la vedano Salvini e Meloni) e di aver respinto l’assalto dei centristi (Renzi e Calenda con un buon 7,8% non hanno sottratto voti a Forza Italia). Ha soprattutto voluto sottolineare di essere “determinante per un centro-destra di governo, sia dal punto di vista dei numeri che dal punto di vista politico. Questo ci impegna, come membri italiani del Ppe, a garantire il profilo internazionale, il profilo europeista, liberale ed atlantico del prossimo governo”.

Salvini si sente “determinante”. Berlusconi si sente “determinante” oltre che socio fondatore di questa alleanza (“mia è stata l’intuizione orami quasi trent’anni fa). E’ vero che senza questi due pezzi della coalizione, Fratelli d’Italia non potrebbe governare. E però la distanza dei numeri è quella che è.  La destra in Italia non ha mai governato. La fame di potere è tanta. E non sarà facile bilanciare e avere misura.

Claudia Fusanidi Claudia Fusani     
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