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“Abbrassamose!”. Meloni e Salvini si fingono ‘amiconi’, ma durerà meno di un giorno, l’amicizia. La competition, nel centrodestra, è allo zenit

E c’è chi, a Roma, spera si spacchino per dare vita a un nuovo governo con Draghi, ma il centrodestra sarà ‘costretto’ a coabitare.

Ettore Maria Colombodi Ettore Maria Colombo   
Foto Ansa
Foto Ansa

Calenda dice “in chiaro” ciò che molti, nei Palazzi e salotti ‘romani’ pensano e sperano… “Dobbiamo arrivare almeno al 10%. Se prendiamo il 10-12% rendendo impossibile la vittoria della destra al Senato, sette secondi dopo le elezioni Pd, Lega e Forza Italia si staccano” (dalle rispettive alleanze, ndr.) “e facciamo una maggioranza Ursula per far governare Draghi”, dice il leader di Azione Carlo Calenda a Skytg24: “In una situazione del genere Giorgia Meloni non può continuare a dire 'tocca a me, sono pronta', è legittimo che lo faccia, ma così non è. Non si può far scendere Schumacher da un’auto di Formula 1 per metterci uno senza esperienza”.

Al netto degli – improbabili – giudizi sulla Meloni nelle vesti di ‘pilota’ di Formula uno, il guaio di Carlo Calenda – uno dei tanti, ‘guai’, a dirla tutta – è che, come si dice a Roma (sua città d’origine, quartiere Parioli), ‘nun se tiene un cecio in bocca’… insomma, poteva starsi zitto, e invece niente. Il leader del Terzo Polo esprime, avendolo evidentemente orecchiato tra Capalbio e Cortina, gli unici luoghi ‘popolari’ che frequenta, quello che una serie di ‘Poteri’ (la destra li definirebbe ‘lobby giudo-pluto-massonica’ o, peggio, ‘lobby ebraica’ o ‘gnomi di Bruxelles’, meglio rappresentati, sulla stampa, dal gruppo ‘StampaPubblica’, in Italia, e da vari giornali economici di livello internazionale, all’estero), spera ardentemente che succeda, subito ‘dopo’ il voto del 25 settembre, cioè le elezioni politiche anticipate che l’Italia si trova – per colpa di alcuni ‘sciagurati’ (M5s in testa a tutti, più Lega-FI) ad affrontare. Infatti, il risultato delle urne sarà così evidente e di palmare chiarezza che non lascerà adito a dubbi di sorta. Tanto per dire – scrive non un foglio di estrema destra, ma Repubblica – “se si andasse alle elezioni oggi la coalizione di centrodestra raggiungerebbe il 48,5% mentre il centrosinistra si attesterebbe al 29,5%. Grazie all’effetto ‘moltiplicatore’ dato dalla quota di collegi uninominali maggioritari vorrebbe dire che il centrodestra può superare il 60% di seggi.

I dati (incontrovertibili) degli attuali sondaggi

A distanziare le due principali coalizioni ci sarebbero, dunque, 19 punti di differenza, emerge dal sondaggio Quorum/Youtrend per Skytg24. Nel dettaglio, FdI resta il primo partito al 24,1% (era al 24,2%), il Pd sale al 22,7% (era al 22,3%). La Lega è al 13,8% (in lieve calo sul precedente 14%) e cresce di poco anche il M5S che ottiene 11,1% (10,6%). FI è all'8,7% (8,9%); Sinistra italiana/Europa Verde sono al 3,2% (3,9%); +Europa al 2,9% (1,6%); ItalExit al 2,5% (3,2%); il Terzo Polo (Az-Iv) al 5,3% (erano al 2% + 2,2%); Noi Moderati 1,9% (erano divisi: Noi con l'Italia - L'Italia al Centro era allo 0,8%; Unione Popolare allo 0,7%; Udc - Coraggio Italia allo 0,3%); Impegno Civico è allo 0,7% (1,5%).

Guaio nel guaio, per il centrosinistra. IC (la lista di Di Maio-Tabacci), prevede il Rosatellum, se non supera l’1% vedrebbe i suoi voti dispersi mentre chi non raggiunge il 3% ma sta sopra l’1% non conquista seggi ma li ‘regala’ alla coalizione.

La quota indecisi/astenuti, poi, è del 38,8% (era al 38,7%), ma pur volendo prevedere un ‘rientro’ di una parte di essi (i cd. Elettori ‘intermittenti’), difficilmente ‘ribalteranno’ distacchi così alti.

Se la matematica avesse senso, in Politica, il ‘Grande Gioco’ dei terzopolisti è ‘già morto’

Ne consegue che – almeno ‘logica’, sia politica che quella, banalmente, aritmetica, vorrebbe – un governo di centrodestra è nella logica delle cose. Mattarella, davanti a un risultato così netto e così chiaro, della ‘volontà popolare’, non potrebbe che affidare l’incarico per formare il governo al ‘primo arrivato’, o ‘meglio piazzato’, dentro la coalizione di centrodestra. A okkio, si può dire, senza tema di essere smentiti, Giorgia Meloni, che diventerebbe la prima donna premier italiana, ma – le vie del Signore sono, come si sa, infinite – potrebbe darlo, anche, a Salvini o a ‘un altro’, un ‘mister X’, ovviamente indicato dallo stesso centrodestra e dai suoi tre ‘capitani’. Solo Berlusconi, al momento, non ci pensa: si ritiene già soddisfatto di ‘rientrare’ in quel Senato che, nel 2013, lo cacciò con grande ignominia.

Ma c’è un ‘ma’ come una casa e sta proprio nella – continua, asfissiante, persino fastidiosa, querula – ‘competition is competition’ (copyright di Romano Prodi, ai tempi delle primarie del Pd) che avvinghia, come leader, i due principali leader di centrodestra. E, cioè, Salvini e Meloni. Ecco perché, fa ‘di calcolo’ machiavellico Calenda – e, con lui, dietro, pure Matteo Renzi – “quelli si sfasciano il giorno dopo, il centrodestra si rompe, il Pd si separa dai ‘rosso-verdi’, l’M5s tanto resterebbe all’opposizione, e fuorigioco, e noi – così ragionano le raffinatissime menti dei ‘terzopolisti’ – rientriamo nel ‘Grande Gioco’, imponendo, ovviamente, che Draghi continui la sua opera e resti al governo”. Con la maggioranza ‘di unità nazionale’ più o meno simile all’attuale, cioè composta da Lega (‘buona’, o tornata tale), FI (‘buonissima’, o tornata tale…), Pd (magari ‘depurato’ del buon Letta, che Calenda e Renzi proprio non possono soffrire) e, ovvio, ‘loro’ - sempre che, si capisce, arrivino almeno al 10% - e i ‘fascisti’ di FdI ricacciati a opposizione perenne. Ovviamente, si tratta di puri ‘desiderata’ che fanno a pugni con la realtà, ma ne va dato conto.

Difficile che si ricrei una situazione simil 2018. Al massimo Mattarella lascerebbe Draghi in carica e porterebbe, di nuovo, il Paese al voto.

Anche perché, nel tortuoso ragionamento dei terzopolisti, solo una cosa è sinceramente ‘vera’. Se il centrodestra ‘non’ si mette d’accordo e si ‘rompe’ e Meloni, Salvini e Berlusconi litigano tanto su tutto (premiership, ministri, programma), banalmente, non si fa nessun governo. In pratica, resterebbe in carica il governo Draghi, quello attuale, per il disbrigo degli affari correnti, con l’unico compito di fare la Legge di Bilancio e – a marzo 2023 – si andrebbe a votare di nuovo. Certo, magari con una legge elettorale nuova (un proporzionale semi-puro), non con il Rosatellum, ma non è possibile prevedere altri ‘pazzi’ scenari.

Mentre, infatti, in una situazione ‘imballata’ come quella del post-elezioni politiche 2018, Mattarella riuscì - mettendoci, però, ben 3 mesi – a ‘mettere insieme’ l’immettibile (M5s e Lega nel governo gialloverde Conte I), spaccando i poli (di allora), oggi le cose sono molto diverse.

In buona sostanza, in Parlamento, dopo il voto, si siederanno, nei nuovi (e assai ridotti di numero) scranni, i parlamentari di un polo solo, fortissimo, il centrodestra, più un polo ‘minore’, il centrosinistra. Poi, certo, altri due ‘piccoli’ poli (M5s e Terzo Polo), ma che, pur se avessero un boom elettorale (10% ca), potrebbero solo giocare di rimessa, causa scarsità di seggi a disposizione, con gli altri due poli detti prima.

Sarebbero inutili per ogni ‘gioco’ o ‘manovra’ post-elettorale in quanto, numericamente, deboli. Insomma, la morale è che Meloni e Salvini – e, dietro di loro, pure Berlusconi, più gli altri piccoli – saranno ‘costretti’ ad andare insieme al governo per una semplice ragione: assenza di alternative.

L’arma fine di Mondo del Colle e gli equilibri interni al centrodestra (potrebbero cambiare)

Il Colle, nel caso il ‘motore’ si imballi, non potrà che giocare la stessa carta ‘minacciata’ (ma, all’epoca, non usata) nel 2018: un, rapido, ritorno alle urne con la chiara indicazione di chi, e perché, non è stato in grado di fare un governo, pur avendo, numericamente, stravinto le elezioni, con il centrodestra esposto al pubblico ludibrio di pazzi scriteriati che, non essendo riusciti a mettersi d’accordo, lasciano il Paese nel caos, di fronte a tutte le crisi da fronteggiare e soprattutto una pesante, rigida, manovra economica da fare.

Ecco perché, cioè, volenti o nolenti (più nolenti che volenti, si capisce), Lega (più FI) e FdI, cioè Salvini (più Berlusconi e Tajani) e Meloni sono – e saranno – costretti, dalle cose, a stare insieme.

Un altro paio di maniche è, invece, se – all’atto di attribuire l’incarico di governo (la premiership), i ministeri chiave (su Interni, Esteri, Difesa, Mef e Giustizia vigila l’occhio attento del Quirinale) e pure i posti di sottogoverno, gli equilibri, tra le tre forze della coalizione saranno quelli attuali o, invece, potrebbero assai cambiare. Si parla già ora, infatti, della ‘fusione’ tra i due gruppi parlamentari di Lega e FI in un gruppone unico che avrebbe come principale obiettivo quello di ‘pareggiare’ la ‘marea nera’ dei tanti eletti di FdI e, dunque, di dimostrare, agli occhi del Colle, che l’incarico di governo e/o pure tutto il resto, può – o ‘deve’ – andare a uno di loro, non alla Meloni.

Ma, così, ci siamo portati troppo avanti. Meglio, a questo punto, raccontare la giornata di ieri, la ‘finta’ pace di due alleati/rivali, Matteo&Giorgia, che hanno ‘finto’ serenità, accordo e spirito ‘zen’.

Una photo opportunity molto ‘rasserenante’: Giorgia&Matteo fingono di essere buoni amici

La foto dei due (Meloni e Salvini) che si abbracciano e sorridono, in effetti, è rasserenante. Abbracciati e sorridenti, sullo sfondo il blu del mare siciliano, quello dello Stretto di Messina. Ma per ottenerla Matteo Salvini e Giorgia Meloni hanno dovuto prima rintuzzare le perplessità dei giornalisti e poi decidersi a fissare, a Messina, mezz'ora di tregua nella sfida per la leadership del centrodestra. “Lasciamo alla sinistra divisioni, rabbia e polemiche. Uniti si vince”, ha scritto il capitano della Lega, accompagnando su Facebook la foto, tutta e solo destinata a sopire le polemiche di chi aveva notato la stranezza di un inizio di campagna elettorale – prima in Puglia e, poi, ieri, in Sicilia - in contemporanea stereo, con il primo appuntamento nella città dello Stretto dato alla stampa dagli staff di entrambi i leader e partiti… allo stesso orario e nello stesso giorno.

"Non è il derby a distanza” spergiurano in due

“Non c’è sfida, non c’è gara”, si sono affrettati a dire i due leader. “Non è un derby a distanza - ha spiegato la Meloni - e ce lo siamo detti qualche giorno fa che bisogna incrociare le agende, abbiamo tutti 20 giorni per fare 20 regioni, quindi è normale che si possano sovrapporre le date. Penso che con Matteo ci vedremo più tardi. Abbiamo in programma di prendere un caffè insieme per fare il punto su questo, capita di andare in una regione e trovare Matteo e in un altra Renzi: stiamo tutti facendo lo stesso lavoro, è normale che ci si incroci”.

“Ci sono in uno stesso giorno, in un lunedì mattina di agosto, invece di essere in spiaggia, Salvini e la Meloni? Bene. Significa - ha rilanciato, ma a distanza, il capitano della Lega - che il centrodestra ci crede alla Sicilia, e mi domando: dove sono Letta, Calenda, Renzi, Conte e Di Maio? Dove sono gli altri? Abbiamo una squadra unita e compatta, di là una roba che si perde il conto. Noi non confrontiamo prima le agende con gli altri candidati. Meglio essere in due a Messina che non esserci. Secondo voi agli italiani interessa l'orario in cui Salvini e Meloni sono sul lungomare o al mercato? Il problema degli italiani è di pagare le bollette luce e gas”.

Meloni propone le “utenze di cittadinanza”

Migranti, Ponte sullo Stretto, bollette energetiche: l’altro guaio è che i due ‘amici’ si sono contesi, ancora una volta, l'elettorato di una destra che, in Sicilia, ha sempre raccolto una messe di voti e che, non a caso, ai tempi d’oro di Forza Italia era chiamato “il granaio azzurro”. Se sui migranti l'accento è molto diverso - il blocco delle partenze sarebbe per l'Ue “una proposta seria”, ha sottolineato Meloni, mentre per Salvini basterebbe "reintrodurre i decreti sicurezza" – solo sul Ponte sullo Stretto entrambi usano la stessa lingua: "Necessario".

Quanto al caro-energia, Salvini propone di fare come in Francia: “Dare soldi alle aziende che producono e distribuiscono energia per limitare gli aumenti alle famiglie e alle imprese"; quella di Fratelli d'Italia suggerisce le "utenze di cittadinanza" (slogan assai azzeccato, va detto), forse nel tentativo di annacquare in Sicilia la sua ostilità al reddito di cittadinanza.

Il granaio di voti siculo, Musumeci e Schifani

Usciti dal Circolo del tennis e della vela della città etnea, dove si sono incontrati, alla fine, i due hanno preso direzioni diverse: Salvini verso il Ragusano e Meloni a Catania, entrambi sbandierando l'unità del centrodestra. Entrambi sognando, legittimamente, la presidenza del Consiglio. "Se lo presiederò, sarà un'emozione", si è tradito ben due volte il capo del Carroccio.

Ma è a Catania, nel corso della manifestazione di Fratelli d'Italia con Meloni, che risuona una voce inquietante: rivolto a Schifani, candidato del centrodestra alla guida della Regione Siciliana, Nello Musumeci, il presidente uscente che né Lega né Forza Italia hanno voluto ricandidare, dice: “Renato, attento al fuoco amico”…“Io sarei stato ricandidato presidente se solo avessi accettato un compromesso, ma avrei tradito i valori della destra e dei siciliani: 'A sciarra è sempre 'pa cutra…' (“La lite è per il copriletto”)” ha continuato Nello Musumeci, citando un proverbio siciliano, come per collegare a un litigio avvenuto per motivi poco importanti la sua mancata riconferma a governatore della Sicilia, anche se la ‘verità’ (insondabile e meglio nota, in Sicilia, come “corda pazza” di Leonardo Sciascia) è che è stato il plenipotenziario di FI nell’isola, Gaetano Micciché, a ‘disfare’ la sua candidatura e, poi, ‘caduta’ Stefania Prestigiacomo, causa la netta ostilità della Meloni “dover far votare FdI una che è salita sulla Sea Watch con Fratoianni”, a mediare con Lega e FI per lanciare Schifani.

Meloni e Salvini litigano su tutto (e lo sanno), a partire dalla futura ‘squadra’ di governo…

L’altra verità è che Salvini e Meloni litigano, quasi ogni giorno, sull’intero scibile umano e lo scatto che sembra sancire una sorta di 'tregua', in vista del voto del 25 settembre, è solo una finta.

Infatti, al di là dell'immagine - scattata in occasione dell'incontro inserito in agenda al termine dei rispettivi comizi andati in scena a Messina a poco più di 3 chilometri di distanza - e di alcune dichiarazioni rese dai protagonisti (quelle di cui sopra), resta il fatto che i due leader sognano di occupare lo stesso posto, quello di Mario Draghi a palazzo Chigi, e che continuano a proporre agli elettori ricette differenti, come in risposta al tema dei migranti.

La Meloni torna a invocare il ‘blocco navale’, per Salvini bastano e avanzano i Decreti sicurezza - che, se fosse lui a dover ricoprire l'incarico di premier, tornerebbero subito in auge, è ovvio – e ci si mette pure Antonio Tajani (per la serie: guardate che esisto pure io) a dire che non serve.

A puntare con decisione al ruolo di capo del governo c'è soprattutto Giorgia Meloni, forte dei sondaggi che danno Fratelli d'Italia primo partito. D'altronde, come evidenziato da Guido Crosetto, in un’intervista data, ieri, al Corriere della Sera, “in campagna elettorale ogni leader ha due obiettivi: ottenere un risultato di coalizione e uno di partito. E risponderà di entrambi i risultati. È una competizione nella competizione”. Appunto.

Un altro punto su cui poi divergono le posizioni di Salvini e Meloni è quello relativo alla squadra del futuro governo che (forse o mai) ‘sarà’. Per il leghista, il centrodestra, prima del voto, deve offrire agli italiani i nomi di due o tre ministri. In particolare, quelli da anticipare sarebbero Esteri, Economia e Giustizia. E su quest'ultimo Salvini si è già esposto affermando che Giulia Bongiorno Guardasigilli "sarebbe una garanzia".

Secondo diversi rumors, tuttavia, per lo stesso dicastero Fdi avrebbe in mente l'ex magistrato Carlo Nordio, mentre alle riforme andrebbe l'ex presidente del Senato Marcello Pera e il Sud proprio al governatore uscente Musumeci.

Finora, Meloni, sul tema non si è mai espressa, pubblicamente, da questo punto di vista in modo assai più furbo e rispettoso delle prerogative (intangibili) del Capo dello Stato, Mattarella.

Sul cui ruolo sempre il coordinatore di FI, Tajani, dice: “Noi abbiamo una regola: chi prenderà più voti avrà l'onere e l'onore di indicare, insieme a tutto il centrodestra, il nome che suggeriamo possa diventare il nuovo presidente. Ma l'ultima parola spetta a Mattarella. Noi non abbiamo pregiudizi nei confronti di chicchessia, ma anche in FI ci sono tante personalità all'altezza: bene Salvini, bene Meloni, ma anche Forza Italia può fare nomi”.

Qui, però, torniamo a Calenda e al ‘romanesco’. Un ‘ciao, core’, al buon Tajani, ci sta tutto. Infatti, se mai nascerà, il governo di centrodestra, una sola cosa è certa: il premier ‘non’ sarà di FI.

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