Mattarella compie 80 anni e li festeggia col botto: i due atti pubblici dal peso politico "pesante"

Mattarella è contro l’allungamento della durata del mandato presidenziale per cultura politica, studi giuridici e vita pratica da Presidente. I partiti, l’anno prossimo, dovranno cavarsela ‘da soli’ per scegliere il suo successore, quando il suo mandato scadrà, il 3 febbraio del 2022

Mattarella compie 80 anni e li festeggia col botto: i due atti pubblici dal peso politico 'pesante'

Ieri, Sergio Mattarella, ha compiuto – e festeggiato, tra la gioia e l’affetto sincero degli italiani e i peana, stucchevoli e proni, della classe politica – i suoi primi 80 anni. Li ha festeggiati in famiglia, con i tre figli, Laura, Bernardo e Francesco, e i loro ben sei nipoti, in modo schivo e riservato, come del resto è l’uomo, con un pranzo che si è tenuto – senza altri ospiti -nella sua residenza privata al Quirinale, ma con la sorpresa del videomessaggio di auguri degli atleti azzurri impegnati alle Olimpiadi di Tokio, ma l’evento è stato comunque molto ‘pubblico’. Sono arrivati “telegrammi e felicitazioni da tutte le parti del mondo”, avrebbe detto De Gregori: lo squillo incessante dei telefoni del Quirinale ha scandito la giornata per gli auguri con i tanti messaggi dal mondo della politica, della cultura, dello spettacolo e anche di semplici cittadini.

 

Quando è diventato presidente, nel 2015, di anni Mattarella ne aveva 73. Se allungasse il suo mandato – cosa che non farà: non è nelle sue corde diventare un “monarca repubblicano”, come ha più volte ricordato, sottolineato, ammonito – ne avrebbe 82, 83, o – se ne facesse altri sette – 87. Impossibile anche immaginarlo. Mattarella è contro l’allungamento della durata del mandato presidenziale per cultura politica, studi giuridici e vita pratica da Presidente. I partiti, l’anno prossimo, dovranno cavarsela ‘da soli’ per scegliere il suo successore, quando il suo mandato scadrà, il 3 febbraio del 2022. Ma che Mattarella non sia ‘stanco’ di fare il presidente, ma sia, invece, nel pieno delle sue funzioni – tranne una: il potere di scioglimento delle Camere: il 3 agosto, infatti, inizia il ‘semestre bianco’ – ieri lo ha fatto capire in modo plastico. Due gli atti pubblici, uno ufficiale e uno ufficioso ma entrambi dal peso politico molto ‘pesante’.

 

Il ‘cartellino giallo’ a Governo e Parlamento

 L’atto ufficiale del Capo dello Stato è presto detto. Trattasi di una bella ‘botta’ inviata a Governo e Parlamento, un‘cartellino giallo’.

 Infatti, il presidente della Repubblica, in una lettera inviata ai presidenti del Senato, Elisabetta Casellati, della Camera, Roberto Fico, e del Consiglio, Mario Draghi, in occasione della promulgazione del dl Sostegni bis, che pure ha firmato, dice – in buona sostanza – che “bisogna rispettare i limiti di omogeneità contenuti nei decreti” che vedono, come nel dl in esame, “troppi commi aggiuntivi”. Un bel rimbrotto, e pure assai formale, rivolto a Governo e Parlamento. Un monito forte e chiaro, quello che arriva da parte del presidente della Repubblica, che dopo aver firmato la legge sul dl ‘sostegni bis’, ne accompagna la promulgazione con una lettera al Parlamento e al governo in cui contesta l'eccessivo uso di emendamenti con norme fuori tema, facendo anche un elenco di esempi relativi.

 

Ma vediamo il cuore del testo della sua lettera. Occorre, scrive Mattarella, “un ricorso più razionale e disciplinato alla decretazione d’urgenza”. “I decreti legge – spiega - devono presentare ab origine un oggetto il più possibile definito e circoscritto per materia. Nei casi in cui l’omogeneità di contenuto è perseguita attraverso l’indicazione di uno scopo, deve evitarsi che la finalità risulti estremamente ampia. Nella procedura di conversione, come prescritto dai regolamenti parlamentari, l’attività emendativa dovrà essere limitata dalla materia, ovvero dalla finalità originariamente oggetto del provvedimento, come definite dal governo. La confluenza di un decreto legge in un altro provvedimento d’urgenza, oltre a dover rispettare il requisito dell’omogeneità di contenuto, dovrà verificarsi solo in casi eccezionali e con modalità tali da non pregiudicarne l’esame parlamentare”.

“Anche per rimuovere la abituale prassi, ormai generalizzata, che consiste nella presentazione di maxi emendamenti sui quali porre la questione di fiducia, prassi sulla quale si è registrato un monito critico da parte della Corte costituzionalecon la citata sentenza n. 32 del 2014 – prosegue -. “Formulo, pertanto, un invito al Parlamento e al Governo a riconsiderare le modalità di esercizio della decretazione d’urgenza, con l’intento di ovviare ai profili critici da tempo ampiamente evidenziati dalla Corte costituzionale, nonché nelle stesse sedi parlamentari, oltre che in dottrina, e che hanno ormai assunto dimensioni e prodotto effetti difficilmente sostenibili”. Morale: fate meno decreti legge, mettete meno fiducie e, soprattutto, rispettate i termini di ‘omogeneità’ e i limiti di ‘contenuti’ dei decreti legge medesimi, evitando di infilarci dentro di tutto, stile omnibus.

 

Il dem Ceccanti vuole introdurre il rinvio presidenziale ‘parziale’

 

Subito, il professore di diritto costituzionale, e deputato del Pd, Stefano Ceccanti, interviene e, in pratica, chiede di introdurre, nel nostro ordinamento, il rinvio presidenziale ‘parziale’ per non inficiare la firma presidenziale di una legge, ma anche per poterla ‘rinviare a metà’: “E’ opportuno riflettere attentamente sulla lettera del Presidente ai Presidenti delle Camere relativa alla conversione del decreto-legge 25 maggio 2021, n. 73” scrive, Ceccanti, che è anche presidente del Comitato per la Legislazione della Camera: “La lettera del Capo dello Stato – dice Ceccanti - richiama anche in due punti il parere del Comitato per la Legislazione, e pone di nuovo il delicato problema dell'eterogeneità di materie inserite con gli emendamenti parlamentari, tema già sollevato dal Presidente Napolitano”.

“A Costituzione invariata il presidente Mattarella ribadisce la possibilità di procedere comunque al rinvio, dato che peraltro gli effetti negativi potrebbero essere limitati da un'eventuale reiterazione, comunque possibile. Però, niente impedisce di introdurre una riforma costituzionale chirurgica che consenta il rinvio parziale delle leggi di conversione, analogamente a quanto previsto per il referendum abrogativo e a quanto può fare la Corte costituzionale, ben sapendo che questa analogia è parziale, giacché queste due eventualità intervengono su una legge già perfetta, mentre la promulgazione è solo una tappa all'interno del processo di formazione della legge”. “Il tema del rinvio parziale – riconosce Ceccanti - può suscitare dubbi di politicizzazione della figura del Capo dello Stato. E' preferibile lasciare flessibile il sistema perché in alcuni casi potrebbero essere urgenti anche le normative introdotte nell'esame parlamentare; spetterà alla sensibilità presidenziale valutare se rinviare per intero o quasi integralmente le disposizioni introdotte con emendamento per prevenire tali critiche. Per queste ragioni sto per ripresentare la proposta, chiedendo la firma a tutti i gruppi parlamentari”. E fin qua, siamo in punta di diritto e Costituzione, ma ieri Mattarella è ‘intervenuto’ anche sul Csm, solo che lo ha fatto con un tipico, ma informale, potere presidenziale, la moral suasion, chiedendo di ‘posticipare’ il suo parere sulla riforma della Giustizia targata Marta Cartabia.

Il vero fronte ‘caldo’, la riforma della giustizia

Come si sa la riforma della giustizia (per la precisione del processo penale) targata Marta Cartabia approderà, finalmente, il 30 luglio, nell’aula della Camera dei Deputati per un suo primo esame (dopo, ovviamente, ci sarà anche quello del Senato). Una riforma, quella per velocizzare i processi e dare certezza della pena, ma anche garanzie agli imputati, che ‘ci chiede’ l’Europa che ci deve fornire, in cambio, come per le riforme di fisco, Pa e concorrenza, i 209 miliardi del Recovery Plan (altrimenti non li dà).

 

Solo che, in commissione Giustizia, presieduta dal pentastellato Mario Perantoni, i 5Stelle hanno sommerso la riforma di ben 961 emendamenti, alcuni direttamente soppressivi e tendenti, in buona sostanza, a ‘ripristinare’ la vecchia ‘riforma’ (si fa per dire) targata Alfonso Bonafede, ex guardasigilli nel governo Conte bis giallorosso (e pure, però, in quello gialloverde). Un atteggiamento, il loro, palesemente ostruzionistico, nonostante le rassicurazioni che il nuovo capo politico del M5s, Giuseppe Conte, aveva fornito al premier, Mario Draghi, lunedì. A palazzo Chigi non l’hanno presa bene, la cosa. E così il governo ha deciso di mettere la questione di fiducia, votata all’unanimità dall’intero cdm e, dunque, si presuppone anche dai ministri grillini (ma la Dadone, subito dopo, se n’è pentita, annunciando sfracelli, come vedremo, fino al ritiro del sostegno al governo).

Ma che effetto avrà la fiducia sulla trattativa con M5S? Per ora le bocche sono cucite, l'ala dura è contro il lodo Serracchiani-Bazoli (fino al 2024 gli Appelli possono durare tre anni anziché due e, in Cassazione, da un anno si va a sei mesi in più). Una proposta di mediazione, quella del Pd, che una parte dei 5Stelle – l’ala governista di Di Maio – sembra avallare, ma quella ‘giustizialista’ no.

Del resto, la riforma Cartabia non vede solo l’ostilità (preconcetta) dei 5Stelle, ma anche quella di molti magistrati – che si sono espressi contro la riforma, sparando a palle incatenate, da Cafiero de Raho a Gratteri – dell’intera Anm e di molti membri togati del Csm che, l’altro ieri, con il parere della VI commissione hanno fatto a pezzi, letteralmente, la riforma Cartabia, almeno nell’articolo 14, tema la improcedibilità dei reati.

Mattarella al Csm: “Serve un parere completo, dovete aspettare il testo”

 

Presto, però, si doveva esprimere, sulla riforma Cartabia, il Csm nel suo complesso e, invece, ecco che Mattarella – di cui la Cartabia è ritenuta, non a torto, la sua ‘pupilla’ e la sua ‘prescelta’ per succedergli, al Quirinale, quando passerà la mano – opera la sua moral suasion. Si tratta, appunto, si diceva, di un intervento informale che non viene registrato da nessuna ‘nota’ ufficiale.

 Resta il punto. Il Csm non discuterà mercoledì prossimo, nel suo plenum, il parere (negativo) sulla riforma penale della ministra Cartabia approvato a maggioranza dalla VI commissione e che contiene un giudizio negativo sulla futura durata dei dibattimenti e boccia il sistema della improcedibilità. Lo farà, se verrà accolta la richiesta dei membri togati, in una riunione straordinaria nei primi giorni di agosto, quindi solo quando il parere stesso non riguarderà solo una parte della riforma, quella sull'improcedibilità dei processi, ma l'intera revisione delle norme che riscrivono la struttura e la scansione temporale dei dibattimenti penali.

 

È stato il presidente della Repubblica - e anche presidente del Csm, Sergio Mattarella, come dice il vice-presidente laico del Csm, David Ermini, a chiedere al Csm di presentare in plenum un parere completo. Non settoriale su un solo punto, quindi, ma complessivo. Proprio perché la riforma è un testo complesso e contiene anche norme che rivedono il processo penale nel suo insieme. Non è un un altolà, quello del Colle, come pure potrebbe apparire a prima vista, ma unsuggerimento strategico per evitare che una riforma molto ampia - 16 articoli - sia valutata solo in base all'articolo 14.

 

La spiegazione tecnica di Ermini della ‘mossa’ di Mattarella

 

È stato proprio Ermini a spiegare il passaggio che il Csm affronterà la prossima settimana, quando mercoledì si terrà il plenum. All'ordine del giorno, già da ieri sera, figurava il parere della sesta commissione, presieduta dal laico di M5S Fulvio Gigliotti, approvato con 4 voti a favore (Gigliotti stesso, Ardita, Zaccaro e Chinaglia di Area) e due astensioni (Lanzi di FI e Micciché di Mi). Parere che, per citare due righe significative, scrive che “l'improcedibilità amputa in modo definitivo il potere decisorio del giudice”, parla di una regola che “travolge l'accertamento già effettuato” e, ancora, di “un'ingiustificata e irrazionale rinuncia dello Stato al dovere di accertamento dei fatti e delle eventuali responsabilità sul piano penale, rispetto a un reato certamente non estinto”. Ma, appunto, si tratta di un giudizio che riguarda solo un pezzo della riforma, l'articolo 14, rispetto a un testo che ne contiene esattamente, in tutto, ben 16 di articoli.

 

Ermini ha spiegato che “il parere non è stato inserito nell'ordine del giorno ordinario del prossimo plenum per consentire alCsm di esprimersi sull'intera riforma del processo penale”. La stessa Marta Cartabia, come dice Ermini, “ha chiesto al Consiglio un parere su tutti gli emendamenti governativi presentati in Parlamento”. Un parere che, però, la Cartabia ha chiesto solo dopo la ‘bocciatura’ della sua riforma (nella parte sull’improcedibilità) da parte della VI commissione del Csm, cioè lo stesso 22 luglio.

 

Secondo Ermini, dunque, il Csm non può limitarsi a considerare un solo articolo, con la conseguenza che ciò “potrebbe assumere il significato di una valutazione di ridotta importanza o di implicito consenso su tutti gli altri temi non trattati nel parere sull'improcedibilità”. A questo punto, Mattarella – spiega Ermini - ha ritenuto opportuno “posticipare anche solo di pochi giorni l'iscrizione della pratica all'ordine del giorno del plenum in modo da completare la proposta di parere offrendo al Parlamento un'approfondita e completa valutazione tecnica”. Traduzione: la riforma va valutata nel suo complesso, non potete dare un giudizio così duro e apodittico su un articolo solo, ma dovete lasciare anche che il Parlamento faccia il suo lavoro ed esamini e voti la riforma almeno in un ramo, quello della Camera. Dopo, potrete fare le vostre valutazioni.

 

I 5Stelle schiumano rabbia e la Dadone ‘minaccia’ dimissioni

I grillini – come si capisce subito dal titolo sparato in apertura dal Fattoquotidiano.it, house organ dei 5Stelle e schieratissimo contro la Cartabia e la sua riforma (ieri, in un editoriale, Travaglio, in pratica, le ha dato della deficiente) – schiumano rabbia, ma non possono farla trasparire, specialmente nei confronti del Colle. Il titolo del giornale è eloquente: “Csm, l’escamotage di Cartabia e Mattarella per ritardare il voto del plenum sulla riforma penale dopo la bocciatura della commissione”, senza parlare dell’occhiello: “Giustizia&impunità”… Certo è che il mondo pentastellato, e non solo i magistrati ‘sulla breccia’ e intervistati ogni giorno sui quotidiani, fibrillano e vorrebbero poter cambiare, emendare e stravolgere la riforma. Al punto tale da ‘minacciare’ di uscire dal governo.

La ministra alle Politiche Giovanili, Fabiana Dadone, di prima mattina, ad Agorà (Rai 3) dice: “A rischio l’appoggio dei Cinque Stelle al governo? Dipende quale sarà l’apertura sulle modifiche tecniche alla riforma della giustizia”. Sulla riforma Cartabia “ci aspettiamo in questa settimana una discussione costruttiva in termini di miglioramenti, poi vedremo le decisioni da prendersi” (sic). “E’ giusto che il Parlamento presenti gli emendamenti – insiste - e la nostra forza, che è sensibilissima sul tema della prescrizione, ne ha preparati oltre 900. Ci aspettiamo in questa settimana una discussione costruttiva in termini di miglioramenti, poi vedremo le decisioni da prendersi”. Una discussione ‘costruttiva’, con 916 emendamenti? Impresa improba. E, alla domanda se siano possibili le dimissioni dei ministri del M5s, qualora la riforma Cartabia passasse senza modifiche, risponde che si potrebbero “valutare le dimissioni” dei ministri Cinque Stelle assieme al leader in pectore Giuseppe Conte. La ministra Dadone lo dice chiaramente, non molla: “l’appoggio dei ministri del Movimento al governo dipende da queste modifiche”. E se la riforma passa così com’è? “Eventualmente, le dimissioni sarà ipotesi da valutare con Conte”.

 

Certo, poi, nel pomeriggio, resasi conto di aver fatto la frittata, prova a ricomporre le uova e la ministra fa dietrofront: “Non è nel mio stile minacciare, quindi respingo i titoli apparsi in tal senso ma è nel nostro stile dialogare e confrontarci”, scrive su Facebook, parlando della “chiara apertura del presidente Draghi e della ministra Cartabia di cui va preso atto”. Il problema – al di là del ‘prendere atto’ che la Dadone, in poche ore, s’è rimangiata la sua ‘minaccia’ di far ritirare lei e gli altri dal governo (non osiamo pensare cosa possa avergli detto Di Maio, ma una bella strigliata di capo è sicura) – è che la coperta, dentro la maggioranza di un governo istituzionale composto da forze politiche molto diverse tra loro, si fa sempre più corta. E che i tormenti dei 5Stelle sono appena iniziati.

 

I mal di pancia dei 5Stelle e l’irritazione del Pd

Il deputato M5s Giovanni Vianello - già fortemente critico martedì scorso nell'assemblea congiunta con Conte - ha votato contro la fiducia e ora rischia l'espulsione. Ma soprattutto, con la riforma Cartabia in arrivo, almeno una trentina di deputati sarebbero pronti a seguirne l'esempio. “Numeri destinati a salire vertiginosamente”, assicurano i malpancisti all'Adnkronos, “ma bisogna anche vedere cosa si ottiene”. Del resto, la richiesta di autorizzazione alla fiducia in Cdm, avanzata daDraghi e appoggiata da tutti i presenti, avrebbe in realtà gelato i quattro ministri grillini, che proprio sulla riforma Cartabia erano finiti nelle settimane scorse nel mirino dei gruppi parlamentari. Già nel pomeriggio, quando era uscita la nota di convocazione della conferenza stampa del premier alla presenza della Guardasigilli, si temeva una doccia fredda. Puntualmente arrivata, con la decisione di Draghi di tirare dritto, pur aprendo a miglioramenti tecnici al testo,ma senza stravolgimenti”.

 

Ora, per Conte, sarà davvero complesso uscirne, individuando una mediazione che accontenti tutti o quanto meno ne scontenti il meno possibile. Su questa strada va avanti il confronto con Draghi e Cartabia ma intanto deflagra nel Movimento, dove tutti cercano di restare 'abbottonati' sull'impasse giustizia, il caso Dadone. Dal Movimento assicurano che la ministra è stata fraintesa, che non era sua intenzione un affondo così duro. Fatto sta che le sue parole hanno mosso le già tormentate acque grilline, facendo storcere il naso anche agli alleati dem. Alfredo Bazoli avverte M5s e FI che pure chiede modifiche sostanziali: “la riforma va votata così com’è o, al massimo, con piccoli accorgimenti tecnici” (che poi sono quelli del ‘lodo’ da lui proposto).

 

E ahi voglia, il segretario del Pd, Enrico Letta, assicurare che “Il governo non scricchiola, è naturale che di fronte a passaggi complessi ci siano discussioni. Questo (la riforma della giustizia, ndr.) è un passaggio complesso come lo sono stati altri e lo saranno altri”. Salvini e la Lega – infuriati per come sono stati trattati da Draghi sul Green Pass e dalle sue parole sull’obbligo morale di vaccinarsi (“Un invito a non vaccinarsi è un invito a morire”) – fanno sapere che la loro “irritazione” per “i 5Stelle che minacciano sfracelli sulla Giustizia (e proprio in queste ore si fanno notare per le troppe assenze in Aula) e il Pd che tira la corda su tasse e ddl Zan” è “massima”. Poi, in serata, Salvini chiosa perfido così: “Magari se (sic) il M5s uscisse dal governo. Non penso che in Italia ci sarebbero manifestazioni di disperazione nelle piazze”. Nelle piazze, forse, no, ma nel Parlamento sì. E, appunto, mentre la riforma Cartabia sarà votata, scatterà anche il semestre bianco. Il – da oggi – ottantenne Sergio Mattarella non avrà più il potere di sciogliere le Camere e, dunque, Draghi non potrà più ‘minacciare’ di volersi dimettere. Nascerebbe un nuovo governo. Magari sempre con Draghi ma con una diversa maggioranza. Senza i 5Stelle, ma con il centrodestra. E il Pd? Ecco una prospettiva da far tremare le vene nei polsi perché finirebbe come l’asino di Buridano. Suonato da tutte le parti e da entrambi i padroni.