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Martelli sul 41 bis: “Lo introdussi io e doveva essere temporaneo, ma oggi come possono esserci 780 boss?”

L’ex Guardasigilli ha scritto “Vita e persecuzione di Giovanni Falcone” proprio sull’ex magistrato vittima della mafia. Un libro che è anche un atto di amicizia, oltre che di verità perché Falcone fu "Vittima anche dei magistrati"

Massimiliano Lussanadi Massimiliano Lussana   
Claudio Martelli Ansa
Claudio Martelli Ansa

E’ un gruppo di garantisti assoluti quello che passa sotto il porticato del teatro Carlo Felice di Genova, in direzione della Sala del Bergamasco nella sede della Camera di Commercio di Genova, uno dei Palazzi dei Rolli, patrimonio dell’umanità Unesco.

L'ex ministro di Grazie e Giustizia

C’è Claudio Martelli, ex Guardasigilli (allora il ministero aveva anche la Grazia nel nome oltre alla Giustizia) nel settimo governo di Giulio Andreotti e nel primo esecutivo guidato da Giuliano Amato, ma soprattutto l’uomo che portò Bettino Craxi nella frontiera del garantismo migliore, anche grazie al referendum sulla responsabilità civile dei magistrati promosso da Martelli insieme ai radicali dopo lo scandalo di Enzo Tortora.

La presentazione del libro

E poi ci sono Tonino Bettanini, storico portavoce di Martelli proprio in via Arenula, ma anche – negli anni – fra gli altri, di Franco Frattini, di Mariastella Gelmini, della presidente del Senato Maria Elisabetta Alberti Casellati. E due storici dirigenti della Uil, oltre che ex assessori comunali a Genova, come Alfonso Pittaluga e Pasquale Ottonello, che sono come Smith and Wesson del garantismo e del riformismo liguri, e poi Francesco Massardo che insieme a Giada Campus è la voce della Uil in Liguria. Ad aspettarli, in sala, il numero uno della Uil ligure Mario Ghini, il sindaco di Genova Marco Bucci, il primo cittadino più pragmatico d’Italia e il presidente della Camera di commercio genovese Gigi Attanasio, liberale a ventiquattro carati.

“Vita e persecuzione di Giovanni Falcone”

Insomma, la compagnia giusta per presentare l’ultimo libro di Martelli, “Vita e persecuzione di Giovanni Falcone” (La Nave di Teseo editore) che è l’occasione per parlare di giustizia, in sala e a TGN cultura, il programma di Telenord dedicato ai libri dove il direttore Giampiero Timossi gli chiede se il 41 bis ha ancora ragion d’essere.

Non fu Falcone a scrivere materialmente il 41 bis

E Martelli è il migliore testimone possibile immaginabile per rispondere a questa domanda, visto che fu proprio lui, quando era Guardasigilli, ad introdurlo. Probabilmente, consultandosi anche con il suo amico Giovanni Falcone, ma sarebbe sbagliato dire che Falcone è colui che materialmente ha scritto il 41 bis.

L’origine del 41 bis e il caso Cospito

Le parole dell’ex ministro di Grazia e Giustizia, che firmò il provvedimento in tandem con l’allora ministro dell’Interno Vincenzo Scotti, sono ancor più significative perché arrivano qualche ora prima della sentenza della Corte Costituzionale che, in qualche modo, spalanca le porte alla considerazione di quello che appariva chiaro a chiunque masticasse un po’ di garantismo: e cioè che – al di là delle responsabilità acclarate e della colpevolezza definitiva di Alfredo Cospito – la misura nei suoi confronti appariva assolutamente esagerata.
E quindi, prescindendo da Cospito, le parole di Martelli sono ancora più significative.

Fu Martelli a introdurre il 41 bis

Sono stato io – racconta con serenità, ma anche con grandissima onestà intellettuale - da ministro di Grazia e Giustizia, a introdurre il 41 bis, discutendo con i magistrati che lavoravano al ministero. Mi rendevo conto che si trattava di una novità dirompente, perché introduceva un trattamento differenziato per una categoria di detenuti e questo era discutibile, perché si introduceva un argomento di diseguaglianza dei cittadini davanti alla legge”.
Insomma, la forzatura giuridica era evidente, ma occorre ricordare che erano gli anni delle stragi, della mafia onnipotente, del tritolo che sventra un’autostrada (un’autostrada, mio Dio!) a Capaci e poi di via D’Amelio, con Paolo Borsellini che da mesi era un morto designato, ma che con la sua frase ci diede la più forte delle lezioni civili: “Chi ha paura muore ogni giorno, chi non ha paura muore una volta sola”. Ricorda Martelli: “Parole che furono anche di Giovanni Falcone”.

Quel maggio-luglio 1992

Chi scrive all’epoca era un giovane militare di leva della Brigata Legnano, impegnata nell’operazione Vespri Siciliani, i soldati di leva in prima linea contro la mafia. Cose che, raccontate oggi, sembrano incredibili. Ma che aiutano a inquadrare quel maggio-luglio 1992.
“Dopo trent’anni mi pongo una domanda: ha ancora senso il 41 bis?”
“Certo – racconta Claudio Martelli - gli argomenti per una forzatura c’erano in quella situazione drammatica. Ma dopo trent’anni mi pongo una domanda: ha ancora senso il 41 bis?”.

Serve una valutazione

Martelli, che chiamò Falcone al ministero, spiega: “Penso che sarebbe dovere della magistratura, del ministro della Giustizia, del Parlamento, valutare se sussistono ancora le ragioni che allora ci indussero ad introdurre il 41 bis. Io lo introdussi in una forma temporanea, ne parlai con il presidente della Corte Costituzionale (che allora era Aldo Corasaniti ndr), la previsione era di una durata di due anni e in effetti in due anni è stato sbaragliato l’esercito mafioso. Ora mi chiedo: è ancora necessaria questa misura? Sono tutti boss i 780 detenuti oggi al 41 bis? Mi sembra un po’ strano. Credo che governo e Parlamento debbano farsi queste domande”.

“Il mio Falcone”

Poi Martelli racconta il “suo” Falcone, che emerge fortissimo dal suo libro: “Giovanni Falcone era il più importante, il più capace, il più famoso tra i giudici che hanno combattuto la mafia. Per questo, nello stesso giorno in cui fui nominato ministro della Giustizia lo chiamai e gli affidai l’incarico più importante del ministero, quello di direttore degli Affari Penali. Pur tra tante affinità, la storia di Falcone è diversa da quella degli altri uomini dello Stato che hanno combattuto la mafia perché solo a Falcone è capitato di essere perseguitato in vita non solo da Cosa Nostra, ma anche di essere avversato da colleghi magistrati, dalle loro istituzioni come il CSM e dall’Associazione Nazionale Magistrati, nonché da politici e da giornalisti di varie fazioni. Ancora oggi di quest’altra faccia della luna poco si sa perché poco è stato detto. Dall’attentato di Capaci sono passati trent’anni. Per rispetto di Falcone, dei ragazzi che non hanno vissuto quel tempo, degli adulti che non lo hanno capito o lo hanno dimenticato, sento il dovere di tornare a riflettere per raccontare le verità di allora e quelle più recenti che ho appreso insieme al ruolo di chi, nel bene e nel male, ne fu protagonista dentro le istituzioni dello Stato, nella società e nel mondo dell’informazione”.

Nostalgia della prima Repubblica

Spiega l’ex vicesegretario del Partito socialista italiano, che ogni volta che parla fa venire nostalgia della prima Repubblica: “Su Giovanni ci sono state invidie e gelosie, come ci sono sempre nei confronti di chi spicca nel suo settore e Falcone era famoso in tutto il mondo, lavorava con l’FBI…”. “Ci furono campagne che videro schierati contro di lui alcuni giornali, di destra e di sinistra, e anche una certa magistratura: una parte gelosa delle proprie prerogative che si riteneva toccata dai nuovi metodi investigativi di Falcone e poi le correnti di sinistra e comunista della magistratura, che gli fecero un’opposizione politica. Venne addirittura accusato di aver rinunciato all’indipendenza per la scelta di venire a lavorare il ministero con me, mentre sono decine e decine i magistrati distaccati presso il ministero con ogni Guardasigilli. Ma a nessuno, giustamente, passa per la testa di dire, che non sono indipendenti”.
E’ anche un grande atto di amicizia questo libro.
Oltre che di verità.
Purtroppo, postuma.

Massimiliano Lussanadi Massimiliano Lussana   
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