[Il caso] “Lotta senza fine agli scafisti”, l’ultimo miraggio del governo giallo verde

Assomiglia alla promessa: via 600 mila irregolari. Ormai il racket opera direttamente dai paesi stranieri e quelli arrestati in Italia sono solo “pesci piccoli” o persone che poi non vengono condannate per “aver agito in stato di necessità”. Dati aggiornati solo sugli arresti: 202 nel 2018. Difficile avere il dato dei Tribunali per sapere quante sono state le condanne

[Il caso] “Lotta senza fine agli scafisti”, l’ultimo miraggio del governo giallo verde

“Arrestare uno scafista è come fermare un pusher al Pigneto a Roma o al parco delle Cascine a Firenze” spiega una fonte “tecnica” vicino al dossier scafisti, “pesci piccoli, soldati di piccolo cabotaggio, ne arresti uno e ne arrivano altri quattro. Sono le centrali che vanno colpite. E quella è un mission quasi impossible. Alcune procure della Repubblica del sud Italia, Catania, Siracusa, Palermo, Reggio Calabria, Crotone, per dire solo alcune di quelle in prima linea in questi anni, hanno ottenuto grandi risultati, hanno ‘aggirato’ le furbizie delle organizzazioni-madre che però negli anni si sono sempre evolute e adesso… arrestarli può essere facile, condannarli è sempre più difficile”. 

La doccia fredda di Palermo

Due fatti, tra tanti, possono risultare illuminanti. Il primo: il 3 ottobre il tribunale di Palermo ha assolto e rimesso in libertà 14 persone arrestate con l’accusa di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Nel maggio 2016 erano alla guida di 8 gommoni che arrivarono nelle acque italiane in un giorno solo. Bene: dopo due anni e mezzo di carcere preventivo, sono stati tutti assolti e scarcerati. I giudici hanno fatto valere “lo stato di necessità” così come argomentato dalla difesa per cui era vero che gli imputati erano alla guida dei gommoni ma solo perché erano stati “costretti” sotto le minacce dai veri scafisti, quelli rimasti però dall’altra parte del Mediterraneo, sulla terra ferma, in Libia o in Tunisia o in Egitto, a seconda di dove partono. Fuori tutti quindi.

Sciolto il gruppo interforze

Il secondo fatto che la dice lunga su quanto sia “difficile” combattere gli scafisti, è che a fine anno è stato chiuso il Gicic, il Gruppo interforze di contrasto all’immigrazione clandestina di polizia, carabinieri, GdiF attivato nel 2006 presso la procura di Siracusa proprio per contrastare e combattere il fenomeno, doppio, scafisti e trafficanti.  Il Gicic ha arrestato 1051 scafisti in dodici anni accumulando un’esperienza unica in Italia e in Europa, banche dati, know how, metodi investigativi. Nel 2018 sono stati azzerati gli sbarchi, dopo un 2017 già in regressione, e la stessa procura ha ritenuto non più utile tenere in vita quell’eccellenza investigativa. Pare che ognuno sia tornato ai propri uffici dove porterà fino in fondo le pratiche rimaste aperte. Come il naufragio del 4 giugno 2016 dove morirono più di 300 persone e altre 255 riuscirono ad arrivare al porto di Augusta. Insomma, il Gicic è stata un’eccellenza ma è diventato un lusso inutile. Che tanto, combattere gli scafisti da questa parte del Mediterraneo è come vuotare il mare con un secchiello.

Ecco che allora suonano velleitarie, peggio propagandistiche, le ultime promesse del ministro Salvini e del premier Conte. Il Presidente del Consiglio, scosso per i 200 morti dell’altra notte, ha promesso che non avrà pace finché non saranno smantellate le centrali del traffico degli essere umani. E che a questo scopo dedicherà tutte le sue energie professionali. 

Combattere il racket, salvare le persone

Combattere il racket è senza dubbio prioritario. Su questo sono tutti d’accordo, destra, sinistra, centro, Salvini, i 5 Stelle e le opposizioni. Ma non può essere spacciato come terapia sostitutiva al fenomeno degli attraversamenti del Mediterraneo. Non si può dire che “in nome della lotta agli scafisti, si lasciano le barche in mare in attesa che vengano riportate in Libia o da dove partono perché così capiscono che non devono partire. E pazienza se la gente affoga”. Uno dei superstiti del naufragio di venerdì notte ha detto: “Meglio affogare che tornare in Libia”. La lotta al racket degli scafisti è un impegno complesso, di lunga durata che pretende almeno due condizioni imprescindibili: uno sforzo collettivo internazionale; la stabilizzazione socio-politica-economica delle economie dei paesi del Mediterraneo dove l’industria del racket ha in larga parte sostituito quella legale. 

Se qualcosa si sta muovendo in questa direzione, l’Italia ne è sicuramente capofila per l’esperienza maturata in questi anni, ma non può bastare per risolvere il problema “qui e adesso” di chi comunque si mette in mare.

Dati frammentati

 Il fenomeno è antico, gli sbarchi sono ormai una consuetudine dal 2003-2004, ma ancora poco “conosciuto”. Cioè scarsamente monitorato. Un handicap pesante che va risolto se si vuole realmente smantellare il racket. L’unica cosa certa è il numero degli arresti. Nel 2018 (Fonte ministero dell’Interno) sono state arrestate 202 persone per reati inerenti l’immigrazione clandestina a fronte di circa 20 mila arrivi per reati inerenti l’immigrazione clandestina. Negli anni precedenti si era arrivati a punte di 400-500 arresti ma gli sbarchi toccavano le 130-150 mila persone l’anno. Interessante sapere di più circa la nazionalità. Gli arrestati sono per lo più ucraini, tunisini, egiziani, georgiani, algerini, russi, lettoni e turchi. Su 202 arrestati i libici sono stati tre. Dunque la Libia è il luogo dove bande criminali di ogni dove possono organizzare traffici in società, ovviamente, con tribù autoctone. La questione territoriale, quindi la competenza a procedere, è l’elemento di maggior ostacolo alle indagini contro il racket.

La tipologia del reato

 Non aiuta neppure la tipologia di reato. Per il fenomeno della tratta di esseri umani (trafficking, che comprende la riduzione in schiavitù, il trasferimento della stessa persona con l’inganno o la violenza, il commercio della persona sfruttata) vengono utilizzati tre diversi reati, gli articoli 600,601 e 603 del codice penale.  Ma i cosiddetti “reati di tratta” non sempre individuano il reato di “traffico di migranti” (smuggling) che vengono perseguiti dall’articolo 12 dell’articolo 12 del D.lgs 286/98 (Testo unico sull’immigrazione). La differenza è che nel traffico dei migranti il soggetto criminale svolge una funzione “commerciale” che si concentra sul trasporto che, seppur illegale, non presuppone necessariamente la condizione di sfruttato in modo continuativo del soggetto trasportato. Molto spesso infatti tali soggetti chiedono il trasporto e lo pagano.

Inchieste sempre più difficili

Fatte tutte queste premesse tecnico-giuridiche, si capisce perché è difficile ottenere le condanne.  E perché è praticamente impossibile avere un quadro statistico chiaro delle condanne. La domanda “quanti scafisti sono stati condannati in via definitiva in questi anni” non ha risposte automatiche perché il fenomeno viene analizzato in base a tipologie del reato che però non riescono in pieno il fenomeno. Dunque, molti arresti ma assai meno condanne. Anche perché gli scafisti si sono molto evoluti in questi anni.  I capi delle procure maggiormente in prima linea (Sicilia e Calabria) hanno spiegato più volte perché sia necessario “cambiare strategia e non limitarsi più ad arrestare gli scafisti che arrivano sulle coste italiane e quelli alla guida dei gommoni recuperati in alto mare” e quanto sia urgente iniziare a “bloccare gli scafisti nel loro territorio prima che mettano in mare tante persone disperate e sfruttate”. La procura di Reggio Calabria un tempo guidata dall’attuale procuratore nazionale Cafiero de Raho e quella di Catania, all’epoca guidata dall’attuale procuratore generale di Roma Giovanni Salvi, sono riusciti negli anni a colpire le cosiddette “navi- madri” (le navi che il racket, in fuga con imbarcazioni più piccole e minori, abbandonava in alto mare cariche di migranti in attesa di essere salvate da qualche mercantile) anche nelle acque internazionali. Condanne già confermate in Cassazione. Dopodiché il racket si è ulteriormente evoluto: da almeno un paio d’anni le organizzazioni coordinano tutte le operazioni dalla terra ferma, dove non può arrivare la giustizia italiana, fanno partire gommoni carichi e alla guida mettono altri disperati per lo più costretti a fare gli “scafisti” di imbarcazioni fatiscenti. Lo “stato di necessità” incrociato con testimonianze assolve spesso molte di queste persone. Come è successo a Palermo pochi mesi fa. E chissà quante altre volte.

Certo, non corrono questo rischio i due scafisti russi arrestati il 10 gennaio perché, dopo aver scaricato sulla spiaggia di Torre Melissa qualche decina di migranti, sono stati beccati mentre cercavano di prenotare una stanza in hotel. Avevano addosso rotoli di banconote e questo dovrebbe essere elemento sufficiente per escludere che i due abbiano agito in stato di necessità. Mentre è ancora tutto da dimostrare il coinvolgimento di 3 egiziani e un bengalese nell’inchiesta sui migranti tratti in salvo dalla nave Diciotti.

Una promessa o un diversivo? 

Insomma, si fa presto a dire, “combattiamo gli scafisti”. Promettere che è questa la nuova frontiera. Anzi, la propria missione di vita quando finirà l’impegno in politica. Assomiglia a quando Salvini diceva che avrebbe “cacciato dall’Italia 600 mila migranti clandestini”. Un’ altra promessa-miraggio. Che non risolve il problema di cosa fare adesso quando ci sono naufraghi in mare. “Si rimandano in Libia, il sistema funziona, a posto così” taglia corto Salvini forte del fatto che “le statistiche ci danno ragione”. Quelle degli sbarchi, forse, dimezzati, quasi scomparsi dopo la cura da cavallo dell’ex ministro Minniti. La statistica dei morti invece ha un saldo drammatico: nel 2019 si registrano già 200 scomparsi su 4.796 “attraversamenti”; nel 2018 ci sono stati sempre 200 morti ma su quasi undicimila persone che hanno tentato la traversata.