Terra di espulsi e di ribelli: perché è proprio la Liguria di Grillo la croce del MoVimento Cinque Stelle

Tre senatori su tre eletti in Liguria hanno votato no a Draghi e anche una deputata, la peggior regione d'Italia per la linea ufficiale. E alle regionali l'alleanza Conte è stata un flop assoluto, il peggior risultato di sempre per il centrosinistra

Di Maio e Grillo (Ansa)
Di Maio e Grillo (Ansa)

Ogni volta che qualcuno cita Beppe Grillo a proposito del MoVimento Cinque Stelle, si va a finire sempre sulle stesse storie, trite e ritrite, luoghi comuni di sempre: “lui che sta comodo a Genova”, “lui che vede il mare dalla villa di Sant’Ilario”, “il comico genovese”, “dalle colline di Liguria, Beppe Grillo chiama i suoi all’ordine” e via di questo passo…

Nemo profeta in patria

Il punto, però, è che – nonostante tutto questo e il continuo richiamare le origini genovesi di Beppe, in verità la Liguria e soprattutto Genova sono matrigne nei confronti del fondatore del MoVimento e di tutto il MoVimento. Da sempre Genova genera problemi ai pentastellati: era genovese, ad esempio, Luca Lanzalone, l’avvocato problem solver di Virginia Raggi, che però gliene risolse pochi e gliene creò di più, a causa dell’inchiesta giudiziaria che lo toccò.

Briciole elettorali

Oppure, a casa sua, dopo un esordio di “amici di Beppe Grillo” ma non riconosciuti dalla casa madre, che presero le briciole, nella consiliatura successiva se ne andarono quattro consiglieri comunali su cinque e il loro capogruppo e candidato sindaco, Paolo Putti, oggi sta in una lista civica di sinistra, Chiamami Genova, diversa da quella dei cinque consiglieri del MoVimento.

Scissioni del MoVimento a Genova

E anche in Regione dei sei primi eletti che ottennero un grandissimo successo con la candidatura a presidente di Alice Salvatore, arrivata a un’incollatura dal vincitore Giovanni Toti e dalla prima competitor del centrosinistra Raffaella Paita ne restarono solo due: due finirono nel movimento “Il Buonsenso” guidato dalla stessa Alice Salvatore, uno, Gabriele Pisani, finì nella lista moderata Liguria Popolare che fa capo a Maurizio Lupi e che appoggia Giovanni Toti e l’ultimo andò nella sinistra-sinistra.
Ma non furono le uniche scissioni del MoVimento a Genova: ad esempio, quando le comunarie sul web scelsero Marika Cassimatis come candidata sindaco, ma non era gradita ai vertici, Grillo optò per Luca Pirondini (persona degnissima e perbene, come Fabio Ceraudo, peraltro) al posto della professoressa Cassimatis, a cui non restarono alto che i ricorsi in ogni sede e la fondazione di un nuovo movimento, stavolta con la minuscola: Base Costituzionale.

Ribelli in Parlamento

Non è che in Parlamento vada meglio: nella scorsa legislatura, ad esempio, l’unica senatrice eletta a Genova, Cristina De Pietro, lasciò il MoVimento per andare prima nel Misto, per poi costituire la componente della Federazione dei Verdi nel Misto stesso e finire la legislatura nel gruppo di Forza Italia di Silvio Berlusconi.

E, stavolta? Alla Camera dei deputati, c’è un deputato eletto nel collegio uninominale Genova – Unità Urbanistica San Fruttuoso che si chiama Marco Rizzone ed è stato espulso dal gruppo pentastellato per la vicenda dei 600 euro alle Partite Iva. Lui ha replicato che era una legge dello Stato e che lo scandalo vero stava nel fatto che l’Inps, a trazione pentastellata, rendeva noti dati sensibili su comuni cittadini, fossero pure deputati.

Ad alimentare il Gruppo misto

Insomma, Rizzone dopo l’espulsione è approdato nel Misto, dalle cui file ha denunciato il tutto in aula, ha iniziato a cannoneggiare in ogni occasione possibile immaginabile il governo Conte bis e il MoVimento in aula, fra gli applausi scroscianti generalmente di Lega e Fratelli d’Italia. Salvo poi scegliere Bruno Tabacci e il suo Centro democratico-Europeisti al momento del reclutamento dei responsabili per la sopravvivenza del Conte bis due e mezzo o la nascita del Conte ter.

I "no" al Senato

Al Senato, addirittura, nessuno dei tre senatori eletti nella Liguria di Beppe ha seguito la scelta dei militanti di Rousseau e le indicazioni di Grillo. In tre modi diversi, ma i tre hanno detto no.

Uno, Mattia Crucioli, ha preso la parola in aula per dire il suo no a Draghi, per l’ennesima volta in dissenso dal gruppo, dove era ormai un dissidente storico, peraltro mai espulso. Stavolta, invece, non sembrano esserci margini e quindi Crucioli – curiosamente eletto pure lui nel collegio uninominale Genova – Unità Urbanistica San Fruttuoso, esattamente come l’altro ribelle Rizzone, ma uno per la Camera, l’altro senatoriale – dovrebbe essere espulso ad horas.

Il secondo, Matteo Mantero, parlamentare alla seconda legislatura, ha mantenuto il suo carattere taciturno che lo porta ad intervenire raramente nell’aula di Palazzo Madama. Ma, cambiando l’ordine dei fattori, per una proprietà transitiva dell’opposizione a Draghi, al momento della chiama, pure lui ha votato no. E quindi l’espulsione pare certa anche per lui.

La terza, Elena Botto, invece non era proprio in aula al momento della votazione e quindi, stando a ciò che ha detto il capo politico Vito Crimi, dovrà portare la giustificazione per spiegare l’assenza. Altrimenti, espulsione anche per lei.

Tutti i senatori liguri per il "no" a Draghi

Insomma, la Liguria è l’unica Regione dove tutti i senatori eletti nel MoVimento, tutti, non hanno votato la fiducia a Draghi. E anche Leda Volpi, deputata e medico sanremese, è fra coloro che hanno votato no a Draghi alla Camera dei deputati. 
Insomma, Genova è matrigna con Beppe Grillo.

Le ultime Regionali

E, a completare il quadro, ci sono le ultime regionali della Liguria, l’unica Regione in cui l’alleanza del governo giallorosso si è presentata unita anche alle regionali, quasi un tentativo di portare sui territori l’alleanza di Roma, l’anticipo di ciò che vorrebbero essere Pd, MoVimento e Leu con Conte leader alle prossime elezioni politiche. (In verità una cosa simile venne tentata anche in Umbria, ma era un esperimento civico e non politico).

Risultato: venne candidato Ferruccio Sansa, vicino di casa ma non in ottimi rapporti personali con Beppe Grillo, che però ha ottenuto un risultato deludente contro Giovanni Toti, di poco superiore a quelli di pentastellati e centrosinistra da soli nella scorsa legislatura regionale.

I rumors dissero che lo stesso Grillo non era entusiasta della candidatura, ma prevalsero le ragioni nazionali su quelle locali. Per la cronaca, a spingere più di tutti su quella candidatura e sull’alleanza organica fra il MoVimento e il Pd, furono il deputato e il senatore eletti nell’uninominale nel collegio Genova-Unità Urbanistica San Fruttuoso. Sì. Proprio quelli usciti oggi.

Ed è la storia di un cerchio che si chiude, con i fedelissimi di Alice Salvatore che avevano espulso i fedelissimi di Paolo Putti e Marika Cassimatis e poi sono stati (non tecnicamente, ma di fatto) espulsi a loro volta, costretti ad andarsene, dai fedelissimi dell’alleanza romana, che però poi sono stati espulsi o si sono autoespulsi a loro volta.
Funziona un po’ come in dieci piccoli indiani.
Ne resterà uno solo?