[L’analisi] Lega in piazza a Torino in favore della Tav. M5s: “E' una provocazione”. Chiusa una crisi, se ne aprono altre quattro

I migranti sono solo un “diversivo” per mettere sotto il tappeto ben altro. Ieri i soci soci di maggioranza si sono sfidati su Tav, trivelle e fondi per pensionati e invalidi. Toninelli non pubblica il parere costi/benefici sull’alta velocità. Salvini promette il referendum. Il ministro Costa (M5s) annuncia l’emendamento blocca-trivelle e i sottosegretari leghisti dicono “ora basta”

Salvini e Di Maio
Salvini e Di Maio

Si chiamano cortine fumogene. Servono a confondere nemici ed avversari, a seminarli cercando di nascondere il vero il punto debole. Sono trucchi. Tattiche. Utili se la nebbia sollevata non si deposita troppo presto. Il governo ha attirato per giorni l’attenzione sul caso migranti - giocando così una partita a favore di Salvini che, arrivino o meno gli ospiti stranieri, trionfa sui social e nei sondaggi -  e ha sviato la scena politica da un punto di frattura assai più scomodo e difficilmente ricucibile. Riuscendo a mettere in terzo piano quattro, cinque punti di crisi politica questa volta vera e all’apparenza non sanabile. 

Senza pace

Lega e 5 Stelle non trovano pace sul superdecreto per le due misure bandiera, il Reddito di cittadinanza e Quota 100, mancano soldi e Salvini, ma anche il ministro Fontana, ripetono da giorni: “O saltano fuori risorse per le pensioni di invalidità e le famiglie con tre figli oppure non votiamo”.  Ma non bucano più di tanto. Così la discussione e l’approvazione del decreto, attesa tra oggi e domani, è slittata direttamente alla prossima settimana (il 16 o il 18 gennaio).  Salvini e Di Maio vedono già il campo di battaglia sulla Tav e il ministro Toninelli è furioso con chi ha divulgato (il professore Ponti responsabile della Commissione d’analisi) la notizia che l’esame costi/benefici era terminato facendo trapelare il giudizio negativo. E ora con quale scusa lo tiene nascosto? Come fare a prendere tempo – tanto tempo, almeno fino alle Europee – sapendo già che se dà retta allo studio rompe con l’alleato di governo e se segue il volere della Lega perde una larga fetta di elettorato? Più piccolo sembra lo scoglio della prossima settimana quando arriverà in aula la legittima difesa, bandiera leghista, imbarazzo pentastellato.

Il governo, una scatola vuota

Decisamente più grande quello di metà febbraio quando il governo, la parte leghista. Ha promesso di portare in aula l’autonomia rafforzata delle regioni, primo passo verso un’Italia a più velocità che il popolo 5 stelle, per lo più del sud, non tollera. “Calma ragazzi – avvisava l’altro giorno il sottosegretario economico Dario Galli (Lega) – per noi quella roba lì è mandatoria, non si discute, va fatta e basta. Non penseranno mica i 5 Stelle che siamo i baluba che si rimangiano tutto eh…. No perché sennò qui diventa complicato”. Se poi si aggiunge anche che da qualche parte e in qualche modo (nel ddl semplificazioni che sta diventando una sorta di Mille proroghe) Di Maio correggerà l’autogol sulle trivelle in mare, è chiaro perché ieri più leghisti intercettati dalle parti di Montecitorio ripetevano:  “Ma come si fa ad andare avanti così? Tav sì, Tav no, migranti sì, migranti no, pedemontana sì, pedemontana no… i nostri ci ridono dietro. Ma tra un po’ saranno anche stufi”. E se in questi mesi è stato il “partito di Giorgetti” il più attivo nel sollecitare attenzione e sangue freddo rispetto alle mosse a volte senza senso dei 5 Stelle, negli ultimi giorni gli warning al “Capitano”, cioè Salvini, arrivano anche dai suoi, da chi ha sempre confidato sul passo lungo del Capo che sa cosa vuole e dove andare.  

Lega in piazza per la Tav

Il dossier che scotta è sulla scrivania di Toninelli. Top secret ma il responso è noto. L’analisi costi/benefici che finora è riuscita a congelare la decisione, è negativa, indurrà cioè a chiudere i cantieri della grande opera dell’alta velocità Torino-Lione. Come previsto, del resto, vista la composizione della Commissione nominata per non avere sorprese. “E’ solo una bozza preliminare, da valutare e confrontare anche con i francesi” ha tenuto il punto per tutto il giorno il ministro delle Infrastrutture sperando così di prendere ancora tempo e che altro intervenisse a richiamare l’attenzione. Ma è stato il capogruppo della Lega alla Camera Riccardo Molinari a mettere il dossier in cima ai guai di giornata. “La Lega non ha mai avuto dubbi: la Tav va realizzata, perché è una risorsa preziosa per lo sviluppo strategico dell'economia piemontese e di tutto il paese” ha messo in chiaro piazzando subito dopo due annunci che hanno ammutolito Toninelli. “Se il responso è negativo – ha promesso Molinari – la Lega chiederà un referendum consultivo; e comunque, per chiarezza, sabato la Lega sarà in piazza al sit-in pro Tav convocato a Torino” dal governatore Chiamparino (Pd). La giornata è andata avanti seguendo questo copione: Salvini, in serata ospite di Porta a Porta, ha ribadito il ricorso alla consultazione popolare “qualora l’analisi costi/benefici dovesse dare esito negativo. A meno che non sia un no ben motivato…”. Toninelli ha replicato prima via Facebook e poi dagli studi di Rainews24: “Nessun giallo, nessuna reticenza, l’analisi deve essere condivisa prima con la mia omologa francese e poi con la Ue. Così si fa per operare in trasparenza. E alla Lega che chiede il referendum dico che sarebbe stato meglio farlo vent’anni fa quando si discuteva dell’opera…”. Difficile immaginare una distanza maggiore tra i due alleati di governo. Che pure resiste. “Ci siamo lasciati pochi minuti fa terminata la riunione del Cdm e ci siamo dati il cinque, non mi pare proprio un clima di crisi imminente …”. Ma se parli con un No Tav doc come il senatore torinese Alberto Airola, le sensazioni cambiano:  “La Lega alla manifestazione pro-Tav è una vergogna, una palese violazione del contratto di governo. Per noi la Tav è un punto nodale, andare in piazza è una sfida, uno schiaffo in faccia al Movimento…”. Appuntamento sabato in piazza Castello e poi ne riparliamo.

Ci mancavano solo le trivelle

Sarà che a sera Toninelli racconta che il clima nel Cdm è da pacche sulle spalle, ma la giornata – ancora una volta – è un susseguirsi di fronti che si aprono e s’incendiano con ultimatum, sfide e pretese di chiarimenti. Ieri mattina, ad esempio, è il ministro dell’Ambiente Sergio Costa (M5s) ad annunciare che “è pronto l’emendamento del Mise (cioè il ministero di Di Maio, ndr) al disegno di legge sulle Semplificazioni per fermare le trivelle in mare (che lo stesso Mise ha autorizzato a fine anno, ndr) in attesa della definizione del Piano delle Aree…”. Da quel momento scendono in campo i pezzi grossi della Lega, un paio di sottosegretari come Galli e Vannia Gava, un senior come il senatore Arrigoni, un unico coro di critiche: “Emendamento sbagliato”, “impossibile dire sempre e solo No”, “non possiamo consentire che la paura blocchi lo sviluppo”. L’ultima parola, quella definitiva, ancora una volta è di Salvini: “No trivellare vicino alla costa, ma non si può neppure dire no per partito preso alle ricerche per l’energia in mezzo al mare. Non possiamo far finta che il mondo si è fermato…”. E però l’emendamento è già nel dl Semplificazioni. E senza aver prima consultato l’alleato. Succede quando si gioca una campagna elettorale - per le Europee - in campi diversi, e avversi, mentre si governa insieme in casa e si è prigionieri di una maggioranza.  

Il rischio più alto

Il problema più grosso è quello di cui si parla meno. Salvini e Di Maio sanno che i rispettivi elettorati alla fine potranno anche sopportare divergenze e delusioni su temi chiave come la Tav e le trivelle ma non potranno mai tollerare il fallimento delle “bandiere” per cui i 5 Stelle hanno incassato il 33 per cento delle preferenze e la Lega il 17 per cento diventato in sette mesi il 30 per cento. Salvini se la cava dicendo che “è meglio usare qualche giorno in più ed essere però sicuri di aver fatto le cose bene”. I 5Stelle a turno fanno trapelare i soliti sospetti su tecnici del Mef e contabili della Ragioneria dello Stato. Il fatto è che siamo sempre alle solite: mancano le coperture. Per due categorie cui Salvini ha promesso benefici e che invece al momento avranno meno degli altri: gli invalidi - la pensione di invalidità più alta l’avranno solo 260 mila persone mentre la platea ne conta 750 mila - e le famiglie “numerose”, con tre figli e oltre, che avranno lo stesso trattamento di quelle con due. “Non se ne parla proprio” ha avvisato il ministro della Famiglia e della disabilità Lorenzo Fontana. E’ lui, amico personale di Salvini, a tenere in stallo il governo. Di Maio ha messo a disposizione 400 milioni, un tesoretto recuperato dal capitolo Reddito di cittadinanza e però devono bastare per pensioni minime (anche qui mancano risorse), invalidità e assunzioni dei cosiddetti “navigator”, i tutor per i quasi 5 milioni di aventi diritto al Reddito.  “Ce la faremo, partiremo il primo aprile e non sarà uno scherzo” sdrammatizza Salvini. Ma intanto il decreto slitta: ieri, oggi, poi la prossima settimana, data da destinare.  E sui Centri per l’impiego, motore di tutto il progetto sia nella parte “lavoro” che in quella “inclusione sociale”, il progetto è completo. Ma solo sulla carta. Il primo aprile non è lontano.  Ed è prima del voto per le Europee, l’unico appuntamento che in questo momento hanno in testa Salvini e Di Maio. Le percentuali di quel voto decideranno la legislatura.