[La storia] La lezione di uno dei grandi vecchi saggi italiani al giovane vicepremier Di Maio

Il noto giurista Sabino Cassese ha preso carta e penna per ammonire il capo politico dei Cinquestelle sul rischio di cadere in una “tirannide della maggioranza”

[La storia] La lezione di uno dei grandi vecchi saggi italiani al giovane vicepremier Di Maio
Sabino Cassese
di Michael Pontrelli   -   Twitter: @micpontrelli

Sabino Cassese, giurista e giudice emerito della Corte costituzionale, è unanimemente considerato uno dei più grandi saggi italiani viventi. Non però un semplice accademico, dato che nel corso della sua lunga carriera (compirà a breve 83 anni) è stato anche ministro della Funzione pubblica. Un fine conoscitore della politica che ha sentito la necessità di prendere carta e penna per inviare al Corriere della Sera un editoriale in cui mette in guardia Luigi Di Maio dal rischio di cadere in una “tirannide della maggioranza”.

Le parole di Di Maio contro Bankitalia 

A far sobbalzare il vecchio giurista sono state le parole del vicepremier sulla Banca di Italia. “Se vuole un governo che non tocca la Fornero, la prossima volta si presenti alle elezioni con questo programma” ha dichiarato il capo politico del M5s respingendo le osservazioni di Via Nazionale sulla Manovra del Popolo.

Un male la democrazia ridotta a elezioni  

“Dunque, - ha scritto Cassese - per il vicepresidente del Consiglio dei ministri tutto il potere discende dal popolo ed è sempre il popolo che, mediante elezioni, deve pronunciarsi. La democrazia è ridotta ad elezioni e anche i vertici della Banca d’Italia debbono presentarsi all’elettorato o sottostare alla volontà del governo. Questa è una versione romanzata della democrazia, che, invece, ha al suo interno poteri e contropoteri, non tutti con una investitura popolare diretta. Le corti giudiziarie, la Corte costituzionale, le autorità indipendenti, le università, sono corpi autonomi, alcuni garantiti come tali dalla stessa Costituzione”.

La necessità del pluralismo del potere politico 

“Le persone che ne sono titolari – ha proseguito il giurista - non sono elette, ma scelte in altri modi, per lo più sulla base del merito, delle competenze, dell’esperienza, con competizioni aperte (concorsi). In questo modo si realizza il pluralismo del potere pubblico, si riconosce il potere della conoscenza, quello della competenza, quello del giudizio imparziale. Questo pluralismo serve a uno scopo fondamentale, quello di impedire la tirannide delle maggioranze”.

Tutelare l'indipendenza della banca centrale 

“Un posto particolare, tra i poteri indipendenti – ha spiegato ancora Cassese - hanno le banche centrali. Nel 1981, per opera di Nino Andreatta e di Carlo Azeglio Ciampi, si realizzò il completo divorzio tra Tesoro dello Stato e Banca d’Italia, che fu liberata dall’obbligo di acquistare i titoli pubblici inoptati da banche e risparmiatori. Le banche centrali non possono avere istruzioni dai governi, né sottostare a loro direttive, i loro dirigenti non possono esser rimossi, le loro competenze sono esclusive, la loro indipendenza finanziaria e organizzativa è piena. Tutto questo per sottrarre la politica monetaria alle influenze dei governi”.

L'errore di confondere il governo con lo Stato 

“Di Maio, - ha scritto ancora il giurista - nel fare la voce grossa, ignora tutto questo e commette l’errore di confondere il governo con lo Stato, errore che commette di frequente, quando, ad esempio, invita presidenti di enti a dimettersi, o pretende che alti funzionari dello Stato godano della sua fiducia”.

Una lezione da imparare a memoria 

La conclusione dell’editoriale tira in ballo anche Matteo Salvini: “L’altro vicepresidente del Consiglio dei ministri ha detto, recentemente, che l’attuale governo rappresenta la volontà di 60 milioni di italiani. Sarebbe bene che ambedue i vicepresidenti ricordassero che hanno avuto complessivamente poco più di 16 milioni di voti, che rappresentano poco più di un terzo degli italiani con diritto di voto”.  Verità sacrosanta, come pure le osservazioni di Cassese sull’importanza, per la salvaguardia della democrazia, dell’esistenza di pesi e contrappesi istituzionali indipendenti dal potere esecutivo. Una lezione che Di Maio e Salvini farebbero meglio ad imparare a memoria.