[L’analisi] La generazione perduta dentro le stanze del potere. Il cambiamento non si può fare con Verdini e Alfano

Non è più la Leopolda da 26 mila persone e dei grandi nomi. Dai tempi della rottamazione, è difficile capire che cosa sia rimasto ancora di quei giorni. Pisapia era stato invitato, ma non è venuto. Farinetti aveva da fare

Matteo renzi con Oscar Farinetti
Matteo renzi con Oscar Farinetti, altri tempi

Da quando Pippo Civati faceva coppia con Matteo Renzi sul palco dell’ex stazione ottocentesca di Firenze, giovani rampanti illuminati a stento nelle ombre lunghe della sala, ne è passata tanta di acqua sotto i ponti. Se la prima Leopolda «fu un fulmine di comunicazione futurista» (copyright dell’Huffingtonpost.it), questa che si è appena chiusa ci consegna l’immagine di una generazione che non riesce più a trovarsi, malinconicamente perduta nelle stanze del potere, e il senso di una manifestazione che ormai sembra rincorrere disperatamente se stessa. Dai tempi della rottamazione, è difficile capire che cosa sia rimasto ancora di quei giorni. Pif, il regista che venne qui nel 2013 infiammando la platea, ha fatto notare che «il cambiamento non prevede compagni di viaggio come Verdini e Alfano».

Lui non è venuto questa volta: è a Cardiff per un festival del cinema. Ma non è il solo. Oggi, contano quelli che non ci sono. Non quelli che ci sono. E se il premier Paolo Gentiloni è perlomeno giustificato, essendo impegnato per una missione in Africa, sono tanti quelli che con una scusa o l’altra hanno preferito disertare. Mancano gli avversari interni, come Orlando, Emiliano e Cuperlo, della minoranza pd. Ma mancano anche gli amici, a cominciare da quelli con cui si cerca di trovare una difficile alleanza: Pisapia era stato invitato, ma non è venuto. E’ andato a Roma, all’iniziativa di Bruno Tabacci e Franco Monaco. E con lui c‘era Piero Fassino, l’ambasciatore del pd che cerca di tessere le fila di improbabili accordi, per rovesciare all’ultimo minuto, proprio sulla linea del traguardo, un risultato elettorale che si preannuncia abbastanza sfortunato.

Forse sconta anche questo l’ottava edizione della Leopolda, perché per noi italiani la sconfitta è sempre una colpa. E l’odore della sconfitta è peggio ancora, magari soltanto perché si fa ancora in tempo a saltare su un altro carro. L’anno scorso furono 26mila i partecipanti, alla vigilia di quel referendum che segnò come uno spartiacque l’immagine del rottamatore. Non importa quanti siano oggi. Il senso è un altro. E sta tutto in quell’elenco amaro, di nomi e di assenze. Non c’è Oscar Farinetti, un grande renziano della prima ora, e forse anche per lui vale la presunzione di innocenza concessa a Gentiloni, visto che «è troppo incasinato per Fico», il parco agroalimentare di Bologna, come sottolineano al suo ufficio stampa.

I ministri Maria Elena Boschi e Luca Lotti si sono presentati solo con un tweet, dopo che qualche giornale aveva avanzato sospetti di dissidi fra loro e l’ex premier: «Un abbraccio affettuoso a chi pensa che due come noi - con tutto ciò che abbiamo fatto insieme in questi anni - possano dividersi sul futuro». Assieme al già citato ministro della Giustizia Andrea Orlando, non si è fatto vedere pure il presidente dell’Emilia Romagna, Stefano Bonaccini. E questo ci può stare, perché non sono certo amici di Renzi. Ma Sergio Chiamparino, invece, è sempre stato uno degli uomini più vicini al leader fiorentino, e non è venuto nemmeno lui. «E’ troppo impegnato tra Torino e provincia».

Poi non ci sono lo stilista Brunello Cucinelli e lo scrittore Alessandro Baricco, un altro di quelli che aveva legato le sue parole e anche la sua immagine a quella del rottamatore. Manca la regista storica della Leopolda, Simona Ercolani. Arturo Parisi c’è solo in foto, anche se Renzi lo ringrazia pubblicamente. Romano Prodi è addirittura a Firenze, ma si guarda bene dal passare nell’ex stazione ottocentesca: «Non sapevo neanche che ci fosse la Leopolda! Non vedo perché mi avrebbero dovuto invitare, m’hanno detto che era una roba da giovani».

Ma in questo elenco, fatto di nomi e cognomi, di correnti, di amici e di avversari, manca la cosa più importante, che non si può tracciare con una riga. Manca la speranza, che era la voce che dava luce all’assemblea futurista del 2010, manca la stessa rabbia, lo stesso sogno che dava le ali a una spinta nuova, così diversa. Oggi, come un gufo, incombe l’ombra di D’Alema, che fa la sua gara non per vincere, ma solo per far perdere il rottamatore. E’ andata così. Hanno vinto i rottamati. Anche se per l’Italia non è una bella notizia...