La festa di popolo a Roma e la rabbia sociale a Milano: luci e ombre dopo il green pass obbligatorio

Duecentomila in piazza san Giovanni a Roma. La Capitale supera indenne le tante manifestazioni del fine settimana. La guerriglia si è spostata a Milano

La festa di popolo a Roma e la rabbia sociale a Milano: luci e ombre dopo il green pass obbligatorio
Foto della manifestazione di Roma (fonte Tiscali)

Non era il fine settimana del G-day a fare paura. Poco o nulla poteva veramente accadere tra le tante manifestazioni in programma tra venerdì e sabato in molte città italiane e soprattutto a Roma con spiegamenti di forze e militarizzazioni di obiettivi sensibili che sarebbe difficile sostenere ogni sabato ds qui a chissà quanto. Se necessario sarò fatto, costi quel che costi anche in termini economici. Ma si sa: non è possibile prevenire e prevedere tutto. Così come è veramente difficile misurare gli effetti reali dell’entrata in vigore del green pass obbligatorio nei posti di lavoro: a parte un aumento del 23% dei certificati medici, non può essere un giorno a compromettere logistica e servizi del paese.  Così, come ci ha detto una fonte tecnica molto qualificata del ministero dell’Interno, “venerdì e sabato abbiamo garantito a tutti di manifestare ed evitato blitz fuori programma. Era stato messo in piedi un dispositivo da grandi occasioni, 5 mila uomini solo a Roma.  Ma è il giorno per giorno che preoccupa nelle prossime settimana. Non sarà facile monitorare tutto”. Per dirla in modo già chiaro, i blitz improvvisi come quello contro la Cgil il 9 ottobre a Roma. E quello che è stato evitato, prima contro la sede Rai e poi di nuovo contro la Cgil, ieri sera a Milano. Gli obiettivi in questa assurda e contraddittoria battaglia contro il green pass, possono essere migliaia. Da qui le difficoltà temute per i prossimi giorni e settimane. Ecco dunque che il bilancio di questo fine settimana è pieno di luci (tante) e ombre (poche, ma ci sono).

Una festa di popolo

E’ stata un successo la grande manifestazione dei sindacati “contro ogni fascismo” organizzata da Cgil, Cisl e Uil dopo l’assalto e la devastazione della sede della Cgil a Roma. Per partecipazione, per temi trattati e per il clima di festa e non di odio nè di rancore che si respirava tra le migliaia di piazza San Giovanni. Ore 14, piazza San Giovanni, angolo con via Merulana, una ragazzina arriva festosa dal bacino davanti alla basilica, ha appuntamento con gli amici, ragazzini di 15-16 anni: “Riga, la piazza è super piena,  mai vista una cosa del genere in vita mia…”. Era certamente la sua prima manifestazione dopo due anni di lock down della “partecipazione” e dello “stare insieme”.  200 mila hanno detto gli organizzatori, la metà è il bollettino della questura. Difficile dire perchè la massa di gente arrivava oltre l’acquedotto, oltre i giardini, riempiva tutte le strade che portano in piazza San Giovanni. Dunque tantissimi. E soprattutto almeno quattro generazioni: bambini piccoli  - uno leggeva un fumetto Manga seduto ai piedi dei suoi genitori, un’altro faceva foto con la bandana rossa e la scritta “partigiano sempre” -; ventenni come Benedetta, Ronnie e Stefano arrivati da Somma Lombardo perchè “la libertà è di tutti”; e poi lavoratori che potrebbero essere i loro genitori e i “nonni" partigiani o che comunque hanno vissuto il ventennio, il regime, la guerra. Il timore, fondato, di una manifestazione nata dall’emozione e dalla rabbia per l’atto squadrista e dunque fascista accaduto la scorsa settimana ma che avrebbe potuto rompere il silenzio elettorale prima del voto, è stato evitato con grazia ed intelligenza proprio dai manifestanti e dai vari leader sindacali attenti più a proporre che a denunciare. Attenti anche ai colori della piazza, che è stata rossa (Cgil) ma anche blu (Uil) e verde (Cisl). Si sono fatti vedere leader , ministri e parlamentari di Pd, Iv  e 5 Stelle e Leu. E poi si, s’è visto anche il candidato Gualtieri. Ma sono state presenze tutto sommato discrete, gocce nel mare di San Giovanni. Il centrodestra, come si sa, non ha voluto partecipare denunciando abusi e irregolarità. Ha disobbedito  Elio Vito (Forza Italia); l’unico. Si è parlato di occasione sprecata. E comunque non c’era giorno migliore del 16 ottobre per marciare contro i fascismi, anniversario del rastrellamento del ghetto di Roma. Era la mattina del 1943: i tedeschi deportarono oltre mille ebrei italiani; ne tornarono 12.   

Toni alti

Nei vari interventi dal palco, i tre segretari e altri dirigenti sindacali, hanno fatto attenzione a non incendiare e a proporre, anche questo è piaciuto. Poco, quasi nulla - per fortuna -  su green pass e vaccini. Tranne Luigi Sbarra (Cisl) e Pierpaolo Bombardieri (Uil) che hanno ripetuto la contrarietà al Green pass e il favore rispetto all’obbligo vaccinale  (“una responsabilità che il governo deve assumere al di là delle divisioni in maggioranza”). Ma non era di questo che volevano sentire parlare i centomila in piazza. Landini ha centrato il suo intervento su lavoro e qualità del lavoro (“spendiamo bene le risorse del Pnrr, evitiamo che sia un finanziamento ai grandi gruppi”), sicurezza (anche ieri due morti),  Europa,  diritti, disuguaglianze. E necessità di avere più cultura. E’ stato forse uno dei passaggi più applauditi dalle centinaia di ragazzi in piazza. “Sono entrati nella nostra sede che è ricca di opere d’arte - ha detto Landini -  hanno devastato qualcosa ma non sono neppure accorti che all’ingresso è esposto uno dei quadri più belli di Guttuso…. Già ma quelli non sanno neppure chi è Guttuso, meglio così, lo hanno risparmiato”. Sempre il segretario ha ricordato l’incontro con una giovane studentessa che ha chiesto: “Lei ci dice che dobbiamo essere solidali e fare gruppo; i professori, la scuola, il sistema, che dobbiamo abituarci a competere. A chi dobbiamo dare retta?”. Landini ha detto: “Basta con la cultura dell’individualismo, dobbiamo in fretta tornare alla cultura della solidarietà”. Un altro bel lascito di questa giornata: “Meno individui, più società”. 

Ordine pubblico perfetto

Questore e prefetto di Roma - nel mirino delle destre tanto quanto il ministro dell’Interno per non aver avuto saputo evitare l’assalto alla Cgil - ieri sera hanno potuto tirare un bel sospiro di sollievo.  In 48 ore la città ha dovuto smaltire i comizi finali del ballottaggio e la manifestazione contro il green pass alla Bocca della Verità (tutto venerdì); ieri la festa di San Giovanni e l’arrivo di migliaia di persone con treni e pullman per la manifestazione;  la partita Lazio-Inter con l’Olimpico tornato quasi al 100%; la manifestazione spuntata all’improvviso ieri pomeriggio di piazza del Popolo dove tutto cominciò sabato scorso.  Erano appena 40 e non è stato difficile disperderli. E comunque tutti gli obiettivi sensibili, perchè sedi istituzionali, della città sono presidiati con blindati. Che spreco enorme di risorse per una battaglia - quella contro il green pass - illogica e contraddittoria per gli stessi che la portano avanti. Come si può dire che il green pass è discriminatorio per i lavoratori quando vaccino e green pass hanno permesso a tutti di tornare a lavorare che è senza dubbio la cosa più importante? Ieri Landini ha citato Di Vittorio: “Non c’è nulla di più disaggregante e umiliante che la mancanza di lavoro”. 

Le ombre, ancora troppe

Sembra quasi che il fronte no-pass romano abbia passato il testimone a Milano. Dove ieri ci sono stati incidenti e momenti di tensione in un corteo non autorizzato che ha invece sfilato nelle strade della città per quasi cinque ore.  Il dispositivo di ordine pubblico è passato dalla modalità “contenimento” - come è stato nell’ultimo anno proprio per rispettare la difficoltà interiore di tanti che temono i vaccini per paura e disinformazione - a quella “repressiva”: significa cariche e lacrimogeni e muovere i reparti in modo tale che i manifestanti restino “intrappolati” senza poter più raggiungere gli obiettivi. 

Per il tredicesimo sabato consecutivo, i manifestanti 'No green pass' milanesi si sono ritrovati in piazza Fontana per protestare nonostante la mancanza di autorizzazioni. Il punto è che erano diecimila. E che a guidarli c’erano gruppi anarchici. A Roma i fascisti di Forza Nuova. A Milano gli anarchici dei centri sociali. E’ del tutto evidente che ormai il greeb pass è diventato l’alibi, la maglietta da indossare per scendere in piazza. Queste manifestazioni ormai prescindono dal merito (l’85% degli italiani è vaccinato). E raccolgono invece quella rabbia sociale, quel disincanto e delusione che ha tenuto lontani dalle urne delle amministrative il 50 per cento degli avanti diritto.     

Il corteo, non autorizzato, milanese ha attraversato per due volte il centro della città e almeno in tre occasioni (Porta Venezia, Largo La Foppa e via Borgogna), ci sono stati contatti tra contestatori e forze dell'odine con cariche di alleggerimento per evitare che si dirigesse verso obiettivi sensibili. Ad un certo punto un gruppo di anarchici ha preso la testa del corteo e ha tentato di muovere il corteo prima verso la sede Rai della Lombardia in corso Sempione, poi verso la sede della Cgil in corso di Porta Vittoria e infine verso la sede della Regione e la stazione centrale. “Oggi vi facciamo impazzire” gridavano dalla testa del corteo alle forze dell’ordine che in realtà hanno mossa i reparti per spingere il corteo nell’unico luogo possibile: piazzale Loreto. Se cercavano il replay della scorsa settimana nella Capitale, è fallito grazie all’attento  dispositivo di ordine pubblico.

Luci e ombre anche a Trieste

Piena di luci e ombre anche la partita dei portuali di Trieste e il loro tentativo di mettersi alla guida dei lavoratori italiani con la scusa del green pass. Il presidio degli uomini di Strano Puzzer, leader del Clpt (Coordinamento lavoratori portuali di Trieste) non è riuscito ad interrompere l’attività del porto di Trieste. L’ha rallentata, anche perchè c’è la coda di televisioni e telecamere al varco 4 per fare interviste con annessi siparietti di cartelli e striscioni e comparse in fila per parlare. Ma non l’ha fermata.  Incerti i dati ma si parla di un 40% per cento, su un migliaio, di persone che non sono andate a lavorare.   Il presidente dello scalo, Zeno D'Agostino, ha avvertito: “Questa situazione non si può più tollerare, ho bisogno di un porto che funzioni. Basta con questo circo”. Puzzer sostiene di aver “vinto la battaglia”, oggi i portuali di Trieste tornano al lavoro “ma non ci fermiamo qua”. E detta condizioni: “Diamo tempo al governo fino al 30 ottobre per ritirare il green pass”. Intanto al varco 4 del porto arrivano camper e tende per concedere momenti di riposo. Ma anche cibo e bevande calde. Oltre che gruppi di lavoratori da altre regioni. Tra cui gente vaccinata e con green pass. Il governo fa benissimo a non cedere di un millimetro. E ad andare avanti. Il green pass è il nuovo bazooka di Draghi. Il “whatever it takes” politico-sociale e non più finanziario-monetario. In nome del 6,1% di pil in crescita e dell’84 per cento di italiani vaccinati.