[L’analisi] Abolizione della legge Fornero, taglio delle tasse e reddito di cittadinanza. La corsa folle verso il fallimento dell’Italia

La realtà è che assisteremo a una campagna elettorale in fuga dalla realtà, con i partiti populisti in testa e quelli moderati a rimorchio, senza riuscire a porre un freno a questa folle corsa nel libro dei sogni. Berlusconi, con il suo milione di posti di lavoro, il ponte sullo Stretto, l’abbattimento delle tasse e la sconfitta del cancro, ha fatto scuola: ma gli allievi hanno superato il maestro, che oggi sembra quasi il più prudente di tutti

Berlusconi, Salvini, Di Maio, Renzi
Berlusconi, Salvini, Di Maio, Renzi

Più che un libro dei sogni quello dei programmi elettorali dei partiti sembra un quaderno del disastro, che ci aspetterebbe se qualcuno di loro dovesse mantenere davvero le fantasiose promesse elaborate per convincerci a dargli il voto. Il re di questa corsa folle verso il burrone del fallimento finanziario è senz’altro Salvini. Più soldi per tutti, abolizione della legge Fornero, e poi si finisce come la Grecia, che ha tagliato le pensioni, tolto le tredicesime e bloccato gli aumenti. Alleluia. Ma dentro ci sono tutti, da Berlusconi a Renzi, a D’Alema, compresi purtroppo i Cinque Stelle, che bene o male si erano sempre distinti per la lotta agli sprechi, a cominciare da quelli dei partiti.

Nel discorso di fine anno del presidente Sergio Mattarella c’era un monito abbastanza severo su questi programmi elettorali, anche se incentrato più sul metodo che sui contenuti: «Il dovere di proposte adeguate, realistiche e concrete, è fortemente richiesto dalla dimensione dei problemi del nostro Paese». Bisognerebbe cioé tener conto della nostra grave situazione finanziaria, che ha nel debito pubblico il dato più preoccupante. Parole al vento. Perché tutti i concorrenti per le elezioni del 4 marzo propongono tranquillamente più spesa pubblica e meno tasse, senza coperture che non siano il rosso di bilancio.

Molti giornali si sono sbizzarriti a elencare i costi di queste promesse, descrivendo in particolare la totale assenza di qualsiasi proposta adeguata per recuperare i fondi necessari a metterle in pratica. Altra operazione che rischia di lasciare il tempo che trova. La realtà è che stiamo assistendo a una campagna elettorale in fuga dalla realtà, con i partiti populisti in testa e quelli moderati a rimorchio, senza riuscire a porre un freno a questa folle corsa nel libro dei sogni. Berlusconi, con il suo milione di posti di lavoro, il ponte sullo Stretto, l’abbattimento delle tasse e la sconfitta del cancro, ha fatto scuola: ma gli allievi hanno superato il maestro, che oggi sembra quasi il più prudente di tutti.

Si comincia dalla riduzione delle tasse. Aliquota unica. Lui, il Cavaliere, propone di opartire dal 23-25 per cento per arrivare negli anni al 20. Operazione da circa 40 miliardi. Nessun problema: «La flat taxsi finanzia da sola», facendo emergere il nero. Come, non riusciamo a capirlo. Ma non importa. Berlusconi raddoppia: promette anche l’abolizione di «ogni imposta su successioni e donazioni, sulla prima casa e sulla prima auto». Evviva. Salvini la spara ancora più grossa: aliquota unica al 15 per cento. Conta poco che secondo alcuni esperti ci costerebbe la bellezza di 100 miliardi l’anno.

Contrari alla flat tax sono i cinquestelle, perché non rispetterebbe il principio costituzionale della progressivitàù del fisco. Ma Di Maio promette lo stesso di rimodulare l’Irpef. Renzi invece insiste sui bonus: 80 euro alle famiglie con figli. Peccato che a noi risulterebbe che neppure i bonus bebé garantiti già per legge stiano arrivando a tutti: mancano i fondi. In ogni caso, secondo il Corriere della Sera questi nuovi bonus costerebbero fra i 5 e i 10 miliardi di euro. Che sono una bazzecola rispetto alle altre spese. L’abolizione della legge Fornero promessa da Salvini secondo i calcoli della Ragioneria dello Stato significherebbe rinunciare a circa 350 miliardi di risparmi cumulati fino al 2060. Secondo il Sole 24 Ore, la perdita sarebbe di 140 miliardi, ma in tempi più brevi.

Comunque la si veda, in parole semplici vorrebbe dire che fra poco non ci sarebbero più i soldi per le pensioni. Invece, il reddito di cittadinanza voluto dai Cinquestelle per l’Istat costerebbe 15 miliardi nel 2015. I soldi si troverebbero risparmiando sugli acquisti pubblici, con più tasse sul gioco d’azzardo, banche e compagnie petrolifere, col taglio delle auto blu, degli enti inutili, delle pensioni d’oro (che non si capisce bene se sono già quelle sopra i 2500, 3000 euro al mese) e dei vitalizi. Ma anche qui si fanno i conti senza l’oste, perché intanto i vitalizi il Parlamento se li tiene stretti e se li aumenta pure, e poi perché basta un Tar qualsiasi per bloccare tutto, senza contare il potere trasversale delle lobbies che impediscono tagli di ogni genere e grado ai vari potentati della Repubblica.

A tutte queste promesse (che sono solo la parte più evidente di quelle ventilate dai partiti) si aggiungono le demagogiche proposte dell’uscita dall’euro (Cinquestelle e Lega) e dell’abolizione del job acts (D’Alema e Bersani), che avrebbero costi ancora più elevati sulle nostre finanze. Nessuno poi tiene conto che la realtà si muove in controtendenza, e che nel mutato scenario economico europeo il debito italiano è già superiore al 130 per cento e il deficit potrebbe alzarsi da solo come spiega Luciano Capone sul Foglio, «man mano che la risalita dell’inflazione spingerà a una chiusura del Qe», il Quantitative easing, una delle modalità con cui una banca centrale interviene sul sistema finanziario ed economico di un paese per aumentare la moneta in circolazione.

Tutti insieme, invece, i nostri partiti rifiutano il fiscal compact, ovvero quelle regole che dovremmo rispettare per mettere la finanza pubblica a posto. I talk show e i vari dibattiti televisivi ci hanno convinti che il paese abbia vissuto negli ultimi anni una fase di austerità, e che adesso, grazie alle elezioni, cambierà la musica per tutti. Complimenti. Se siete davvero sicuri che stanno per arrivare i tempi delle vacche grasse, occhio ai risvegli. A volte, la realtà è solo il nome che noi diano alle nostre delusioni.