La coalizione Pd scricchiola sotto il “peso” di Calenda. Rossoverdi e Di Maio alzano il prezzo. Rabbia tra i Dem

Annullato ieri l’incontro tra Fratoianni, Bonelli e Letta. L’accusa: “Il leader di Azione fa il padrone di casa,”. Ma Sinistra italiana e Verdi non possono cambiare coalizione: non hanno le firme e Grillo non li vuole (Conte sì). Letta riapre a Renzi. Ma IV sembra decisa ad andare da sola. Sondaggi in crescita

La coalizione Pd scricchiola sotto il “peso” di Calenda. Rossoverdi e Di Maio alzano il prezzo. Rabbia tra i Dem

Aiuto, si rompe la coalizione. E ho pochi giorni per aggiustarla. Ma la coperta è corta e se si tira da una parte, si scopre l’altra. Ci vuole pazienza e sangue freddo.

Il segretario dem ha qualche problema: ha chiuso con Calenda e Bonino un accordo elettorale capestro ma ha ottenuto che altri pezzi del variegato fronte democratico e progressista si ribellassero al predetto accordo. Della serie: chi sarà mai Calenda rispetto a noi Sinistra Italiana e Verdi? O rispetto a me Luigi di Maio, che sono ministro da cinque anni?  Chiede “rispetto e parità di trattamento” per Impegno civico il ministro degli Esteri perché “altrimenti viene meno il principio fondante di una coalizione”. Vogliono un “riequilibrio” programmatico e non solo Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni.

Letta riapre a Renzi ma…

Insomma, si tappa un buco, se ne aprono altri due. Tanto che ieri sera Letta è arrivato persino a nominare Matteo Renzi finora scrupolosamente tenuto lontano e alla larga dalla grande coalizione. “Renzi ha detto che corre da solo - ha spiegato Letta - ma se cambia idea sono pronto ad incontrarlo. Abbiamo ancora tempo”. Lo ha fatto ieri sera, quando uno dopo l’altro prima i rossoverdi - all’ora di pranzo - e poi Di Maio - in serata - hanno ritrattato gli accordi già presi alla luce delle “novità politiche”.  Magari sarebbe stato meglio proporlo dieci giorni fa, quando sono stati presi accordi di massima con tutti gli altri leader di formazioni giudicate compatibili.  E sarebbe stato meglio anche non far circolare, in questi giorni, spin e sondaggi da cui emerge che Italia viva “non porta in dote nè voti nè consenso”. Renzi ha riunito ieri sera i gruppi. Le possibilità che adesso, dopo essere stati umiliati, i renziani tornino in coalizione, sono abbastanza remote. Vedremo. Nella “terra di mezzo” Italia viva si attrezza per fare l’outsider “liberi, coraggiosi, coerenti” di due alleanze tecniche destinate a sfaldarsi il giorno dopo il voto. Il pasticcio “Calenda nel Pd” potrebbe aprire nuove strade e spazi politici all’ex premier. Anche nuove alleanze. Intanto arrivano telefonate, volontari e i piccoli, tanti  donatori.

Quei no “diversi” di Fratoianni, Bonelli e Di Maio

La sensazione a fine giornata è che mentre Sinistra Italiana e Verdi stanno solo alzando un po’ il prezzo dopo l’ingresso in coalizione a dir poco esuberante di Calenda, quella di Luigi di Maio sia invece una vera “tragedia”, umana e politica. Se la lista di Impegno civico  appena battezzata (lunedì) insieme con Tabacci non arriva all’uno per cento, non porta voti e non elegge nessuno. Se arriva al 3% sistema una decina di deputati e un paio di senatori . Tra l’uno e il 3%, non produce eletti ma consegna i propri voti alla lista principale, cioè il Pd. E’ una lista appena nata e non è detto che riesca ad arrivare al quorum. Per Di Maio ci sarebbe un posto garantito nelle liste Pd ma il ministro degli Esteri non può certo abbandonare quelli che lo hanno seguito e condannarli a morte certa. Senza neanche provarci. Se accetta il diritto di tribuna proposto da Letta a tutti i leader dei partiti, Di Maio si salva ma molla tutti gli altri. Quasi uno Schettino, uno stigma insopportabile per un ministro e un giovane leader “capo politico”.   Non c’è dubbio poi che la coerenza di Di Maio (ci prova con la sua lista senza accettare posti sicuri) sarebbe molto apprezzata in casa Pd: significherebbe altri 2/3 posti sicuri risparmiati per i candidati Pd. La generosità di Letta rispetto ai seggi sicuri Pd comincia a produrre moltissimi mal di pancia. In Parlamento e sui territori.

Le giornata sono un ottovolante con annessi calci-in-culo (sempre di giostre parliamo) che troveranno pace solo e soltanto il 14 agosto alle 24 quando saranno depositati simboli e alleanze e la settimana dopo (il 21) quando le Corti d’Appello riceveranno le liste. Fino ad allora molto ancora si muoverà. O almeno si agiterà.

I rossoverdi

Ieri si sono agitati molto Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli, la coppia rossoverde di Sinistra Italiana e Verdi entrata fin dai primi giorni nella Santa alleanza, che non ha mai votato la fiducia al governo e ai provvedimenti del governo Draghi (ancora meno di Fratelli d’Italia) e che ha mal digerito il contratto firmato il giorno prima da Letta, Calenda e Della Vedova. Ieri doveva essere “la firma del contratto” parte seconda. Letta doveva cioè stringere anche con i rossoverdi un accordo piuttosto notarile come ha fatto il giorno prima con Azione e + Europa. Ma è saltato tutto due ore prima dell’incontro previsto nel pomeriggio (ore 15) alla Camera.

Peggio di così, dal punto di vista dei rossoverdi, non poteva andare: male la suddivisione dei collegi, quel 70 (al Pd) e quel 30 (ad Azione e +Europa) che sembra spropositato: malissimo i paletti sui temi, il no a nuove tasse e il sì al rigassificatore visto che sulla “patrimoniale” e sul no alla nave davanti a Piombino ruoterà tutta la campagna dei rosso verdi. Pessima la lettura dei giornali e dei siti tra martedì sera e ieri mattina, quel Calenda “padrone di casa che detta l’agenda” non era negli accordi. La tempesta di insulti e dubbi sui social (della serie “ma che ci fate voi con Calenda”) ha fatto il resto. Fino alla goccia che ha fatto traboccare il vaso: il leader di Azione in tv ieri mattina. Intervistato a Sky Tg24 l’ex-ministro ha affermato che “la speranza che possa rimanere Mario Draghi accomuna sia me che Enrico Letta” e che “se Fratoianni non condivide l'agenda Draghi deve rispondere ai suoi elettori del perché sta in una coalizione che condivide l'agenda Draghi. E’ un problema suo, non mio. Se Fratoianni non ci si trova - ha aggiunto - lo dica prima che si faccia la coalizione. Il mio interlocutore è Letta”.

Calenda padrone di casa della coalizione: questo non era previsto. Né prevedibile. Come è potuto succedere? Al buon Letta è andato di traverso un po’ di tutto. Con la pazienza di Giobbe è stato zitto, nel senso che ufficialmente non s’è fatto sentire. Probabile che abbia suggerito al socio di farla finita con le dichiarazioni ad effetto in tv. E su twitter, un altro luogo dove l’ex ministro dello Sviluppo economico risulta fulmineo, efficace, spesso deflagrante. Ma non è bastato.  

I motivi del rinvio

Così intorno alle 13, quando mancavano un paio d'ore all'inizio della riunione, i dirigenti rossoverdi hanno fatto recapitare una nota in cui si annunciava il rinvio del vertice “a data da destinarsi”. Il motivo sono “le novità politiche emerse nella giornata di ieri” e il “mutamento delle condizioni su cui abbiamo lavorato in questi giorni”. Sono in corso “riflessioni e valutazioni che necessitano di un tempo ulteriore. Registriamo comunemente un profondo disagio nel paese e in particolare nel complesso dell'elettorato di centro-sinistra che ha a cuore la difesa della democrazia, la giustizia climatica e sociale”.  Un lungo giro di parole che sta a significare l'irritazione di Fratoianni e Bonelli (che avevano sollecitato l'incontro con Letta) per il protagonismo del leader di Azione.

Il “rischio” Conte

La giornata si colora di giallo. Col sapore del panico. Boatos in Transatlantico nei capannelli della sinistra Pd: “Stai a vedere che mollano e se ne vanno con Conte, tanto è il loro vecchio pallino…”. Il ministro Andrea Orlando, che della sinistra Pd è il leader, avverte: “Fratoianni e Bonelli   sono alleati assolutamente importanti. E’ un momento delicato. Il Pd deve dare un segnale a questi compagni di viaggio con cui condividiamo molto sull’agenda sociale e sulla transizione ecologica”. Guai a te Letta se te li fai scappare. Anche perché Conte novello Melenchon è lì pronto e non da oggi a strizzare l’occhio ai rossoverdi.  “Con le persone serie, che vogliono condividere un'agenda sociale ed ecologica – si è subito fatto sentire il leader grillino – c’è sempre la possibilità di dialogare”. Da quello che risulta però Beppe Grillo avrebbe messo il veto a Conte su tante cose: il suo nome nella lista, la modifica del simbolo, l’andare insieme a qualcuno. Grillo vuole la purezza delle origini e dice no a tutto. Anche qui, vedremo come andrà a finire. Chissà se è vero che Conte potrebbe accoglierli al suo fianco.

Oggi l’incontro. E i rossoverdi sono “prigionieri”

Di sicuro in serata  Fratoianni e Bonelli fanno sapere che l’incontro ci sarà, oggi. E che alzeranno il prezzo: sui temi e sui collegi. Fratoianni è sicuro di andare oltre il 3% e avrebbe rifiutato il diritto di tribuna (un posto sicuro nel proporzionale) perché vuole portare i suoi in Parlamento. Dunque vuole posti (il 70-30 tra Pd e Azione è al netto dei seggi tolti per le liste collegate che però potrebbero non esserci visto che Letta sta offrendo a tutti loro il diritto di tribuna nel proporzionale). E non ne vuole sapere dei due front runner Letta e Calenda come sono stati presentati nell’accordo. E noi, sottolineano Bonelli e Fratoianni, “non siamo forse frontrunner delle nostre liste?”. E poi questa storia dell’agenda Draghi: Sinistra italiana non ne vuole sapere; Bonelli neppure. Rivendicano in fondo una loro coerenza. Come fanno allora a restare con il Pd e Calenda? Potrebbe alla fine essere solo una questione tecnica: entrambi non hanno dovuto raccogliere le firme perchè sono stati “agganciati” da Fornaro e Articolo Uno (che avrà 5-6 posti nelle liste Pd). Fratoianni e Bonelli sono obbligati a restare nella coalizione Democratici e progressisti. Un po’ come Calenda con la Bonino.  

I mal di pancia tra il Pd

Ora però se anche i rossoverdi alzano il prezzo sui collegi, cosa rimane al popolo del Pd convinto di avere diritto al proprio numero di seggi? Questa generosità del segretario sta facendo venire molti mal di pancia. Evidenti in Transatlantico. Dove ieri girava questa storiella riportata dal congiurato Phil sul sito Globalist: “Ho da vendere una catapecchia a Bitonto, varrà si e no 200 mila euro. Puoi sentire Letta se è interessato ad acquistarla per 600mila?”. Cattiva, molto. Ma sono tanti i deputati e senatori che temono di perdere il seggio per dover fare posto agli alleati. Luigi di Maio, ad esempio: che farà il ministro degli Esteri? Accetterà due o tre posti per lui – già promessi da Letta - Tabacci e un paio di fedelissimi? O invece accetterà la sfida della sua lista per arrivare al 3%? Molti deputati Pd ieri consigliavano ai deputati dimaiani, “vedrete che non vi lascerà, correrà con voi in lista, non può fare diversamente”.