[La polemica] Bravo ministro Calenda, il Jobs Act va rottamato. La legge sul lavoro di Renzi è sbagliata

Se il colosso Mittal riassume i suoi operai dell’Ilva, ovviamente, in base alla riforma di Renzi e Poletti, ha tecnicamente il diritto di riscrivere le loro retribuzioni. Perché delle due l’una: o ha ragione Calenda e allora quella legge è sbagliata, o quella legge è giusta e allora Calenda ha torto

Matteo Renzi e Carlo Calenda
Matteo Renzi e il ministro dello Sviluppo economico, Carlo Calenda

Sono d’accordo con il ministro Carlo Calenda che rottama il Jobs act, con la sua presa di posizione sull’Ilva. Purché si capisca che, effettivamente, di questo si tratta: il ministro contesta l’azzeramento di tutti gli stipendi pregressi dei dipendenti dello stabilimento di Taranto, predisposto dalla nuova proprietà, ma è come se dimenticasse che quel provvedimento è figlio di una legge che è il principale punto di identità del suo governo (e di quello precedente di cui è fotocopia) il Jobs act. L’azzeramento dei diritti pregressi in caso di riassunzione, infatti è il perno focale della riforma. Al punto che diverse imprese hanno provato a licenziare i propri dipendenti e a riassumerli, per privarli dell’articolo 18 e delle sue tutele.

Quindi se il colosso Mittal riassume i suoi operai dell’Ilva, ovviamente, in base alla riforma di Renzi e Poletti, ha tecnicamente il diritto di riscrivere le loro retribuzioni. Perché delle due l’una: o ha ragione Calenda e allora quella legge è sbagliata, o quella legge è giusta e allora Calenda ha torto. Avvicinandosi la data del voto è legittimo sospettare, quindi: Calenda contesta la Mittal dopo che il governo ha firmato un accordo in base a cui la Mittal ha scritto il suo piano, e del Rio fa lo sciopero della fame (di un giorno) contro il suo governo - cioè contro se stesso - che non pone la fiducia sul ius soli. E intanto il Pd e Gentiloni vogliono imporre un voto di fiducia sulla terza legge elettorale consecutiva che prova a sottrarre ai cittadini il diritto di scegliersi i propri eletti. 

Credo che sia il caso di leggere il recente saggio di Marta Fana “Non è lavoro è sfruttamento” (Laterza) che si apre con l’immagine della cassiera del supermercato costretta a stare in piedi alla cassa, a rinunciare alla pausa bagno dall’inizio del suo lavoro fino alla paura pranzo, colpita - addirittura - dal divieto di bere durante usato orario di servizio perché si teme che la sua diuresi in orario di lavoro sia aumentata dal gesto del dissetarsi. Siamo alla follia: oltre la precarietà selvaggia che questa immagine racconta, ci sono solo le catene dei padroni delle ferriere del secolo ottocento.