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Il “non ci sto” di Amato. Parole fuorvianti e quesiti scritti male: ecco perchè la Corte ha bocciato

Il presidente della Corte Costituzionale spiega di persona i motivi della non ammissibilità. Dure polemiche e accuse con i Radicali. Passano 5 quesiti su sei sul tema Giustizia. Tra questi anche la separazione delle carriere. Chi vince e chi perde tra le forze di maggioranza. Ma tutto questo non avrà conseguenze sul governo

Claudia Fusanidi Claudia Fusani   
Il “non ci sto” di Amato. Parole fuorvianti e quesiti scritti male: ecco perchè la Corte ha bocciato
Amato (Ansa)

Non ci sta il Presidente della Corte Costituzionale a passare per uno che “non sa cosa siano le sofferenze”. O, ancora peggio, per uno la cui principale preoccupazione è non disturbatore il conducente. In questo caso le istituzioni, come la magistratura. O i cattolici, che non sono un’istituzione ma certo rappresentano una bella fetta di potere in questo paese. Non ci sta a queste e tante altre cose Giuliano Amato, uno a cui si possono molte cose ma non certo che non sia un laico e un liberale. Non “accetta” che Giandomenico Caiazza, stimato presidente delle Camere penali nonchè legale dei Radicali in questa ennesima partita referendaria, dichiari proprio lì, sotto le finestre della Consulta, che “i tre referendum più popolari sui temi che più avrebbero interessato l'opinione pubblica sono stati dichiarati inammissibili, per cui complessivamente la vicenda referendaria assume un peso marginale”.

I tre più popolari, sugli otto esaminati dalla Consulta, sono quello relativo alla liberalizzazione della cannabis, al fine vita e alla responsabilità civile dei magistrati. Come non ci sta, Amato, a farsi apostrofare “politico”e di “scarsa iniziativa” da quel Marco Cappato che ha fatto di eutanasia e libertà di scegliere per una buona morte, i propri obiettivi politici. “Dire che questa Corte fosse maldisposta rispetto ai temi trattati, significa dire una cattiveria che si poteva anche risparmiare” ha detto Amato. “Avrebbe invece dovuto fermarsi e riflettere sul fatto che la giusta assoluzione (di Cappato, ndr) nel processo per la morte del dj Fabo è stata certamente favorita dalle decisioni di questa corte”. Non accetta Amato di passare per quello che non è. E rauco - “le corde vocali sono state molto sollecitate in questi giorni” - certamente stanco affronta così telecamere e giornalisti: “Ci sono situazioni in cui le cose vanno ben spiegate per aiutare voi giornalisti a capire e quindi a comunicare. Questo è uno di quei casi. Anche perchè leggere, come è successo stamani, che chi ha deciso (negando il quesito sul fine vita, ndr) non sa cosa sia la sofferenza mi ha ferito. Ha ferito tutti noi”.  

In nome della chiarezza

Così ieri alle 18, con una scelta inedita, utilissima, a suo modo un po’ rivoluzionaria rispetto al rito paludato della Corte, il presidente Amato ha convocato una conferenza stampa al quinto piano del palazzo con una cinquantina di giornalisti e altrettante telecamere e ha spiegato perché la Corte ha dichiarato ammissibili cinque quesiti e ne ha respinti tre. La verità è più semplice: i tre quesiti sono stati respinti perché erano scritti male. Soprattutto i due su cannabis e la libera coltivazione di cannabis.

La Corte ha giudicato ammissibili i referendum che riguardano l'abrogazione della legge Severino in materia di incandidabilità, la limitazione del carcere preventivo escludendo il rischio dei reiterazione del reato dalle cause per la custodia cautelare, la separazione delle funzioni dei magistrati, la riforma del Csm e il voto nei Consigli giudiziari. I cittadini voteranno in primavera, tra aprile e giugno. Per passare i referendum dovranno avere il quorum della maggioranza più uno degli aventi diritto. “Senza il traino di cannabis e eutanasia, non arriveremo mai al quorum” dicevano convinti Marco Cappato, Franco Corleone, Filomena Gallo, Marco Perduca e tutti i radicali in presidio permanente sotto la Consulta. Una scena d’altri tempi. Mancava giusto Pannella. O forse no, in realtà c’era anche lui.  

Quesiti scritti male

Il presidente della Consulta è netto: “Si è parlato in questi mesi di referendum sull’eutanasia. Sbagliato, e questo ha portato alle grandi attese e alle ancora più grandi delusioni di queste ore. Il quesito infatti è sull'omicidio del consenziente” e così come è stato formulato “apre all'immunità penale per chiunque uccida qualcun altro con il consenso di quel qualcun altro, che sia malato oppure no. Ne saremmo stati tutti responsabili”. Con ancora più chiarezza ha aggiunto: “Occorre dimensionare il tema dell'eutanasia a coloro ai quali si applica, a coloro che soffrono. E questo noi, sulla base del quesito referendario, non lo potevamo fare visto che chiedeva di intervenire sull’articolo 580 del codice penale”. I giudici della Corte devono valutare la lettera del quesito, non possono interpretare, allargare o prenderne un pezzo e un altro no. “Siamo d’accordo con gli ispiratori di questo referendum - ha aggiunto Amato - ma non potevo farlo con questo quesito”.

Di questo tema, con altri strumenti “può e deve occuparsi il Parlamento” che in aula alla Camera sta affrontando finalmente il testo unico sul fine vita (in attesa da tre anni in questa legislatura; nelle altre precedenti sono sempre decaduti tutti i disegni di legge) ma senza la pistola alla tempia del referendum farà passare il tempo senza arrivare a nulla. Come è sempre successo.  

“Il tema delle parole fuorvianti”

Così come è stato fuorviante usare la parola “eutanasia”, altrettanto lo è stato usare la parola cannabis nel quesito sulla liberalizzazione delle droghe leggere. Così come concepito, ha spiegato Amato, “avrebbe violato accordi internazionali perché comprendeva e quindi avrebbe liberalizzato sostanze stupefacenti “come papavero e coca, cosiddette droghe pesanti”. Ci sono tabelle dettagliate e condivise dalla comunità internazionale e la cannabis è inserita nelle tabelle relative alla droghe pesanti. Tutto questo ha scatenato i Radicali promotori del quesito (anche con altri). Cappato e Perduca hanno usato parole pesanti contro il presidente della Corte: “Scelta tecnicamente ignorante”, “confonde le tabelle”, “non ha letto il combinato degli articoli”. Detto del Presidente della Corte costituzionale, sono parole pesanti. E certo sarebbe grave e segno dei tempi se anche i Radicali avessero sbagliato scrivere il quesito.  

Il “pelo nell’uovo”

Non si è trattato quindi di “cercare il pelo nell’uovo” cosa che Amato si era raccomandato di non fare proprio alla vigilia della camera di consiglio. Si è trattato di errori quasi grossolani. “Cercare il pelo nell’uovo non è scelta politica ma fare scelta giuridicamente valida. E mi pare che nessuno ne abbia cercati” ha tagliato corto su una domanda specifica. A riprova il Presidente ha anche raccontato che nella lunga camera di consiglio “nessuno dei quindici giudici ha mai chiesto di votare perchè c’è sempre stato, su ogni quesito, un orientamento prevalente e unanime”.  

Sulla giustizia, 5 su sei

L'ammissibilità è arrivata invece su cinque dei sei quesiti presentati, sul tema giustizia, da Lega e Radicali. Ammessa la riforma dell’elezione Csm. In caso di vittoria del sì, verrebbe abrogato l'obbligo, per un magistrato che voglia essere eletto a Palazzo dei Marescialli, di trovare da 25 a 50 firme per presentare la candidatura. Ammesso il quesito sulla separazione delle carriere dei magistrati: in caso di vittoria del sì, il magistrato dovrà scegliere all'inizio della carriera la funzione giudicante o requirente, di giudice o pubblico ministero, per poi mantenere quel ruolo durante tutta la vita professionale. A questo punto, diventa questo il quesito più popolare, quello che potrà fare da traino anche per gli altri quattro assai più tecnici e difficili per l’opinione pubblica. Ammesso anche il quesito che limita la custodia cautelare. Con la vittoria del sì la carcerazione preventiva per il “pericolo di reiterazione del reato” resta in vigore solo per chi commette i reati più gravi. Ammesso anche i quesito sull’ abrogazione della legge Severino sulla incandidabilità, ineleggibilità e decadenza in caso di condanna anche di primo grado per i parlamentari, i rappresentanti di governo, i consiglieri regionali, i sindaci e gli amministratori locali. Il quinto quesito ammesso è quello sui Consigli giudiziari. Si chiede di riconoscere, anche ai membri laici dei Consigli giudiziari, avvocati e professori, di partecipare attivamente alla valutazione dell'operato dei magistrati.  

Cosa succede adesso

I referendum sulla giustizia piombano sulla riforma del Csm e dell'ordinamento giudiziario. Sulle dinamiche parlamentari e su quelle della sfilacciata maggioranza. Meno del previsto visto che sono stati bocciati i tre i più popolari. E non abbastanza da impensierire la navigazione e l’azione del governo.

L'obbligo per il Parlamento di approvare la riforma entro maggio rende meno dirompenti tre dei cinque referendum promossi da Lega e Partito Radicale perchè riguardano norme che saranno assorbite dalla riforma stessa. I tre quesiti che possono trovare risposta ed applicazione nel testo che riforma il Csm riguardano le firme per presentare le candidature all'elezione del Csm, la presenza degli avvocati nei Consigli giudiziari che valutano i magistrati e la separazione delle funzioni dei magistrati.

Salvini può esultare tanto che parla di "vittoria". Sulla stessa linea Forza Italia, con PierAntonio Zanettini, Renato Schifani e il sottosegretario Francesco Saverio Sisto che sottolinea che “la democrazia diretta (cioè i referendum, ndr) non è mai contro quella rappresentativa”. Anche Coraggio Italia, Italia Viva e Azione, con Enrico Costa, insistono sul pungolo al Parlamento dei referendum. Assai tiepido il Pd che non ha mai fatto mistero di non gradire l’uso dei referendum popolari per dirimere i nodi della giustizia che possono essere sciolti solo in Parlamento.

Il fatto che siano stati ammessi costringe il Parlamento ad emendare l’attuale testo Bonafede in Commissione giustizia su cui stanno arrivando gli emendamenti Cartabia per il Csm. Il tutto in modo tale da evitare il ricorso alle urne. Una volta approvato il Bonafede/Cartabia con le modifiche referendarie, sarà la Cassazione a valutare se le modifiche esauriscono il dettato del quesito oppure no.  

Due quesiti e una grana per il centrodestra

Più complesso il dibattito sugli altri due quesiti non assorbibili dalla riforma del Csm: l'abrogazione della Legge Severino e nuovi limiti alla custodia cautelare. Su questi potrebbe scricchiolare la maggioranza e soprattutto il centrodestra. Fdi ha annunciato che non li sosterrà mettendo sul tavolo un elemento in più di divisione nella coalizione già in forte tensione. Potrebbe essere il Pd a togliere le castagne dal fuoco. Questa contrapposizione infatti si potrebbe risolverebbe con il lodo Ceccanti (Stefano, Pd): il Parlamento può modificare queste due leggi cambiandole ed evitando dei “buchi normativi” pericolosi per il contrasto alla corruzione. Vuoti che il Pd, ha detto Alfredo Bazoli, giudica “sbagliati”. Sulla stessa linea i 5 Stelle per cui la legge Severino è un totem intoccabile. Il punto è quando e come fare queste modifiche: il tempo è poco (i referendum dovrebbe tenersi tra maggio e giugno). I temi sono talmente divisivi che si fatica ad immaginare una sintesi utile ad evitare le urne.

Così, se alla fine i due referendum verranno celebrati, Salvini avrà un problema in più in casa e altri scossoni sia nella maggioranza che nel centrodestra.

Claudia Fusanidi Claudia Fusani   

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