[L’analisi] Il “magico mondo” di Conte tra i pensionati in piazza, la Costituzione violata e le risse in Aula

Mentre il premier ieri parlava per tre ore alla conferenza stampa di fine anno, la Spi-Cgil ha organizzato sit-in davanti alle Prefetture di tutta Italia contro i tagli nella Manovra. Ma Conte: “Neppure l’avaro di Moliere si potrebbe lamentare…”. Il 9 gennaio la Corte Costituzionale discute il ricorso del Pd per violazione dell’articolo 72 della Carta. Oggi la manifestazione davanti Montecitorio (ore 11). La giornata nera del presidente Fico che smentisce se stesso. Alla fine nessuna possibilità di incidere sulla Manovra che dovrà però essere subito cambiata. Voto finale atteso domenica mattina

[L’analisi] Il “magico mondo” di Conte tra i pensionati in piazza, la Costituzione violata e le risse in Aula

C’è il magico mondo di Giuseppe Conte che per tre ore, in diretta Rai, elogia le magnifiche sorti e progressive della manovra di bilancio giallo verde rispondendo alle domande dei giornalisti sotto lo sguardo compiaciuto di Rocco Casalino. E c’è il mondo reale: i pensionati che protestano davanti alle prefetture di mezza Italia; il premier che li paragona “all’avaro di Moliere”; il maggior partito di opposizione, il Pd, che consegna alla Corte Costituzionale il ricorso per violazione dell’articolo 72 della Carta, in pratica l’esautoramento  del Parlamento nell’iter di approvazione della legge di bilancio. C’è l’aula della Camera dove il presidente Fico, che pure aveva messo la centralità del Parlamento in cima alle priorità del suo mandato, nega una votazione perché i banchi della maggioranza sono semivuoti, ammonisce il deputato Borghi (Pd) “guardi che lei non finisce l’aula” e chiede l’intervento degli assistenti parlamentari quando un altro deputato del Pd, Emanuele Fiano, protesta per il voto negato. Non sono solo baruffe. C’è un malessere vero. Provocazioni continue. Spie di una democrazia indebolita.

Il 9 gennaio la decisione della Corte

Ieri mattina, mentre il premier iniziava la conferenza stampa, una delegazione del Pd saliva al Colle per consegnare al presidente della Corte Costituzionale Giorgio Lattanzi il ricorso firmato da 37 senatori, preparato e curato dai costituzionalisti Beniamino di Caravita, Valerio Onida, Giuseppe De Vergottini, Barbara Randazzo, Marcello Cecchetti, Alberto Lucarelli e Giandomenico Falcon. E’ un collegio di alto livello, ciascuno di loro ha tenuto profili diversi durante l’ultima campagna referendaria, un gruppo di tecnici che non può e non vuole quindi essere assimilato ad una parte politica ma condivide la tipologia della battaglia. Il ricorso è “segreto” per “rispetto della Corte” ha spiegato il deputato e professore Stefano Ceccanti (Pd) tra i promotori dell’iniziativa. Il motivo è “la palese violazione dell’articolo 72 della Carta” là dove recita che ogni legge “deve essere esaminata e votata articolo per articolo in Commissione e in aula”. Principio che è stato totalmente violato al Senato quando il 23 dicembre la Presidente Casellati e il governo hanno preteso e ottenuto di votare alle 3 del mattino un testo che era stato messo a disposizione dei senatori, anche della maggioranza, alle 18 del giorno prima. Nove ore per 1143 commi da leggere e studiare. Impossibile. E violato nuovamente ieri alla Camera. La controparte del ricorso, ha precisato Ceccanti, cioè coloro che il Pd ritiene essere responsabili della violazione, sono “la Presidente del Senato e il governo”. Mai e in alcun modo, quindi, la Presidenza della Repubblica può essere coinvolta in questo conflitto tra poteri. Anzi, Mattarella è stato informato passo dopo di questa iniziativa. Impossibile dire se l’abbia avallata. Certo il Capo dello Stato ha ricordato più volte in questi giorni la necessità di rispettare i limiti previsti dalla Carta e il rispetto del pluralismo. Auspicio smentito proprio dalle seconda e terza carica dello Stato. E’ possibile immaginare che la celerità con cui il presidente Lattanzi ha fissato la discussione per l’ammissibilità (9 gennaio) sia figlia anche della preoccupazione del Colle. Se la Corte dovesse accogliere il ricorso e poi giudicarlo fondato,  difficilmente ci saranno effetti retroattivi (l’invalidazione della legge di bilancio). Di sicuro però potranno essere ribaditi e rafforzati i principi costituzionali. Perché non avvenga mai più.

“Negata la discussione”

Il Pd ha riunito tutte le mozioni del congresso in questa battaglia. Ieri in conferenza stampa c’erano Marcucci, Orfini, Parrini, Ceccanti, il capogruppo Delrio ha dovuto presiedere il lavori dell’aula che intanto andavano avanti a oltranza. “Nessuno di noi – è stato chiarito – ha mai puntato all’esercizio provvisorio. Però avevamo chiesto al Presidente Casellati di lavorare tutto il 23, il 24 e il 26 dicembre. In questo modo avremmo potuto esaminare il testo e dare un voto consapevole. Questo nostro programma di lavori non avrebbe intaccato in alcun modo il calendario dei lavori della Camera già previsto dal 27 in avanti”.   Invece nulla di tutto ciò è accaduto. Anzi. In qualche modo il presidente Conte lo ha anche rivendicato. “Per la prima volta in una legge di bilancio non sono entrate in azione le lobby…”ha detto in conferenza stampa. A giudicare dalla tipologia di molte norme, finanziamenti a pioggia un po’ ovunque, le lobby hanno pesato eccome, dalle sigarette elettroniche agli ulivi, dai mini aeroporti ai balneari contro la Bolkestein, in assoluto i più soddisfatti.

I costituzionalisti sono convinti nel sostenere che mai prima d’ora sia accaduta una cosa del genere. “Non è il voto di fiducia in discussione – è stato chiarito- ma la negazione totale dei diritti del Parlamento e delle opposizioni. Un precedente gravissimo che deve essere denunciato e non può passare come prassi ordinaria”. Molti indizi portano a pensare che fin dall’inizio il governo abbia scelto di bypassare il Parlamento e stringere i tempi in modo tale da escludere ogni possibilità di intervento. Volevano una legge di bilancio blindata, in modo che nessuno ci potesse mettere le mani durante l’iter parlamentare per non rischiare di intaccare, specie dopo la cura da cavallo imposta da Bruxelles, l’impostazione delle misure bandiera. Per tutelare il Reddito e le pensioni il cui destino sarà comunque deciso in seguito, a gennaio, da specifici decreti collegati.

Il governo tira dritto…

Sordo ad ogni sollecitazione -  con i 5 Stelle in imbarazzo visto che applicano, amplificandolo ed esasperandolo, il trattamento che  hanno sempre denunciato quando erano all’opposizione - il governo tira dritto. Incurante del fatto che non c’è stata discussione, un inedito assoluto per la legge di bilancio. Una brutta giornata per il presidente Fico che per quanto abbia alla fine definito “sconsigliabile” quando accaduto, ha abbassato la testa e ha rinnegato se stesso quando il capogruppo del Pd Graziano Delrio gli ha ricordato, in una lunga citazione, le sue stesse parole nel discorso d’insediamento. Inutili, fino a ieri sera alle 19 quando poi il ministro Fraccaro ha messo la fiducia, i tentativi delle opposizioni di riportare il testo in Commissione per condividere e votare le misure che il viceministro economico Massimo Garavaglia (Lega) ha spiegato ieri all’aula della Camera promettendo “lo sblocco di miliardi di euro per avviare cantieri e lavori e riempire l’Italia di gilet arancioni e non gialli”. Inascoltate anche le richieste di chi, Lupi, Baldelli (Fi), Morani (Pd), ha chiesto che venisse messo agli atti che quanto accaduto è un fatto che deve restare isolato e non può costituire un precedente. La moral suasion del Presidente della Repubblica, questa volta, non ha dato i frutti sperati.

Manovra subito da cambiare

 Il voto di fiducia sarà stasera, intorno alle 20. Poi gli ordini del giorno e domattina il voto finale. Ma è chiaro che la Manovra inizierà a cambiare appena approvata. Lo stesso Conte, dopo il vicepremier Di Maio, ha già detto che servono correzioni e modifiche (il taglio dello sconto Ires per gli enti no profit è stato “un errore per cui recito il mea culpa”). Il Comitato per la legislazione, presieduto dalla grillina Dadone, ha messo in fila sei pagine di errori formali, linguistici e sostanziali, riferimenti legislativi sbagliati, veri e propri non sense da cui possono derivare  provvedimenti farlocchi per non dire sbagliati. Dalla discussione generale nell’aula della Camera sono emerse violazioni delle normative europee che produrranno multe di decine di milioni, dalla Bolkestein al fondo per i truffati delle banche che sarebbe, secondo Brunetta (Fi), “un palese aiuto di Stato”. E poi ci sono entrate e uscite che ancora non pareggiano i conti. Tutte cose che molto presto dovranno essere corrette.

Dai pensionati al pubblico impiego, è l’ora delle piazze

L’anno si chiude con il rush finale del Parlamento e le manifestazioni in piazza. Preludio di un mese di gennaio molto affollato da questo punto di vista. Stamani il Pd chiama la piazza contro la Manovra davanti a Montecitorio (ore 11). “Uniti insieme a tanti contro il governo che affossa l’Italia” recita la gif che corre sui social. A breve potrebbero essere presentati altri ricorsi analoghi alla Consulta, di altri partiti, + Europa ma anche Forza Italia, e dei cittadini o delle Regioni.  I pensionati hanno appena iniziato la mobilitazione. In tre anni le pensioni da 1500 euro in su subiranno un taglio (per la mancata indicizzazione) pari a tre miliardi e 600 milioni. “Quota 100 finanziata con i soldi degli altri pensionati” ha spiegato Ivan Pedretti, segretario della Spi-Cgil. Di sicuro il fatto che ieri Conte li ha paragonati “all’Avaro di Moliere” (“neppure l’avaro di Moliere si potrebbe lamentare del taglio minimo prodotto dal blocco delle indicizzazioni”), non aiuta a distendere gli animi. Cgil, Cisl e Uil hanno annunciato una stagione di “mobilitazione e di lotta nelle categorie e sui territori” che porterà alla grande manifestazione unitaria a gennaio. Quando anche il Pd tornerà in piazza contro la Manovra (il 12 gennaio) perché in quei giorni il governo dovrà scrivere i decreti collegati per Reddito e pensioni, l’anima della manovra. E poi i medici (25 gennaio) e la funzione pubblica, illusa in campagna elettorale dalla promessa di migliaia di assunzioni ora rinviate a fine novembre 2019. Quando il governo sarà alle prese con una nuova manovra che questa volta partirà da - 23 miliardi, i soldi necessari per non far scattare l’Iva.

Poi magari ha ragione il premier Conte, “con la manovra del popolo il Paese conoscerà finalmente sviluppo, crescita e equità sociale”. E’ l’auspicio di tutti. Al momento si cominciano a vedere bandiere e manichini bruciati (nei sit-in degli Ncc, dei pullman tenuti lontani dal centro di Roma e degli studenti). Che è sempre un pessimo segnale.