Il ddl Zan affoga nella palude parlamentare. Prove per il Quirinale. Mentre Draghi macina decreti e decide

Approvato un nuovo decreto Semplificazioni e il disegno di legge sulla disabilità. Assegnati 21 progetti sui 51 previsti entro la fine dell’anno. Sulle pensioni via libera a Quota 102. No cash back. Stop al Reddito dopo un rifiuto. In discussione anche il decreto Concorrenza

Il ddl Zan affoga nella palude parlamentare. Prove per il Quirinale. Mentre Draghi macina decreti e decide
Il Senato (foto Ansa)

Il governo macina decreti e disegni di legge.  Il Parlamento affonda nella palude il ddl Zan, le norme contro l’omotransfobia, che è stata una delle poche iniziative parlamentari degli ultimi mesi. Un triste e cinico gioco di dadi ha affossato la legge (il “non passaggio agli articoli”, la cosiddetta tagliola è stata votata da 154 senatori, 131 i contrari) con la complicità del voto segreto e trasformato in uno scontro ideologico sinistra/destra- buoni/cattivi una legge sacrosanta e necessaria. Penoso, ieri, il tentativo di dare un nome ai ben 23 franchi tiratori in uno scarica barile anche irritante. Il ddl Zan è morto nel momento in cui il Pd ha deciso di non voler mediare su nulla pur dicendo il contrario come ha fatto il segretario Letta. E di giocarsi lo schema “vinco sempre” altrimenti detto win-win: se il ddl passa, abbiano vinto e siamo i custodi dei diritti civili; se non passa, la colpa è delle “destre e dei riformisti” come ha detto Goffredo Bettini, colui che diceva “o Conte o morte”. Poi è diventata “o Zan o morte”. Sarebbe meglio che il Pd la smettesse con questi aut aut che quasi mai sono indizi di forza.

Nessuno ha voluto mediare

Dispiace per Alessandro Zan che ha dedicato la legislatura e l’impegno politico di una vita per questa battaglia. Preoccupa per la comunità Lgbt che lotta per i propri diritti. E, spesso, anche per la propria incolumità. Dispiace per una grande occasione perduta. Sarebbe bastato mediare come aveva detto e auspicato domenica sera il segretario del Pd Enrico Letta. Come da mesi invitano a fare Matteo Renzi e Italia viva. “Mediare” come ha ricordato ieri nelle dichiarazioni di voto la capogruppo di Forza Italia Anna Maria Bernini, “vuol dare prendere e concedere e non puntare il dito contro l’altro accusandolo a priori di essere brutto sporco e cattivo”. In realtà nessuno ha voluto mediare e aver indicato Alessandro Zan, il papà della legge,  il capo dei mediatori ne è la indiscutibile prova. E a molti è andata bene così, compreso il Pd (si contano almeno 8 senatori che hanno votato a favore della tagliola) e il segretario Letta. “La Zan è morta e ce la siamo tolta di torno” è il pensiero dei senatori di area cattolica che attraversano i vari partiti. La capogruppo del Pd Malpezzi, che doveva guidare con Zan la delegazione dei mediatori, diceva ieri che “i nostri numeri erano diversi, la tagliola doveva essere bocciata”. Ben sette voti di margine. E invece la tagliola ha vinto per 23 voti. Ventitré franchi tiratori che diventano una trentina con i sette di margine. Italia viva ha sedici senatori: quand’anche avesse votato in blocco a favore della tagliola, non sarebbe stata decisiva. Non può quindi essere colpa dei soliti renziani come invece è stata ieri la narrazione dal Pd. “Quello che è accaduto oggi è gravissimo perchè questa tagliola doveva avere i numeri per essere bocciata. I numeri c'erano, ma il problema è una forza politica si è sfilata, Italia Viva, che ha cominciato a flirtare con i sovranisti, dicendo che i voti non c'erano al Senato e che bisognava trattare con il centrodestra” ha detto Alessandro Zan. E Francesco Boccia:, responsabile Enti locali nella segreteria dem: “Per quanto mi riguarda, Italia viva con questa ennesima spregiudicatezza sui valori, conferma che è diventata come la Lega. Inutile aggiungere altro, non abbiamo più nulla da dirci”.

La senatrice Fedeli (sempre Pd) ha chiesto le dimissioni (richiesta poi smentita) della capogruppo Malpezzi per non aver saputo gestire il dossier. Che brutto teatro, il doppio gioco di molti, lo scaricare barile di tutti per cui la colpa è sempre degli altri senza mai fare i conti al proprio interno.

Le prove per il Quirinale

Piuttosto, l’impallinamento dello Zan, racconta anche molto di quello che potrebbe succedere quando il Parlamento in seduta comune dovrà eleggere il Capo dello Stato. Tra i primi a dirlo è stato lo stesso Zan. Al Senato “si è giocata un'altra partita, quella per il Quirinale, sulla pelle nostra, sulla pelle di tanti cittadini che ci chiedevano una legge di civiltà”. Pierluigi Bersani è osservatore attento ed esperto, guidava il Pd quando nel 2013 non riuscì a portare Prodi al Quirinale.  "Sul ddl Zan - ha scritto su twitter - c’è stata una prova generale per il quarto scrutinio per il Quirinale. E’ tempo che il campo progressista prenda piena coscienza della situazione”. 

Di sicuro ieri è stato palese come nessuno controlli i voti dei gruppi parlamentari. E quindi nessuno ha contezza dei voti quando il Parlamento sarà in seduta comune (circa mille grandi elettori)  per eleggere il Capo dello Stato. In casa Pd, al solito,  sospettano che i renziani abbiano intenzione di far saltare il progetto di Nuovo Ulivo o campo largo accarezzato dal segretario Pd Enrico Letta e, contemporaneamente, eleggere il presidente della Repubblica assieme al centrodestra. E niente, funziona così: se salta lo Zan è colpa di Renzi; se si rompe un tombino è colpa di Renzi; anche il ciclone nel Mediterraneo è colpa di Renzi. 

Più realisticamente, come dice un senior parlamentare Pd, “oggi è stato chiaro che se il centrodestra lavora in asse con Iv e centristi, Pd-Leu e M5s non toccano palla”. Al momento il tema Quirinale è congelato. Troppe variabili, la prima è legata alla disponibilità dell'attuale premier Draghi che si tiene alla larga da questo dibattito. “Ma oggi - osserva un deputato del Movimento 5 stelle - il centrodestra ha dato prova di grande compattezza, in Forza Italia non ci sono state defezioni”. E quando dopo le prime tre votazioni Berlusconi capirà di non avere i numeri, “in quel momento il centrodestra potrebbe trovare un'intesa con Iv e la maggioranza del gruppo misto su un altro nome”. Ecco che allora converrebbe mettere da parte convinzioni e certezze di autonomia o di goldenshare della maggioranza parlamentare. E, con un po’ di umiltà, cominciare a ragionare con tutti. Altro che “o Zan o morte”. O “tagliare i ponti con i renziani” e “farlo adesso pe rnon perdere altro tempo”. Chi lo dice, e ieri lo hanno fatto in diversi, vuol dire che non conosce i numeri del Parlamento.  

E intanto Draghi decide. Con delicatezza

Per fortuna di tutto questo arriva solo qualche refolo dentro palazzo Chigi.  Sono mesi, dall’inizio del semestre bianco,  che il premier Draghi ha messo in conto che il Parlamento sobbalzi e fibrilli.”Il governo governa, il Parlamento discute e poi decide” (se ne è capace) è stata la chiara assegnazione dei ruoli. In una non stop di riunioni, vertice e preconsigli che va avanti da lunedì pomeriggio quando c’è stato il primo incontro con i sindacati sulla legge di bilancio, ieri il Consiglio dei ministri ha approvato all’unanimità il cosiddetto “decreto Recovery”, ovverosia le norme che i vari ministeri hanno indicato per sbloccare i progetti e le riforme del Pnrr che devono essere affidati e approvati entro il 31 dicembre di quest’anno. Sono 51 obiettivi, a fine settembre ne erano stati centrati 13. Ieri ne sono stati aggiunti altri. A settembre la cabina di regia del Pnrr ha chiesto ai vari ministeri  di indicare le strozzature che rallentano la tabella di marcia e di proporre soluzioni per poter marciare spediti.

Chiuso il Consiglio dei ministri, Draghi, il sottosegretario Roberto Garofoli e il ministro economico Franco hanno convocato la cabina di regia – i ministri a capo di ogni delegazione dei partiti della maggioranza – per definire la legge di bilancio e sciogliere i vari nodi, dalle pensioni al reddito di cittadinanza al taglio delle tasse. Nel preconsiglio della notte precedente  è stato deciso di mettere all’ordine del giorno del Consigli dei ministri di oggi, oltre alla legge di Bilancio anche il decreto Concorrenza, un altro dossier in attesa di essere licenziato da fine luglio che, si racconta, “andava avanti e indietro nei corridoi in attesa sempre di qualcosa. E’ tempo ora che vada in approvazione”. La cabina di regia è terminata ieri a tarda sera. Un sonno veloce, e si spera intenso, e si ricomincia stamani con il preconsiglio e il consiglio dei ministri che dovrà licenziare manovra e dl Concorrenza. Un tour de force prima di un ween end di Ognissanti da brivido: la riunione dei capi di Stato e di governo che sabato e domenica chiuderà il G20 e lunedì la riunione della Cop 26 sull’ambiente a Glasgow.

Il decreto Recovery

Il dl Recovery riguarda in pratica tutti i ministeri: Turismo, Infrastrutture e mobilità, Transizione ecologica e Digitale, Sud e Coesione, Economia e Finanze, Istruzione, Università e ricerca, Pubblica amministrazione, Interno, Giustizia, Politiche Agricole. Si tratta di un gigantesco decreto Semplificazioni che dimostra come la macchina dello stato e delle amministrazioni locali si sia subito inceppata sotto la pressione del Pnrr. Le norme, si fa notare, “non hanno una scadenza” anche se sono legate nei fatti alla realizzazione del Pnrr. Possono vivere però anche dopo il 2026, data di consegna degli oltre duecento progetti del Pnrr.

Nelle 45 pagine del testo ci sono ricette, e nuovi fondi, per tutti i ministeri. Il Turismo ha avuto 2,4 miliardi per “innalzare la capacità competitiva delle imprese e promuovere un’offerta turistica sostenibile, innovativa e digitalizzata”.  Il decreto prevede la possibilità di affidare la progettazione ed esecuzione dei lavori di realizzazione delle infrastrutture ferroviarie anche sulla base del progetto di fattibilità tecnica ed economica. Nello specifico, addio conferenze dei servizi lunghe mesi e azzerare i tempi di approvazione ed esecuzione. Il decreto contiene una serie di riduzioni di vari passaggi procedurali. Stop, ad esempio, ai tempi infiniti delle Sovrintendenze archeologiche per cui il termine “è ridotto a quarantacinque giorni”.

Al Mef nasce il Comitato per la spending review presieduto dal Ragioniere generale dello Stato. Il Comitato in sé non è una grossa novità. Lo è invece  il fatto che “opera in relazione alle linee guida stabilite dal Presidente del Consiglio e riferisce al Ministro dell'economia”. Se il successo di una norma dipende da chi la realizza, diciamo che questa potrebbe avere buone possibilità di andare in porto.

Sul fronte della riduzione dei tempi c’è anche il taglio dei tempi di alcune procedure: Via e Vas, le Valutazioni ambientali che precedono ogni progetto, passano da 90 a 45 giorni. A Napoli l’area di Bagnoli avrà finalmente, dopo 30 anni, il suo commissario (il sindaco) ma soprattutto le leggi speciali per completare in tempi ragionevoli la bonifica. A palazzo Chigi comunque è nata l’ “Unità speciale per la semplificazione”. La sensazione è che questo sia solo uno dei primi provvedimenti perchè in corso d’opera ci sarà bisogno di altri interventi.

Nodo pensioni: per ora solo 102

La cabina di regia è iniziata alle 17 e 30 e alle 22 era ancora convocata. La soluzione sulle pensioni dovrebbe essere alla fine “Quota 102 per un anno”, un segnale che va nella direzione del raggiungimento di un “equilibrio attuariale”, cioè della garanzia di sostenibilità del sistema pensionistico, che consente anche di ragionare per il futuro di nuovi interventi di flessibilità in uscita più "mirati" del sistema delle quote. La soluzione rispecchierebbe la gradualità di un ritorno al sistema ordinario voluta da Draghi e allo stesso tempo mitigherebbe, rispetto ad altre soluzioni, le criticità di Quota 100 ai danni di donne e carriere discontinue. La Lega è molto soddisfatta: “Non si torna alla Fornero”. Nel primo anno era scontato anche prima. Comunque.  Niente da fare sul cash back tanto caro a Conte . Sul Reddito di cittadinanza il cittadino sarà costretto ad accettare la prima offerta di lavoro (ora sono tre) altrimenti esce dal programma. Su come impiegare gli 8 miliardi del taglio tasse, Draghi lascerà decidere il Parlamento.

Dl Concorrenza: nuovo rinvio?

La riunione si è complicata invece sul decreto Concorrenza.  Non ci sarebbe la Bolkestein, le norme sulle concessioni balneari e gli ambulanti. Ci sarebbero invece norme sulle municipalizzate, trasporti e rifiuti. addio, ad esempio, al monopolio nella gestione dei rifiuti. D’ora in poi i veri segmenti - raccolta, trasporto, smaltimento - dovrebbe essere affidati a diversi soggetti. La materia è delicata. Quasi incendiaria. Va a toccare interessi e centri di potere. Non a caso in vent’anni nessun governo aveva mai messo mano al tema della concorrenza. Ora lo chiede Bruxelles. E’ una delle riforme abilitanti del Pnrr. E oggi potrebbe arrivare l’ennesimo rinvio.