Il centrodestra e la sconfitta politica. Meloni: “Impossibile andare avanti con 3 linee diverse”

La leader di Fratelli d’Italia chiede un vertice politico con gli alleati già in settimana. Salvini vuole cambiare agenda. Berlusconi e l’ipotesi di una “maggioranza Ursula” con dentro anche pezzi della Lega. Ma c’è di mezzo l’elezione del nuovo Capo dello Stato

Il centrodestra e la sconfitta politica. Meloni: “Impossibile andare avanti con 3 linee diverse”
Giorgia Meloni (foto Ansa)

Non è la sconfitta in sè il problema. Tra pochi mesi, a primavera, c’è un altro importante test elettorale e, nel caso, una prima rivincita. Quello che turba il volto gelido e la fronte corrugata di Giorgia Meloni quando arriva nella sala conferenza di via dello Scrofa, nel cuore di Roma, è che la crisi del centrodestra stavolta è strutturale. Non riguarda più solo i due candidati - Giorgia e Matteo - , il loro perenne “gallismo”, la sfida continua tra presenze tv e post sui social, le provocazioni al governo Draghi e la ricerca perenne di un punto debole su cui attaccare. Il problema è di linea politica. E’ strategico. E questo è molto più grave. Motivo per cui Giorgia Meloni, quando ancora non è neppure finito lo spoglio, chiede “agli alleati” di fare subito un vertice “per affrontare i temi politici e capire qual è l’orizzonte della coalizione che non può continuare a presentarsi unita al voto nelle città ma divisa nel governo del paese”.

Lunga vita al governo Draghi 

Gli italiani - il 40% dei 12 milioni aventi diritto - hanno parlato molto chiaro: basta chiasso inutile su temi surreali e illogici come vaccini e green pass, basta propaganda. I cittadini, non tanti ma questo è un altro problema, ieri hanno consegnato nuovamente la loro fiducia al governo Draghi e ai partiti che in questi otto mesi hanno appoggiato senza isterismi, voltafaccia, agguati e pretesti assurdi la linea dritta e pragmatica del Presidente del consiglio. Non è questione di "pensiero unico”: è che le priorità e l’agenda dei cittadini, anche dei tanti che non sono andati a votare, è cambiata dopo la pandemia e risponde assai di più a quella del governo Draghi - andare avanti su progetti e riforme e mettere in sicurezza ad ogni costo la salute degli italiani per non dover chiudere di nuovo il paese - che non a quella della coalizione destra-centro che si candida a guidare il paese.

Tra i partiti che hanno sposato l’agenda Draghi c’è senza dubbio il Pd di Enrico Letta, la cui onda vince 5 a uno nelle grandi città al voto conquistando e strappando ai 5 Stelle e al centrodestra Roma e Torino. Ci sono Carlo Calenda e Matteo Renzi, che il governo Draghi se l’è inventato da sotto terra, che hanno avuto ottime (Calenda) e buone conferme già nel primo turno di queste amministrative. C’è Forza Italia che porta al centrodestra le vittorie più importanti ma anche le uniche di peso, la regione Calabria e comune di Trieste. Gli elettori hanno invece ipotecato la delega della rappresentanza al Movimento 5 Stelle perché, tra le altre difficoltà (agenda, leadership, alleanze),  è stato molto timido, soprattutto all’inizio e a cominciare dal suo capo Giuseppe Conte, nel dare appoggio al governo Draghi. E hanno fatto altrettanto con Lega e Fratelli d’Italia che, uno dall’interno della maggioranza e l’altra dall’opposizione, hanno giocato a buttare giù l’esecutivo appena è iniziata la campagna elettorale. Da primavera in poi.

Letta lo ha voluto dire così: “Questo è un voto che rafforza il governo Draghi a cui chiediamo di andare avanti”. Non dice fin quando. Ma il segretario del Pd ieri ha voluto subito togliere dal tavolo la prima domanda che analisti, osservatori e diretti interessati si sono fatti una volta definiti i risultati: ora che il Pd è tornato centrale, ora che i 5 Stelle sono, se ve bene, una ruota di scorta e il vento è tornato a soffiare nel vele, vorrà andare subito a votare per tentare il colpaccio e “mandare”Letta a palazzo Chigi? Giorgia Meloni, la vera sconfitta di queste amministrative ma sempre la leader più lucida nel centrodestra, ha teso il tranello anche ieri. “Ne avevo già parlato con Letta prima del voto. Ma torno sull’offerta adesso visto che il segretario del Pd si sente certamente più forte e sicuro: a febbraio Mario Draghi diventa Presidente della Repubblica e noi andiamo finalmente a votare. Così gli italiani avranno un governo scelto da loro”. E’ una provocazione e Meloni lo sa bene. Poco prima, nella stessa conferenza stampa, aveva affermato: “Quando andremo a votare, tra un anno e mezzo…”.

Una sonora sconfitta

Il centrodestra dunque perde la campagna d'autunno. Nelle grandi città al voto la coalizione riesce a ri-eleggere soltanto il sindaco di Trieste uscente, Roberto Dipiazza, vittorioso al ballottaggio, mentre perde con venti punti di distacco a Torino e Roma, dopo la sconfitta al primo turno a Milano, Napoli e Bologna. Non basta la vittoria netta alle Regionali in Calabria a placare la delusione. Male, i ballottaggi, anche a Latina, città dell'uomo forte di Matteo Salvini, in Lazio, Claudio Durigon, e a Varese, la Betlemme leghista che gli ex lumbard puntavano a riconquistare stoppando la riconferma del sindaco dem uscente, Davide Galimberti, eletto nel 2016 dopo 23 di governo leghista. Salvini ah aperto e chiuso qui la campagna elettorale, c’è stato ben quattro volte perchè il valore simbolico della riconquista leghista di Varese sarebbe stato altissimo. Respinto anche qua, dove la Lega Nord è nata. 

L'esito delle Comunali travolge il centrodestra già diviso dal sostegno al governo di Mario Draghi. Meloni chiede subito un vertice dei leader della coalizione, da fare “già in settimana”. La leader di FdI è convinta che le “tre posizioni differenti” manifestate ogni giorno dai tre partiti - Fdi all’opposizione, Lega di lotta e di governo e Forza Italia salda nella maggioranza - abbiano mandato “in confusione” il proprio elettorato spingendolo all’astensionismo. Colpa anche della campagna “indegna della sinistra, lontana dai temi reali e spinta nel fango delle inchieste e delle accuse di fascismo”,

Cabina di regia per il centrodestra

La richiesta è quella avanzata più volte da Meloni di un “maggior coordinamento” attraverso un tavolo o cabina di regia tra FdI, Lega e FI, non solo a livello di leader, ma anche di quadri dirigenti. La leader di Fratelli d’Italia è la vera “sconfitta” di questo turno elettorale perchè è vero che mantiene un consenso molto alto ma non si è verificato ciò su cui aveva scommesso: mettere fuori dai giochi Salvini e assumere la guida del centrodestra trasformandolo in un destra-centro. Meloni piace ma non abbastanza da consegnarle la guida del paese. Spaventa anche il suo posizionamento antieuropeista, alla guida dei partiti più nazionalisti e sovranisti di tutta Europa. Vediamo se e quando ci sarà il vertice e cosa ne verrà fuori. Meloni è già all’opposizione e più di questo non può fare.

Tensione altissima nella Lega    

Ben più problematica la situazione di Salvini e nella Lega. Il leader si collega da Catanzaro, una video conferenza stampa flagellata da uno scarso segnale e con immagini che sembrano di cinquant’anni fa.  Come prima cosa - è sembra tutto ancora più surreale - attacca il ministro dell’Interno Luciana Lamorgese e la gestione dell’ordine pubblico “come minino schizofrenica”: “Sabato scorso le forze dell’ordine hanno accompagnato alla Cgil i violenti perchè la devastassero e stamani hanno usato gli idranti contro onesti lavoratori”. Le cose non sono andate così e Salvini lo sa benissimo. Ma anche questo dà la misura della scarsa lucidità politica  di un leader costretto a ricominciare. Dai dirigenti e dal programma. Il segretario leghista tiene subito a confermare l'avvio della stagione dei congressi, con l'elezione dei nuovi segretari cittadini in tutta Italia. Soprattutto, serve un “confronto con il Paese reale, con le categorie produttive e sociali, amministratori locali, famiglie e imprese. Da Nord a Sud”. Obiettivo: “Riscrivere l’agenda delle priorità dopo la crisi Covid e interpretare al meglio la voglia di ripresa e di rilancio dell’Italia come antidoto all’astensione che ha caratterizzato le ultime elezioni amministrative”.

Un segretario che mette le mani avanti

Nessun mea culpa. La sconfitta c’è stata anche se le urne hanno consegnato alla Lega 69 primi cittadini in più dopo il primo turno del 3-4 ottobre, a cui se ne sono aggiunti altri 13 dopo i ballottaggi che vedevano sindaci uscenti di centrodestra in otto comuni. Sulle sei grandi città, poi, “una ne avevamo e quella abbiamo tenuto”. Tecnicamente non sarebbe neppure una sconfitta. Nella Lega molti vedono in questa reazione di Salvini un modo per mettere le mani avanti e confermare la sua leadership. Che al momento non appare realmente insiediata anche se le divisioni interne al partito appaiono sempre più profonde.

L’esito deludente dei ballottaggi avrebbe rafforzato per esempio, nel partito, le convinzioni di coloro che ritengono che la Lega stia pagando a caro prezzo il sostegno a Draghi e al green pass. La frattura con il fronte dei 'governisti' (i ministri e i governatori del Nord) è destinata ad allargarsi. Tra i governisti poi si ritiene che Salvini sia già pronto a scaricare su di loro l'esito delle elezioni e a “dare la colpa a chi alimenta le polemiche”.. Il fatto è che la sconfitta di Damilano a Torino, il candidato di Giorgetti, ha complicato le cose anche tra i governisti sempre più convinti, alla guida del popolo del pil del nord Ialia, della necessità di appoggiare il governo Draghi e condividerne l’agenda. 

Berlusconi federatore di una maggioranza Ursula?

Forza Italia, che non ha mai condiviso la scelta dei candidati civici, aveva due candidati e quei due sono stati confermati: Occhiuto in Calabria al primo turno; Dipiazza a Trieste dopo un testa a testa al ballottaggio.  Senza dubbio ha pagato la scelta chiara e univoca di aver appoggiato il governo Draghi senza ripensamenti e passi indietro. Così come sono sembrati particolarmente lucidi e centrati gli interventi di Berlusconi in questi ultimi mesi sui temi economici e di politica estera. Però c’è poco da esultare: gli amici di Salvini dentro il partito, coloro che avevano già impacchettato il partito unico del centrodestra di governo, hanno probabilmente sbagliato i conti. Chi non voleva “morire” leghista e meloniano, nel frattempo se ne è già andato. Altri ancora potrebbero farlo. Berlusconi ha invece un progetto chiaro - il Quirinale - per cui ha bisogno di tutti, non può rompere con nessuno. E riprova a fare quello che gli è riuscito meglio in politica: il federatore. Anche di una maggioranza Ursula con dentro pezzi della Lega? La situazione è fluida e tutta da scoprire. Fino all’elezione del Capo dello Stato difficilmente si muoverà qualcosa.

Banchi di prova

Al di là del vertice, l’agenda di governo e del parlamento offre subito una serie di banchi di prova su cui misurare  tenuta ed intenzioni della larga maggioranza. Oggi Draghi porta in Cdm la legge di bilancio e la sintesi trovata per andare avanti rispetto ai nodi del reddito di cittadinanza e di Quota 100. Passeranno o ci saranno subito tensioni? In Parlamento tra mozioni per lo scioglimento di Forza Nuova e informativa del ministro Lamorgese - tutto tra oggi e domani - il centrodestra avrà subito modo per contarsi. Ed iniziare la sua verifica politica.