“Dov’è la festa?!”. A Santi Apostoli, è ovvio! Il Pd festeggia per il sonoro 5 a 0 sulle destre

Ma c’è il ‘dopo-Festa’. Cosa accadrà nel Partito democratico? E nei 5Stelle, dove già si sentono gli anti-Conte?

“Dov’è la festa?!”. A Santi Apostoli, è ovvio! Il Pd festeggia per il sonoro 5 a 0 sulle destre
Enrico Letta (foto Ansa)

“Cinque a zeroooo!”. Meglio che agli Europei, forse un viatico per i Mondiali. Stile Olimpiadi. Insomma, un successo indubitabile, ecco, meglio dirlo subito. Et s’en fout! – come disse il generale Cambronne che, ci tiene a ricordare Victor Hugo, non disse mai “Merde!” rivolto ai cannoni inglesi mentre rifiutava di arrendersi, a Waterloo (1815), la traduzione esatta, pur volgare, ‘che si fottano’ – l’alto tasso di astensionismo, le periferie che restano ‘a casa’, che altrimenti chissà come andava, il voto, che ormai sono tutte ‘de destra’. E pure che importa se solo i quartieri bene votano - e in massa - per i candidati del centrosinistra. E pure se il centrodestra ha scelto i candidati peggiori che poteva scegliere, come cercandoli con il lanternino o con la lanterna di Diogene.

E pure se – dice la Cabala, cui bisognerebbe sempre prestare attenzione, non fosse per scaramanzia – nel 1993, l’alleanza dei Progressisti vinse tutti i comuni d’Italia, con le prime elezioni fatte con l’attuale legge elettorale, quella ‘dei sindaci’, da Milano a Torino, da Venezia a Firenze, da Roma fino a Palermo, e giù giù, colorando di ‘rosso’ – allora sì, che era ‘rosso’, il colore del Pci-Pds – e poi, alle politiche del 1994, Achielle Occhetto presentò la – indimenticabile – ‘macchina da guerra’, sempre quella dei Progressisti, e perse, in modo rovinoso, le elezioni politiche. Certo, era sceso in campo, all’improvviso, un certo cavalier Silvio Berlusconi, e il centro del Patto Segni, alleato con la Dc di Mino Martinazzoli, si era voluto - intestardendosi, senza capire la nuova legge elettorale (si chiamava Mattarellum, indovinate chi l’aveva scritta? Sì lui, Mattarella) – presentare da solo. Ma una sconfitta così sonora (Berlusconi quasi al 50% dei voti nelle Camere, Progressisti al 30%, Pd sotto il 18%, il peggior risultato della Sinistra in tutto il II dopoguerra) non si era registrata, a memoria d’uomo, e pure di militante, della Sinistra medesima (c’è voluto Matteo Renzi nel 2018, per un risultato peggiore). Ma “Quando si vince si vince, poche storie! E noi abbiamo vinto!!!” urlano di gioia i dirigenti dem.

Già le vittorie al primo turno avevano esaltato

Dentro il Pd fanno, e si capisce, i salti di gioia. Prima le vittorie al primo turno di Milano, Bologna e Napoli, vinte in rapida successione, e senza colpo ferire: due grandi comuni ‘tenuti’, Milano e Bologna, con risultati schiaccianti, e uno riconquistato, Napoli, in modo altrettanto netto ed inequivocabile, sempre al primo turno.

Ieri, Gaetano Manfredi, un signore elegante, calmo, raffinato, posato, ha preso le consegne dal sindaco uscente, Luigi De Magistris, ex sindaco arancione, ex ‘descamisado’ di una sinistra radical (e radicale) che, di fatto, non esiste più, e quello imbarazzato e ‘piccolo’ sembrava lui, il leader di Dema, che manco in Calabria è riuscito a ottenere un posto da consigliere regionale, dopo essere fuggito da Napoli, lasciandola in dissesto. Insomma, il Pd – già da 15 giorni – ‘governa’ città importanti, e cruciali, cui ora si aggiungono pure Torino, prima capitale del Regno d’Italia, ex capitale dello stato sabaudo (città in dismissione, però) e, soprattutto, la Capitale d’Italia, Roma, più una lunga serie di altri comuni, e inaspettati.

“Dov’è la festa?” A Santi Apostoli, ovviamente

E così, nel Pd, non ci stanno dentro, per la contentezza. Esplodono come ragazzini che esultano per il primo amore, per il goal di Totti, o simili eventi che capitano una volta, nella vita. Prima al Nazareno, dove la gioia esplode incontenibile, con tanto di selfie buoni per i social e, ormai, anche per le dichiarazioni alla stampa. Poi, a piazza Santi Apostoli, per festeggiare: sul palco salgono, oltre al neo-sindaco di Roma, Gualtieri (“Enrico sarà la sorpresa dei prossimi anni”, dice), Letta, Bettini e Zingaretti, i tanti dirigenti del Pd romano che si godono la vittoria al canto di “Bella ciao!” e tra i ‘buuu’ alla Raggi.

La scelta della piazza dove ha avuto sede prima l’Ulivo e poi l’Unione – era una sede ‘mitica’, ci hanno scritto sopra libri, ma pure assai caotica - e dove sono state festeggiate le uniche due vittorie elettorali (1996 e 2006), da quando vige la Seconda Repubblica, non è affatto casuale. Lo dice, apertis verbis, Letta: “Santi Apostoli è un bel luogo, evocativo, con tanto simbolismo. Sono tanto contento di essere qui a festeggiare”. “E’ un trionfo, il 5 a 0 - dice Letta – ma “lo dico senza trionfalismi” (sic). E poi, ancora: “Gli elettori si sono saldati, ora dobbiamo costruire un campo largo”, direbbe Goffredo Bettini, cioè l’Ulivo 2.0, detto anche Ulivo 4.0, dipende tutto da come li conti, i precedenti dell’Ulivo, dell’Unione, del Pd – ma poco importa, non stiamo qui a sottilizzare.

Vittorie del centrosinistra dalle Alpi alla Sicilia

Né si festeggia mica solo per la vittoria a Roma. Si festeggia, certo, anche l’elezione di Stefano Lorusso a Torino (59,2% contro 40,8% del civico Damilano), dem di provata fede, che ha vinto senza i 5Stelle, proprio come Gualtieri a Roma (ma i voti arrivati ai due sono anche i loro, ecco). Non si festeggia, per un pelo, a Trieste, dove il lettiano Francesco Russo compie una incredibile rimonta sul candidato del centrodestra, Dipiazza, e perde per un soffio, ma fa diventare il Pd il primo partito della sua città, e so’ soddisfazioni. Si festeggia, per dire, pure a Isernia, a Cosenza (dove il neo-sindaco è Caruso, socialista del Psi), a Latina, con una rimonta che ha dell’incredibile, uno dei pochi posti dove il centrodestra era ‘sicuro’, ma proprio ‘convinto’ di vincere (sic), e a Varese, cioè nella storica ‘patria’ della Lega, espugnata per la seconda volta, cinque anni dopo.

Insomma, tranne a Trieste (e a Benevento, dove Mastella viene riconfermato e attacca Letta che gli aveva schierato contro i cannoni di Navarone) è un trionfo e, nel Pd, si fanno tutti belli tronfi... Ma, ovviamente, e soprattutto, si festeggia l’elezione di un altro dem a sindaco di Roma.

“Annamose a ripija Roma!”. L’urlo dei dem…

L’ex ministro del governo Conte II, Roberto Gualtieri, è diventato primo cittadino della Capitale d’Italia con un clamoroso risultato (60,1%), al ballottaggio, ottenuto contro Enrico Michetti, lo sfidante – e geniale gaffeur - di centrodestra, inchiodato al 39,9%. Un risultato che più rotondo non si può, con tanto di rimonta.

“Annamo a ripijarse Roma!” potrebbero dire i dem, se fossero ‘fascisti’ stile giro di Alemanno, ultimo sindaco ‘de destra’ della Capitale, ma non solo non lo sono: sono fieramente antifascisti. E anche l’antifascismo militante ha dato il suo bel contributo al ballottaggio, la schiacciante vittoria che è arrivata – come il volo di auruspici fausti – dopo la manifestazione antifascista per la Cgil che si è tenuta nella mitica, rossa, San Giovanni, il tempio dei comizi di Berlinguer (e Cofferati).

Roma, dunque, torna “a sinistra”, dopo l’infausta parentesi di Ignazio Marino, defenestrato dal suo stesso partito, nel 2015, dopo appena due anni, e il Pd promette di rinverdire i fasti della premiata ‘Ditta’ Rutelli&Veltroni che fecero grande Roma secondo quel ‘modello Roma’ che era diventato proverbiale ma che conosceva – e conosce ancora oggi – un solo deus ex machina, Goffredo Bettini.

C’è lui, Bettini – ex europarlamentare, ex deputato, oggi ‘solo’ libero pensatore nel Pd, un po’ come Giulio Andreotti nella Dc che, con una corrente piccola piccola, ne condizionava la vita - dietro la scelta di Gualtieri a sindaco, che Letta neppure lo voleva, e prima ha pregato Zingaretti (stoppato dagli ‘amici’ dei 5Stelle…) di candidarsi lui, ma niente. E poi ci ha provato pure con l’attuale presidente del Parlamento Ue, David Sassoli, che però non se l’è sentita manco lui e che, un po’ come Peppe Provenzano, attuale vicesegretario dem, che ha rifiutato, timoroso, il seggio di Roma-Primavalle, pensando fosse tosto (troppo) e rischioso (assai), e alla fine s’è dovuto mangiare le mani, che ora in Parlamento, a far compagnia al segretario, neo-eletto deputato del collegio di Siena, ci è andato il giovane Carneade romano Andrea Casu, ecco, pure Sassoli temeva che si poteva perdere, non se l’è sentita, e amen.

Largo a Gualtieri. Il quale – professore di Storia, ex comunista, legnoso e tignoso, unica passione ‘commestibile’ la chitarra, che manco suona male (così dicono) – è stato scelto non da Enrico Letta, ma imposto da Goffredo Bettini. Il quale, antico dominus del Pd romano, gli ha messo tutti i suoi (Claudio Mancini, uomo-macchina del Pd laziale e della campagna elettorale di Gualtieri, e altri) alle calcagna, lo ha cinturato, ha costruito liste su liste (compresa quella di Onorato, ex fan del ‘bel’ Alfio Marchini, candidato centrista nel 2016), ha sapientemente dosato i suoi passaggi tv e piazza, lo ha portato, persino, nelle vituperate ‘periferie’, quelle che Gualtieri conosce solo per sentito dire.

Risultato, Gualtieri ha stra-vinto e tanti cari saluti al povero Michetti, il candidato più improbabile (e più ‘destrorso’, nella sua goffaggine, quasi peggio di Gianni Alemanno, che almeno era della destra ‘vera’, meglio nota come ‘destra sociale’) che il centrodestra abbia mai messo in campo. E tanti cari saluti, soprattutto, a Virginia Raggi, la sindaca uscente, che ha perso sia la prima sfida (arrivare al ballottaggio) che la seconda (condizionare il ballottaggio, con l’astensione). E, in fondo, tanti cari saluti pure a Carlo Calenda: Gualtieri se n’è annesso i voti, senza neppure dover pagare troppo dazio, senza che dovrà mai, così dicono i suoi, neppure dargli un assessore.

Ma c’è il ‘dopo-Festa’

Ma c’è il ‘dopo-Festa’. Cosa accadrà nel Pd? E cosa accadrà, anche, negli ‘amici’ dei 5Stelle? Ecco, questo dipende, e pure da tanti fattori, ma Letta alcuni ‘indizi’ li offre, nelle sue parole, pur se ancora dette tutte in mood festeggiamenti. Il leader dem è sicuro: “Il Pd non è più il partito della Ztl, abbiamo vinto anche nelle periferie, oltre che nelle le metropoli, con un risultato a valanga attorno al 60%, questo indica che nelle periferie abbiamo ricominciato un dialogo” (sic).

“Conte sta gestendo bene una fase complicata, per l’M5s”, dice, tendendo una mano all’alleato, che sa essere finito sotto il tiro incrociato dei suoi (Raggi e Di Battista a sinistra, Di Maio a destra). Ma in casa pentastellata ormai è psicodramma. Conte, come un Salvini qualsiasi, preferisce porre l’accento sul “vero vincitore dei ballottaggi, il drammatico astensionismo” e incita i suoi: “non c’è da parlare, ma da fare, che c’è molto da fare”. Ma i suoi scalpitano e, dalle truppe parlamentari, si preparano nuove fughe (20 circa) verso il Misto. Tanto che le truppe già gli rimproverano, rabbiose, che “ora che Letta apre l’alleanza a Renzi e Calenda, che farà Conte?”. Di Maio, di default ‘diplomatico’ (“I cittadini hanno scelto”), si limita a mandare “ai neo-sindaci un grosso in bocca al lupo per l'impegno che li aspetta”.

E Matteo Renzi, leader di Iv, non si fa sfuggire l’occasione, infierisce sul cadavere: dice che, oltre alla “clamorosa sconfitta del centrodestra”, intingendo la penna nel fiele, che i ballottaggi decretano “la fine del tempo dei 5 Stelle” perché “dimostrano che il sovranismo non paga”, “il populismo grillino-destrorso si può sconfiggere”.

Letta ‘sfotte’ Salvini, ma apre al centrodestra

Letta, è chiaro, non la pensa così, prende di mira e sfotte solo il centrodestra: “Spero che la destra non tiri nessuna conclusione e che la linea sia quella della conferenza stampa di Salvini oggi (ieri, ndr.). Per noi sarebbe la cosa migliore...”. Ma se, in effetti, sulla incapacità della destra (Salvini&Meloni) a leggere la sconfitta, sonora, subita, ha ragione da vendere, sul resto è foschia. “Ha pagato la coerenza del Pd, sull’estensione del Green Pass”, dice il segretario, puntellando il governo Draghi, per chi avesse ancora dei dubbi.

Ma dice anche, pur mettendo le mani avanti (“di Quirinale si parlerà dopo l'approvazione della legge di bilancio, a gennaio”), che “il Presidente della Repubblica deve essere eletto con la più larga maggioranza possibile, noi cercheremo e lavoreremo per costruire una larga maggioranza per l'elezione del successore di Mattarella”. Ben due notizie sono contenute in questa stessa frase: Mattarella non accetterà alcun bis, la prima, conviene che ci rassegniamo all’idea (era, questa, il bis di Mattarella, la ‘prima scelta’ del Pd) e serve una “larga maggioranza” per il successore, cioè un ‘patto tra gentiluomini’ col centrodestra, è la seconda. Compito non facile, anzi: assai arduo. Eleggere un presidente a ‘larga maggioranza’ vuol dire, tradotta, una cosa sola: spedire Draghi al Colle, il che, però, a questo punto, a Letta può pure fare comodo, inizia a farci un ‘pensierino’, senza dire che è la ‘vecchia’ idea di Bettini. Così, infatti, si ‘libera’ un posto non da poco, quello da candidato premier della ‘nuova’ alleanza Pd-M5s (più alleati minori, a destra come a sinistra, cioè verso i moderati neo-centristi di Iv-Azione-+Eu, come verso gli scalmanati della sinistra che fu), posto che, a questo punto, può essere ‘coperto’ da un solo candidato, con tutte le carte in regola, lo stesso Enrico Letta. Sarebbe una sorra di malgré moi, soi moi, ma insomma, ci siamo capiti: qualcuno, l’amaro calice della candidatura a premier, davanti agli italiani, dovrà pur berlo (sempre che non faccia la fine di Occhetto, però).

Con Draghi al Colle, c’è Letta come candidato premier

Non sarà facile, ma Letta ci vuole provare, forte del 5 a 0 appena incassato: tutto il resto ‘dipende’ da questo. E, cioè, nell’ordine, se Draghi andrà al Colle, ci sarà un nuovo governo, magari a guida Franco (ministro dell’Economia) o Cartabia (Giustizia), che rassicuri la Ue, scavalli l’autunno, scriva la nuova manovra e, anche, faccia maturare la pensione ai parlamentari di prima nomina? Chi può dirlo, oggi? Tutto si deciderà a febbraio, quando si faranno i giochi ‘veri’ per il Colle, ma anche se la maggioranza dovesse, nel frattempo, cambiare, e diventare una ‘maggioranza Ursula’ (dentro FI, che resterebbe attaccata al governo, magari pure i centristi minori, ma fuori la Lega), molto meglio, per Letta, governare, buscando ponente por el levante, il Pd e il centrosinistra, godendo di una posizione di governo che fa sempre comodo, e ricacciando Salvini sui banchi dell’opposizione, a far ‘compagnia’ alla Meloni, dimostrando che sono ‘unfit’ a governar l’Italia.

Inoltre, se Draghi andrà al Colle, i desiderata dei riformisti dem - che lo vedrebbero bene come leader del centrosinistra, nel 2023, lui, non Letta, e che a quello, nei loro sogni, ancora sperano - andranno frustrati e potrà essere Letta e solo lui il candidato premier del centrosinistra che verrà. Con i 5Stelle nel ruolo di junior partner, ovvero di ruota di scorta, si capisce, ormai dimezzati. E, forse, ma forse, direbbe Cetto la Qualunque, una ‘speranza’ di vittoria perché, come dice Letta, “le comunali dimostrano che la destra si può battere”. E il congresso del Pd? Se non si correrà al voto, Letta lo ‘chiamerà’ entro la fine del 2022 per farsi consacrare leader pure dal ‘bagno’ delle primarie, cosicché nessuno possa più, nel Pd e anche fuori, metterne in dubbio l’investitura e il diritto regale. Sempre, si capisce, non finisca come il povero Akel, Achille Occhetto, che partì per suonarle, alle destre, e finì irrimediabilmente ‘suonato’…