"Il mio regno per uno scranno": il caso Lotito. Quanti sono davvero i Grandi elettori per il colle

Qui si parla di seggi contesi, sottratti e confermati al Senato della Repubblica: anche questi ‘conti della serva’ ‘servono’, avrebbe detto Totò, in vista dell'elezione del nuovo Capo dello Stato

Il patron della Lazio Claudio Lotito (Ansa)
Il patron della Lazio Claudio Lotito (Ansa)

Qui si parla di seggi contesi, sottratti e confermati al Senato della Repubblica non tanto per amore e gusto del particolare, che pure in noi alberga, ma perché anche questi ‘conti della serva’ ‘servono’, avrebbe detto Totò, in vista della sempre più prossima elezione del nuovo Capo dello Stato, che si terrà a partire da metà gennaio. Infatti, è lo stesso plenum del Senato, come della Camera, che era (ed è) a rischio voto per il Colle.

Si chiamano ‘Grandi elettori’, i membri di diritto nell’elezione, ogni 7 anni, del Capo dello Stato, sono composti da 945 parlamentari e 58 delegati regionali e i senatori in vita ancora… in vita (oggi sono sei). Il totale, sulla carta, fa 1009. Quelli sono o, meglio, sarebbero i prossimi Grandi elettori. Ma rischiavano di essere 1007… 

Per i senatori a vita i numeri sono quelli e non cambiano, a meno che, si capisce, uno di loro non deceda: in quel caso non vengono sostituiti, non si fa, non è elegante (e qui il quorum scende). Invece, per i 58 delegati regionali, il quorum non scende mai perché possono essere sostituiti a la carte: basta un’assemblea del consiglio regionale, convocata a spron battente, e il gioco è fatto, in modo tale che il quorum resti sempre invariato). Invece, sostituire un parlamentare in carica, o farlo dimettere, è impresa epica ed eroica, degna dell’assedio di Troia che, come si sa, durò dieci lunghi anni. Per nominare un nuovo deputato o senatore ce ne possono volere tanti di anni, quasi quanto la metà di una legislatura, cioè cinque. Urge farlo, specie se si sta per eleggere un nuovo Capo dello Stato, altrimenti il quorum scende… Ma non è facile, anzi: è assai complesso, faticoso e complicato. Qualche gruppo, partito e lista, rischia sempre di perderci, o di rimetterci, in termini di numeri interni, e tutti i parlamentari cui viene ‘tagliata la testa’ (che, cioè, perdono il loro ‘diritto al seggio’), o che non l’ottengono (cioè non vengono promossi al rango di parlamentari), ci restano malissimo, piangano, strepitano, si strappano i capelli, ne fanno di cotte e di crude, pur di non perdere il privilegio o di conquistarlo.

 

Il cubo di Rubik dei seggi vacanti da riempire: le falle del Rosatellum

Ma l’assenza di parlamentari in teoria sempre in carica, i famosi ‘seggi vacanti’, è un problema di non facile soluzione, un cubo di Rubik politico e mille ricadute di diritto costituzionale, dipendono, come sempre, dalla legge elettorale.

Anche la migliore del mondo ha dei ‘buchi’ o ‘bachi’ (li aveva, per dire, il Mattarellum con le liste civetta, figurarsi) e li ha ovviamente anche il Rosatellum. Nella parte maggioritaria, quella dei collegi uninominali, il gioco è facile: si rivota, sia in caso di decadenza (dimissioni, morte, sopravvenuta incompatibilità, etc.). Invece, nei collegi plurinominali (parte proporzionale) il problema si fa subito maledettamente complicato. Spesso si verifica un caso di scuola: i voti presi da una lista sono maggiori del numero dei candidati prescelti, il quoziente elettorale ‘dice’ che quel partito deve prendere quel seggio, ma non dice ‘dove’. Ergo, parte una ‘caccia al seggio’ delle Camere per scovare il posto, e il diritto, di essere eletti in una lista che, pur se sempre dello stesso partito o in coalizione, ha preso più voti di tutti gli altri ma ha ‘esaurito’ i seggi dentro i confini della circoscrizione regionale o pluriregionale in cui si è presentata.

 

Prendiamo il caso del seggio vacante in Veneto per decesso, risolto solo ieri (il leghista Saviane è morto a fine agosto): esaurito il listino in cui la Lega aveva già fatto il pieno, si è andati a pescare il primo degli eletti nella regione (o, meglio, circoscrizione) in cui la Lega aveva preso più voti, la Calabria, ma Fdi ha contestato: quel seggio spetta a noi, seconda lista in Veneto.

Già nel 2018 si era creato un caso di overbooking per i 5S. Esauriti tutti gli eletti (e candidati) possibili in Sicilia, bisognava pescarne da altre parti e così ne risultarono, di M5s candidati in Sicilia e ‘eligendi’ lì, eletti in Calabria, in quanto regione contigua col più alto numero di consensi per la stessa lista. Vittoria Baldino, oggi valente capogruppo in commissione Affari costituzionali, una delle migliori ‘teste’ pensanti dei 5Stelle, tosta e preparata, è stata eletta così, per ‘sbaglio’.

 

Poi ci sono, come vedremo, i casi di seggi (e schede) contestate da ricorrenti al seggio contro chi è stato eletto e risulta formalmente in carica. La Giunta per le elezioni del Senato come della Camera ci mette anni a esaminare i ricorsi e tutti i contenziosi (specie degli eletti all’Estero) e c’è chi si è visto beffato, risultando eletto per pochi mesi di legislatura. Ma restiamo agli ultimi casi.

 

Il gioco a incastro dei seggi cosiddetti ‘vacanti’ ha visto al Senato un suk confusionale

 

Alla Camera manca un seggio (quello di Roma 1: suppletive convocate il 16 gennaio, pelo pelo per far votare il fortunello vincitore, pare che il pd candiderà Enrico Gasbarra, ergo non c’è storia: Gasbarra è una macchina acchiappa-voti). Al Senato, fino a ieri, ne mancava un altro (in Veneto, per un caso di decesso), che solo ieri è stato ‘riempito’, con una – faticosa – successione tra il senatore defunto ad agosto, Paolo Saviane, eletto in Veneto, sostituito da Tilde Miniasi, eletta in Calabria, decisione contestata da FdI.

Nella decisione sul subentro la Giunta, e poi l’Aula, hanno dovuto fare i conti con il fatto che la Lega aveva esaurito gli eleggibili in quella regione, e questo si poneva in contraddizione con il principio costituzionale dell'elezione regionale dei senatori. Minasi è stata scelta perché è leghista ed è la Calabria, di tutte le regioni italiane, quella dove la Lega aveva accumulato il resto migliore. La soluzione alternativa, caldeggiata da FdI, era quella della "lista collegata" (trattandosi di alleati che nei collegi uninominali avevano candidati comuni) e quindi del subentro di un esponente veneto di FdI, non è stata ritenuta, a rigor di logica, una scelta valida.

 

Ma l’intera giornata – tra ordini del giorno votati a raffica, spesso contradditori, voti palesi e segreti, dibattiti accesi e infuocati in Aula, interpretazioni ‘autentiche’ della presidente Casellati, perorazioni dei torti subiti o di ‘avvocati’ d’ufficio e orazioni dei capigruppo dei vari gruppi – si è presto trasformato in un suk mediorientale quanto caotico, durato ore, tra mille polemiche, parole cattive, accuse velenose.

 

Un altro seggio in bilico, il caso del giorno, era tra chi lo ha già, il renziano Carbone, e chi lo desidera, il ‘destro’ Lotito, ma non lo otterrà mai. Altri due sono stati risolti con due sostituzioni: Michele Boccardi per Carmela Minuto, entrambi di FI, in Puglia (la Minuto, in Aula, piange lacrime amare contro una “ingiustizia”). Il caso Cario gridava vendetta a Dio:eletto nel 2018 in America latina nelle liste dell'Unione sudamericana emigrati italiani, la sua elezione è stata contestata per brogli elettorali, riscontrati poi anche dalla procura di Roma che ha aperto un'indagine: attraverso perizie calligrafiche e analisi chimiche degli inchiostri, ha stabilito che oltre 2000 schede elettorali risultano 'contraffatte', con la preferenza (Cario) scritta sempre dalle stesse mani. La contestazione passò per competenza alla Giunta delle elezioni, ieri il voto. In attesa, tra i successori più papabili, c'è Fabio Porta, candidato del Pd nella stessa circoscrizione estera di Cario, primo di non eletti.

 

Il bilancio del ‘dare’ e dell’‘avere’ tra i partiti. Seggi nuovi al Pd e altri contesi tra i gruppi

 

Insomma, si rischiava che i votanti fossero 1007, cioè due seggi in meno del plenum previsto. Per fortuna il casus belli è stato evitato, ma che fatica. Inoltre, due seggi nuovi, freschi freschi, sono arrivati sempre alla Camera, nel corso del 2021: il giovane Andrea Casu per il Pd, nel collegio uninominale di Roma-Primavalle (seggio strappato a M5s e centrodestra) e il maturo segretario dem Enrico Letta nel collegio uninominale di Siena (seggio confermato al Pd).

 

Il che vuol dire che il Pd, nelle due supplettive, ha ‘guadagnato’ ben due voti per il Colle (uno, in realtà, perché il collegio di Siena lo aveva già, ma tant’è), e uno in più sta per averne al Senato, tra gli eletti all’Estero. Senato dove la Lega ne conferma uno, FI resta a posizioni invariate (uno perso, uno preso, in Puglia), FdI resta a bocca asciutta (voleva quello della Lega in Veneto), Iv festeggia per aver difeso e salvato il suo (contro Lotito), in Campania (ma Carbone era stato eletto con FI), il Misto perde un seggio, al Senato, per un dem. Sol i 5S escono, tanto per cambiare, con le ossa rotte: perso un seggio alla Camera, persi altri due seggi, negli anni, al Senato, sempre con le supplettive, non guadagnano da nessuna parte.

 

Tanto più sono fuori gioco, i 5S, nelle elezioni supplettive che si terranno il 16 gennaio a Roma 1 per la Camera: una gara che vincerà, di sicuro, il candidato dem – quasi sicuramente Enrico Gasbarra, fiero cattodem, bon vivant, uomo elegante e ricco di consensi quanto di acume - che andrà a sostituire il seggio lasciato libero dal neo sindaco di Roma, Roberto Gualtieri. Il quale a sua volta lascia uno scranno conquistato per l’abbandonato di Paolo Gentiloni, diventato nel 2019 commissario Ue, mentre il seggio di Siena è oggi di Letta perché lo lasciò Piercarlo Padoan. Morale: dovremo presto riaggiornare i ‘numeri’ per il Colle che qui, settimane fa, si erano scritti. Ma ora veniamo al caso più clamoroso di ieri…

“Non è finita se non è finita” dice lui, ma “rigore è se arbitro fischia” diceva Boskov

 

“Non è finita fin quando non è finita”, dice lui, il funambolico patron della Lazio, Claudio Lotito. E, certo, come avrebbe detto il mitico allenatore della Sampdoria, Vujadin Boskov, “rigore è solo quando arbitro fischia”, ma al netto del fatto che ormai, sui campi di calcio, la fa da padrone la Var, quella del Senato, peggio di una Var che, a livello spazio-temporale, va all’incontrario e all’infinito, ha appena fatto capire al funambolico Lotito che la sua – indomita, fiera, cocciuta – battaglia per ottenere un seggio al Senato dovrà andare a farsi benedire e lui dovrà, prima o poi, pur farsene una ragione, del seggio perduto.

 

La legislatura, infatti, sta per scadere (manca un anno e tre mesi) e le speranze di Lotito di avere il seggio agognato sono ridotte al lumicino. Che, poi, mica si capisce perché un uomo così affermato – lo abbiamo visto, di persona, più volte, imperversare a piazza San Lorenzo in Lucina, circondato da autisti, guardia spalle, questuanti, tre se non quattro cellulari in mano, sempre agitato, urlante, imperioso, arruffato – come Lotito ci tenesse così tanto a un mestiere noioso e ‘basso’ come quello di senatore. Infatti, se è vero che lo stipendio è ottimo (14 mila euro mensili) e il cibo pure (il ristorante del Senato sforna ancora piatti freddi e caldi eccellenti), un uomo di mondo come lui – già popolare, già amato, a Roma, già ricco – si annoierebbe e basta. Vuoi mettere con quella vera arena dei gladiatori che non è il Senato, ma il campo da calcio pieno?

 

Il caso Lotito irrompe nell’aula del Senato ma il risultato finale è uno smacco per il patron, che ora dovrà cedere anche la Salernitana…

 

Com’è, come non è, certo è che il caso più eclatante ed eccellente che si discuteva ieri al Senato era del presidente della Lazio, Lotito, squadra di cui pone e dispone dal lontano 2004. Il quale, sta subendo, peraltro, e proprio in questi giorni, una doppia, dura, sconfitta. Sui campi di calcio – o, meglio, della giustizia sportiva – che lo vedono costretto a cedere il controllo di un’altra squadra, la Salernitana, di cui è di fatto il proprietario, dal 2020, con Marco Mezzaroma.

Peraltro, anche il futuro della Salernitana in serie A è a rischio, e non solo perché è tristemente ultima in classifica, a forte rischio retrocessione dalla serie B da cui viene, ma proprio perché se la società non romperà ogni legame con Lotito entro il 31 dicembre 2021, verrà retrocessa d’imperio. Infatti, il presidente della Lazio non può controllare anche il club campano, date le nuove norme che hanno abolito le multi-proprietà in serie A. E nonostante le società fiduciarie e i vari prestanomi cui Lotito e Mezzaroma si sono affidati, nessuno gli ha creduto. Ergo, o Lotito mollerà per davvero il controllo della sua seconda società di calcio, entro il 5 dicembre, o questa verrà retrocessa d’imperio, ma non dovrà ripartire dalla serie B, ma dalla assai umiliante serie D… Lotito vuole svendere la squadra ed ha abbassato di molto le richieste di soldi per venderla, ma intanto ha già fatto una figuraccia intergalattica.

 

La sconfitta politica: Lotito perde il seggio ma il renziano Carbonio se lo tiene

 

L’altra sconfitta, forse ancora più cocente, è tutta politica. Il Senato, dopo tre anni di ricorsi e milioni spesi in avvocati, gli nega il ‘suo’ seggio.

 

Il caso più eclatante, come si diceva, resta il suo. A spuntarla, sul campo di calcio di palazzo Madama, è ‘l’avversario’, Vincenzo Carbone, eletto in FI e poi trasmigrato in Iv, il partito di Renzi, che ora plaude festante alla notizia, ma accusa anche un pezzo del Pd di aver votato con la destra, pur di affondare Carbone e ‘aiutare’ Lotito, mentre nel centrodestra fioccano accuse speculari e contrarie: il senatore Andrea Cangini accusa soprattutto FdI di aver voluto aiutare Lotito ma anche di aver votato contro nel caso del legista deceduto, e si chiede ‘quante anime ha’, oggi, il centrodestra? Troppe, è la facile risposta, e si presenta troppo diviso, al Gioco del Colle…

 

Le polemiche tra Iv e Pd e nel centrodestra hanno spaccato i gruppi sul caso Lotito

 

L'aula di palazzo Madama la decisione su Lotito la prende, però, dopo due votazioni di cui una, quella decisiva, a scrutinio segreto. Partono subito le polemiche e scambi di accuse tra i gruppi parlamentari. L'esito della contesa, infatti, sembrava scontato dopo che la Giunta per le elezioni, il 24 settembre scorso, aveva annullato l'elezione di Carbone e disposto il subentro di Lotito al termine di una istruttoria durata anni. Ma l'aula di palazzo Madama prima ha detto no, con voto palese, a un ordine del giorno che chiedeva una sospensiva dell'esame del caso. Poi, a scrutinio segreto, è invece stato approvato un altro odg presentato da Leu che con 155 voti a favore, 102 contrari e 4 astenuti ha disposto il riesame del caso da parte della Giunta.

"Grande soddisfazione", ha subito tuonato Italia viva, " nonostante il voto palese con la destra di sette senatori del Pd sulla sospensiva per far entrare Lotito pur di far saltare un senatore di Iv". Dai tabulati del Senato, che riguardano però solo il voto del primo odg sulla sospensiva e non il secondo, decisivo, sul ritorno in Giunta, risulta che a votare no nel Pd sono stati Bruno Astorre, Paola Boldrini, Mauro Antonio Laus, Salvatore Margiotta, Tatjana Rojc, Vito Vattuone e Luigi Zanda. Ma interpellati dall'Adnkronos, i protagonisti negano ogni retroscena sia di natura politica che calcistica: "Mi hanno convinto le ragioni della Giunta. Io, poi, sono milanista", ha spiegato Astorre.

"L'aula si doveva pronunciare sul caso, non era accettabile approvare una sospensiva", ha chiarito Vattuone. Ai colleghi la Rojc si limita a dire: "Si, è vero, ho votato no". Per Zanda è un voto di coerenza: tutti i colleghi raccontano di un precedente intervento in cui il senatore dem, sul filo del diritto e dei regolamenti parlamentari, ha argomentato l'importanza e la necessità di una decisione dell'aula su una elezione contestata.
Ma il caso Lotito non si è esaurito solo alle schermaglie tra Iv e Pd, ma si è allargato anche ad altri gruppi e ha spaccato il centrodestra, di cui il presidente della Lazio è virtualmente parte.

Sempre secondo i tabulati, nel voto sulla sospensiva risultano a verbale i no di senatori appartenenti a diversi gruppi a partire da Fratelli d'Italia, Lega e alla stessa Forza Italia e poi anche Misto e Autonomie (tra cui Casini). "Ma quale caso Lotito? Prima di parlare di lui, bisogna parlare della decadenza di Carbone", dice il senatore azzurro Giacomo Caliendo: "Con l'ordine del giorno approvato oggi sono stati chiesti ulteriori accertamenti sulla posizione di Carbone. Dobbiamo prima discutere della eventuale decadenza di Carbone e poi parleremo di Lotito, aggiunge. ''Mai come oggi il centrodestra si è dimostrato disunito e conflittuale...'' chiosa amaro il senatore Cangini.

''Se si mettono insieme le quattro votazioni, soprattutto quella finale sul subentro al povero Saviane è stata un sorta di tutti contro tutti -avverte l'ex direttore del Qn con Fratelli d'Italia particolarmente refrattaria a uno spirito di coalizione...". Cangini concentra i suoi sospetti di 'fuoco amico' sul partito di Giorgia Meloni e guarda con preoccupazione alla partita del Colle con i franchi tiratori sempre più in agguato: ''Se il voto segreto di oggi è la prova generale del voto segreto sul Quirinale, è un vero disastro...". Un avvertimento che, specie per Silvio Berlusconi, potrebbe suonare come una campana a morto.

Il pressing asfissiante di Lotito è stato inutile

 Tornando alla sfida all’ok Korral tra i due, Lotito, primo dei non eletti in Campania, e Carbone, primo degli eletti, si contendevano, in una partita lunga più di tre anni, il seggio conteso. Ieri il Senato ha messo la parola fine. Decisivo un ordine del giorno di Loredana De Petris, capogruppo del Misto, e approvato dall'aula del Senato, che di fatto stronca le velleità di Lotito, ma che formalmente congela la decisione della Giunta delle elezioni e immunità (presidente Maurizio Gasparri, FI). Giunta la quale, invece, tempo fa, aveva riconosciuto lo scranno a Lotito. Nell'ordine del giorno, passato con 155 sì, 102 no e 4 astenuti, si chiede il rinvio del caso alla Giunta per rettificare i dati elettorali di proclamazione dei seggi dei due contendenti. Una palla buttata in tribuna: ci vorrà troppo tempo, in Giunta, sul ‘processo’ per farlo ritornare presto in aula. Il pressing di Lotito va avanti da tre anni, ma è presto finita nel limbo tra calcoli (sbagliati o presunti tali) dei voti, ricorsi e iter parlamentare. Alle elezioni del marzo 2018 il patron della Lazio si candidò con FI in un collegio in Campania e risultò eletto. Ma lo stesso seggio fu assegnato a Vincenzo Carbone, all'epoca forzista. Colpa di un errore di calcolo, per Lotito, che – indomito e cocciuto - non si arrese e presentò ricorso e fece pressing asfissiante sui mancati colleghi senatori.

Un anno fa la Giunta delle elezioni, competente sul caso, aveva ragione a Lotito, votando a favore della proposta del relator, Adriano Paroli, ma tra Covid, provvedimenti urgenti e tempi tecnici, la decisione è slittata fino a ieri. “Si crea un vulnus costituzionale – denunciò Lotito a settembre – specie in prossimità dell'elezione del presidente della Repubblica”. Carbone si è difeso ricordando in Aula chela Giunta aveva chiesto le schede di alcuni seggi per riesaminarle ma in metà dei seggi mancano le schede perché andate al macero”.

L’ordine del giorno di ieri, che di fatto archivia la decisione della Giunta e lascia in carica il senatore Carbone. Ora la palla torna alla Giunta, ma il tempo è scaduto, Lotito non sarà senatore né per eleggere il Capo dello Stato né dopo. Del resto, diceva Boskov, “rigore è se arbitro fischia”.