Oggi e domani si vota per comunali, regionali e due suppletive. Guida tecnica e non politica per le urne

“Pronti? Via alle amministrative!" Ma come, dove e con quali sistema si vota? Una doverosa premessa a questo articolo

Foto Ansa
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E così, finalmente si vota, per le elezioni comunali! Ma quando, dove e come si vota? E come ci si reca ai seggi, muniti di Green Pass (o di tampone obbligatorio), oppure non serve? Vediamo i punti principali di queste elezioni.

Quando e dove si vota domenica e lunedì

Si vota domenica 3 e lunedì 4 ottobre in 1.157 Comuni per eleggere il sindaco e il consiglio comunale, in Calabria, per eleggere il governatore e il consiglio regionale e anche in due collegi uninominali di Siena-Arezzo (dove è candidato il segretario del Pd Enrico Letta) - e Roma-Primavalle per le cosiddette elezioni ‘suppletive’ della Camera dei deputati.

Un voto che è stato rinviato causa pandemia

È la seconda volta che il voto di queste elezioni amministrative è stato rinviato a causa della pandemia: doveva tenersi la scorsa primavera, a maggio, ma poi è slittato all’autunno e, dopo un tira e molla tra i partiti sulla data (cioè tra chi la voleva anticipare e chi la voleva posticipare), è stata scelta questa data. Gli eventuali ballottaggi (II turno) sono previsti il 17 e 18 di ottobre.

Quanti sono gli italiani che andranno al voto

Sono circa dodici milioni gli italiani chiamati a votare. Un mini-t-est politico, dunque, anche se i partiti si sono tutti affrettati a mettere le mani avanti, assicurando che le sfide sono locali e non ci saranno riflessi sul piano nazionale (falso…).

Il voto riguarda anche alcune grandi città e quindi diventa la prima spia dei diversi rapporti di forza tra i partiti e, anche, tra le diverse coalizioni in campo (centrodestra, centrosinistra, 5Stelle).

Oggi e domani, infatti, verranno eletti, tra gli altri, i sindaci di sei capoluoghi di regione: Torino, Milano, Trieste, Bologna, Roma e Napoli. Alle urne vanno, inoltre, anche e ben 14 città capoluogo di provincia: Pavia, Benevento, Caserta, Cosenza, Grosseto, Isernia, Latina, Novara, Pordenone, Ravenna, Rimini, Salerno, Savona, Varese (per il totale di 20 grandi centri).

Come si vota, dove e in quali orari

Le urne resteranno aperte dalle 7 alle 23 di domenica 3 e dalle 7 alle 15 di lunedì 4 ottobre.

Ciascun elettore deve presentarsi al seggio munito di certificato elettorale e documento di identità. A ogni elettore sarà fornita, al seggio, la scheda di voto (azzurra per le comunali, mentre sarà verde per le regionali calabresi e rosa per le due suppletive) e una matita copiativa.

Il voto nelle Regioni a Statuto speciale

In Sicilia e Sardegna, regioni a statuto speciale, il voto amministrativo è fissato per il 10 e 11 ottobre e i ballottaggi per il 24 e 25 di ottobre. Il comune di Ayas, che si trova in Valle d’Aosta, vota il 19 e 20 settembre. In Trentino Alto-Adige alle urne si va, invece, il 10 ottobre e il ballottaggio, se ci sarà, sarà il 24 ottobre.

Con le regioni a statuto speciale, i sindaci e consigli che si rinnovano sono, dunque, 1.349.

Una parità di genere ancora molto lontana

Sul totale dei 145 candidati sindaco nei 17 Comuni capoluogo delle Regioni, a statuto ordinario, al voto figurano solo 25 donne: appena il 17,2% rispetto all’82,8% degli uomini (120). Il quadro emerge dal rapporto redatto dal ministero dell’Interno su queste elezioni amministrative.

Analizzando lo scacchiere, e prendendo in esame le candidature dei partiti presenti in Parlamento, emerge una presenza femminile ancora più limitata. Nelle città-chiave il Pd – che ha fatto della parità di genere, in teoria, bandiera - correrà appoggiando solo candidati uomini e schiera la donna solo alle regionali in Calabria, mentre il centrodestra candida tutti uomini e solo l’M5s presenta ben tre candidate donne.

A Roma i dem puntano infatti sull’ex ministro dell’Economia, Roberto Gualtieri contro Enrico Michetti per il centrodestra, Carlo Calenda di Azione e l’unica donna, Virginia Raggi, M5s. In totale, i candidati a sindaco, a Roma, sono ben 18.

A Milano il Pd corre con Beppe Sala, mentre per il centrodestra c’è il pediatra Luca Bernardo e la sola donna è, anche qui, la candidata del M5s, Layla Pavone. Poi vi sono altri dieci candidati.

(Quasi) tutta al maschile anche la sfida a Napoli: Gaetano Manfredi (Pd-M5S) se la vedrà contro il magistrato Catello Maresca (centrodestra), ma c’è anche Alessandra Clemente, ex assessore del sindaco uscente, Luigi De Magistris, che corre per il movimento ‘Dema’, che però non è presente in Parlamento. Poi, altri tre candidati.

Invece, a Torino e a Bologna, la sfida è quasi tutta maschile. Sempre per il Pd, ci sono Stefano Lorusso e Matteo Lepore, che se la giocheranno rispettivamente a Torino con Paolo Damilano e a Bologna con Fabio Battistini per il centrodestra. A Torino vi sono altri 10 i candidati, a Bologna 6.

Ma, all’ombra della Mole, in assenza di un accordo con il Pd, una donna ci sarà: Valentina Sganga per il M5s. Sfida tutta maschile anche a Trieste, tra Roberto Dipiazza e Francesco Russo.

Altre candidate donne, ovviamente, ci sono, ma per formazioni non presenti dentro il Parlamento.

Il (parziale) riequilibrio nella corsa ai consigli

Il riequilibrio sulle quote di genere, sempre osservando la dettagliata fotografia del Viminale, si verifica nella corsa ai Consiglio comunali, dove la presenza di candidate donne (anche perché vige l’obbligo della ‘doppia preferenza’) è normata da una regola precisa, cioè un obbligo.

Di conseguenza, su 13.281 candidati totali alle assemblee dei medesimi 17 Comuni capoluogo, le donne sono 5.956 (44,9%), mentre gli uomini sono poco di più, 7.325 (55,1%). Le proporzioni, sia per i candidati sindaco che per gli aspiranti consiglieri comunali, però, non cambiano neppure allargando lo spettro e considerando tutte le città al voto. La partecipazione delle donne alla vita politica rimane, dunque, ancora una chimera.

Comunali: cosa prevede la legge sui sindaci

Ma ‘come’ si vota? La legge elettorale in materia di elezioni amministrative prevede regole diverse a seconda della popolazione dei singoli Comuni.

Infatti, dopo la legge Bosetti-Gatti n.81 del 25 marzo 1993 (seguente ai referendum Segni sull’introduzione del sistema maggioritario in luogo del sistema proporzionale), meglio nota come ‘legge dei sindaci’, e mai più cambiata, è stata introdotta la norma che prevede l’elezione diretta del sindaco, ma operando un netto distinguo tra comuni con un numero di elettori pari o inferiore a 15.000 e quelli con un numero di elettori pari o superiore a 15.000.

In generale, le principali differenze del sistema elettorale ancora oggi in vigore sono due: una è come sono eletti i Sindaci e la seconda riguarda la composizione del Consiglio comunale.

Nei Comuni fino a 15mila abitanti, le elezioni si svolgeranno in un unico turno e sarà eletto il sindaco che ha ottenuto la maggioranza relativa (in pratica, chi prende un solo voto in più vince).

Nei Comuni con più di 15mila abitanti, il sindaco per essere eletto deve raggiungere il 50% dei voti. In caso contrario, è previsto un secondo turno di ballottaggio tra i due candidati più votati.

Per quanto riguarda il Consiglio comunale, nei Comuni fino a 15mila abitanti alle liste collegate al sindaco vincitore sono assegnati ben due terzi dei seggi elettorali, un modo per garantirgli una maggioranza più che stabile. Nei comuni con più di 15mila abitanti, invece, il 60% dei seggi è assegnato alle liste collegate al sindaco eletto. Anche qui si tratta di garantire al sindaco una maggioranza stabile ma si può creare l’effetto ‘anatra zoppa’, come avviene in Usa.

Leggi elettorali diverse: Calabria e suppletive

C’è poi, però, la Calabria. Qui aspirano alla presidenza (turno unico, vince chi arriva primo), Roberto Occhiuto (centrodestra), Amalia Bruni, sostenuta da Pd e 5 Stelle, più altri, l’ex sindaco di Napoli, Luigi de Magistris, e Mario Oliverio, già governatore della Calabria (2014-2020).

La legge elettorale con cui i calabresi voteranno la nuova giunta e il loro presidente è il risultato di alcune modifiche apportate all'originaria legge elettorale per le regionali (il Tatarellum), la legge n. 43/1995 che regola il sistema elettorale delle regioni a statuto ordinario. Il presidente della Regione è eletto su turno unico e non è quindi previso il ballottaggio. Il consiglio regionale viene eletto contestualmente con un sistema misto proporzionale e maggioritario.

Il territorio è diviso in tre circoscrizioni e, in totale, si eleggono 30 consiglieri più il Presidente della giunta. Non è ammesso il voto disgiunto. L’elettore può 1) scrivere il nome del candidato alla carica di Presidente della Giunta, collegato alla lista circoscrizionale prescelta; 2) votare una lista circoscrizionale con la possibilità di esprimere fino a due preferenze, purché di sesso diverso, pena l'annullamento della seconda; 3) votare solo una lista circoscrizionale: in questo secondo caso la preferenza è considerata a favore del candidato presidente cui la lista è collegata.

In fase di ripartizione dei seggi, non sono ammesse le liste circoscrizionali il cui gruppo non ha ottenuto almeno il 4% dei voti totali nell'intera Regione, anche se sono collegate a una lista regionale che ha superato l'8%. Il premio di maggioranza per la coalizione vincente è al 55%.

Poi vi sono, come abbiamo detto, però anche due elezioni suppletive in due collegi uninominali, a Siena e a Roma-Primavalle. Per il seggio di Siena, lasciato libero da Pier Carlo Padoan (Pd), è in gioco il segretario del Pd, Enrico Letta, sostenuto da una larga coalizione di centrosinistra e che si presenta senza simbolo del Pd, contro l’imprenditore del vino, Tommaso Marrocchesi Marzi (centrodestra), e altri quattro candidati tra cui Marco Rizzo (Pc). Invece, a Roma-Primavalle, si sfidano Pasquale Calzetta (centrodestra), Andrea Casu (centrosinistra), Luca Palamara (lista Palamara), Danilo Ballanti (Partito comunista), Giampaolo Bocci (Italexit), Giovanni Cocco (Pli-lista Sgarbi).

Alle elezioni suppletive, trattandosi di collegi uninominali, si vota con un maggioritario secco: vince il candidato che ottiene un voto più degli altri, senza quorum o soglie di sbarramento, così come prevede la legge vigente, il Rosatellum.

Le rigide regole ‘anti-Covid’ per le Comunali

Nel settembre del 2020, quando si è votato per il referendum sul taglio dei parlamentari e il rinnovo di sei consigli regionali, eravamo tutti convinti che quel voto sarebbe stato un unicum e cioè che le regole anti-Covid su sanificazione, ingressi contingentati ai seggi, sezioni speciali aperte negli ospedali, sarebbero diventate, presto, solo un lontano ricordo. E invece, un anno dopo, ci risiamo. E così, anche per le elezioni del 3 e 4 ottobre si dovranno rispettare tutta una serie di procedure codificate in un apposito decreto del governo e dei relativi protocolli ministeriali.

Le regole per chi si reca ai seggi. Per accedere ai seggi elettorali è obbligatorio l'uso della mascherina da parte di tutti gli elettori e di ogni altro soggetto avente diritto all'accesso al seggio (ad esempio i rappresentanti di lista).

Inoltre, in deroga alla normativa vigente, la deposizione nell’urna delle schede votate deve essere effettuato direttamente dall’elettore. Compatibilmente con le caratteristiche degli edifici, saranno previsti percorsi dedicati e distinti di ingresso e di uscita. Per evitare assembramenti gli accessi saranno contingentati, creando, dove è possibile, apposite aree di attesa all’esterno.

All’interno dei seggi elettorali deve essere garantito il distanziamento non inferiore a un metro sia tra i componenti del seggio che tra questi ultimi e l’elettore. Al momento della sua identificazione, quando gli sarà chiesto di rimuovere la mascherina solo per il tempo occorrente al riconoscimento, il distanziamento dovrà essere di due metri. Le finestre verranno tenute aperte per favorire l’aerazione naturale.

Operazioni di voto. Nel corso del voto, occorre che siano previste periodiche operazioni di pulizia dei locali e disinfezione delle superfici di contatto, ivi compresi tavoli, cabine elettorali e servizi igienici. È necessario, inoltre, collocare prodotti igienizzanti negli spazi comuni per permettere l'igiene frequente delle mani.

Per quanto riguarda l’accesso dei votanti, è rimessa alla responsabilità di ciascun elettore il rispetto di alcune regole basilari di prevenzione quali: evitare di uscire di casa e recarsi al seggio in caso di sintomatologia respiratoria o di temperatura corporea superiore a 37.5°C; non essere stati in quarantena o isolamento domiciliare negli ultimi 14 giorni; non essere stati a contatto di persone positive gli ultimi 14 giorni.

Al momento dell'accesso nel seggio, l’elettore dovrà procedere alla igienizzazione delle mani con gel idroalcolico messo a disposizione in prossimità della porta. Quindi, dopo essersi avvicinato per l’identificazione e prima di ricevere la scheda e la matita, provvederà ad igienizzarsi nuovamente le mani. Completate le operazioni di voto, è consigliata una ulteriore detersione delle mani prima di lasciare il seggio.

Ricoverati in quarantena. Nei nosocomi con almeno 100 posti letto che ospitano reparti Covid-19 sono costituite apposite sezioni ospedaliere, dove ciascuno dei ricoverati può esercitare il proprio diritto di voto che si dovranno occupare anche alla raccolta del voto domiciliare di quanti, sottoposti a quarantena o isolamento fiduciario, ne faranno richiesta. Nei comuni sprovvisti di ospedale, invece, saranno istituite sezioni speciali con lo stesso compito.

Componenti dei seggi. I componenti dei seggi devono indossare la mascherina chirurgica, che deve essere sostituita ogni 4-6 ore e comunque ogni volta risulti inumidita, sporca o renda difficoltosa la respirazione. Essi devono, comunque, mantenere sempre la distanza di almeno un metro dagli altri componenti dei seggi e procedere ad una frequente e accurata igiene delle mani. L'uso dei guanti è consigliato solo per le operazioni di spoglio delle schede, mentre non è necessario durante la gestione delle altre fasi del procedimento. Diverso il caso delle elezioni politiche suppletive in cui il presidente del seggio (o il vice-presidente) deve, comunque, utilizzare i guanti al momento della rimozione del tagliando antifrode dalla scheda votata e dell’inserimento della scheda stessa nell’urna.

Green pass. Serve o non serve, ai seggi? No

Al primo turno non sarà necessario il Green Pass, che diventa obbligatorio ‘solo’ dal 15 ottobre. Ciò implica, però, che, all’atto del secondo turno tutti i componenti del seggio, in quanto assimilati ai dipendenti pubblici, devono essere in possesso della certificazione verde mentre gli elettori non dovranno di certo esibirlo: ne sarebbe, intaccata, infatti la ‘libertà’ del voto, diritto costituzionalmente garantito a tutti e tutti i cittadini/e. Morale, per votare, al primo turno come al ballottaggio, il Green Pass non serve, al ballottaggio, invece, servirà solo agli scrutatori.