Grillo show tra dittature, pil, reddito universale e Pd “con poche idee”. Per difendere Casaleggio evitare la scissione

L’intervento del fondatore e garante del M5s non era previsto. E’ il tentativo di bloccare subito la frattura provocata da Casaleggio jr che ha staccato i servizi di Rousseau ai parlamentari M5s morosi. Zingaretti: “Grillo cerca i piantare bandierine. Tipico di chi è debole e ha bisogno di ritrovare un’identità”. Conte rinvia ogni tagliando al Recovery fund. “Se fallisco su questo mandateci a casa”

Grillo show tra dittature, pil, reddito universale e Pd “con poche idee”. Per difendere Casaleggio evitare la scissione

Elogio del “carciofo bollito all'idrogeno, a contatto con la terra…”. Del reddito universale che “libera dal ricatto del lavoro”. Delle "dittature che per paradosso funzionano meglio delle democrazie”. Dello Stato che se entra in un'azienda “deve poi imporre il piano industriale.  Elogio dell’ambiente, del “fuori” perché “le opinioni da dentro sono più competenti ma fanno perdere libertà”. Della crescita zero “perché se l'obiettivo del Recovery fund è raddoppiare il pil, non abbiamo capito nulla”.  Se Beppe Grillo voleva seminare il panico e distruggere quel po’ di credibilità che il Movimento ha conquistato nell’ultimo anno sui temi economici, della crescita e delle necessità di infrastrutture, possiamo dire che ha centrato l'obiettivo in dieci minuti. Quelli in cui ieri mattina è stato collegato da remoto con la sala Nassyria del Senato dove il ministro Stefano Patuanelli aveva convocato la stampa per spiegare un buon progetto:l'autoproduzione di energia, "non una centrale da un gigawatt ma mille centrali da 3 kw, cioè i cittadini che si producono e consumano energia". 

Le nuove parole guerriere

Le "nuove parole guerriere" del fondatore del Movimento sono state intese come un modo dare la carica alle liste M5S nelle regioni al voto. Sono nei fatti un nuovo programma in dieci punti che cerca di ridare identità e luce ai principi del Movimento.  Smentiscono le linee di governo condivise dalla maggioranza su come utilizzare i 209 miliardi del Recovery fund (tranne, forse, che per la parte green i cui contenuti però sono ancora assai fumosi). Umiliano il principale alleato quando Grillo dice: "Qualcuno spieghi al Pd che le idee vanno perseguite. Già ne hanno poche. La destra poi non ne ha alcuna". Soprattutto, a quattro giorni dal voto, l'intervento-invettiva-piece di teatro è un chiaro attacco ai candidati del Pd nelle regioni al voto. E un assist interno a David Casaleggio e alla piattaforma Rousseau per provare a cucire una lacerazione interna che Grillo ha capito benissimo diventerà palese anche con una scissione a seconda di come andrà il voto. In sostanza Grillo, che sa bene come sia alta la posta in gioco del Movimento in questo week end elettorale, cerca di blindare le truppe. E metterle al riparo anche da un possibile sorpasso da parte delle liste Pd. 

Zingaretti: "Grillo? Solo bandierine"

Grillo ha parlato a metà mattinata e fino a sera, tra i 5 Stelle le sue parole e invettive vengano liquidate con imbarazzo e il solito  "ma Grillo ha fatto Grillo, dà la carica. A modo suo. Poi in Parlamento ci siamo noi".  Azione e Italia viva, non hanno perso l’occasione per rimarcare alcuni punti e chiedere al Pd "ma chi te lo fa fare di sopportare ancora lezioncine e offese". Il segretario Zingaretti ha stretto i denti e ha aspettato Porta e Porta, in serata, per attaccare il fondatore del Movimento. "Le dichiarazioni di Grillo mirano solo a risvegliare un'identità nel Movimento che in questo momento è molto fragile. Funziona così: quando si è deboli, c'è bisogno di rimarcare le proprie bandierine". Il punto è che continuando a farsi la guerra nei territori al voto, "non si fa altro che stendere il tappeto alle destre. E questo, nonostante i ripetuti appelli, non viene compreso nè raccolto". Il segretario dem ha messo già le mani avanti. "In caso di sconfitta si sappia che la colpa sarà dei 5 Stelle e di Italia viva". Dire anche solo una parola in più a quattro giorni dal voto sarebbe suicida. Non resta che prendere atto della "inaffidabilità" del fondatore del Movimento. Ma la vicenda non può chiudersi qui perché sui dieci punti del programma di Grillo per l'Italia post Covid si sono invece pronunciate le destre e anche Forza Italia. "Grillo non sa cos'è la democrazia e vuole cambiare la Costituzione". 

Grillo tra Pil, reddito universale e dittature

Clamoroso, poi, il silenzio  di Di Maio che ha ignorato tutto quanto ha detto il comico. Come se non avesse parlato. Eppure erano Di Maio, Grillo e il premier Conte, venerdì scorso alla cerimonia dell'ufficio Direzione Dogane. Una foto opportunity diventata subito il simbolo della ritrovata sintonia ai vertici del Movimento e come tale raccontata su tutti i giornali Allora non si può trattare Grillo come statista quando fa comodo e liquidarlo come una caricatura quando dice cose scomode, comunque non previste.

Tant'è. Merita fare uno Zibaldone del Grillo show

Con i soldi del Ricoveri fund "dobbiamo cambiare tutto ma se la priorità è raddoppiare il Pil vuol dire che non abbiamo capito niente. Io voglio uscire di casa  e vedere il verde, girare in bici e bere l'acqua pubblica. Una città così darebbe subito l'impressione di un Pil più alto". È il ritorno della vecchia cara decrescita felice. Se non fosse stato chiaro, infatti,  il comico ha spiegato il paradosso del Pil: "Nel Paradiso non c'è nulla e il Pil è zero. Nell'inferno ci sono le eruzioni vulcaniche ma c'è il Pil".

Saremo salvati tutti da “un reddito universale non legato al ricatto del lavoro, un reddito che non è un piatto di minestra ma un reddito che ti do perché sei vivo”.  Il telelavoro diventa “un’esperienza straordinaria, è utile per risparmiare energia e limitare il traffico” ma i sindacati “sono rimasti nel 900 mentre noi oggi avremmo bisogno dei sindacati digitali che controllano il flusso dei nostri dati”.  Il paese, del resto, è “bloccato su stronzate gigantesche ed è paradossale che funzionino più le dittature che le democrazie”. Il problema infatti “non è la destra o la sinistra ma il fatto che siamo un popolo di anziani, in Parlamento ci occupiamo di cose inutili come le nomine. Ogni decisione a Singapore o Taiwan viene presa chiedendola ai cittadini ma al governo c’è il figlio del Re. Sono dittature, ed è paradossale che funzionino meglio delle democrazie”. Anche questo è stato rubricato come Grillo show. E solo le opposizioni hanno colto la gravità di queste parole. 

Tentativo estremo

Qualche governativo dei 5 Stelle - accusati di occuparsi solo di poltrone e avere la malattia del “dentro”, cioè di chi “perde la libertà e acquista incompetenza” - legge nell’intemerata del fondatore il tentativo estremo di salvare il salvabile a livello di gruppi parlamentari. Un tentativo estremo di salvare la scissione di fatto innescata ieri mattina dalla lettera  di David Casaleggio con cui  invoca “giustizia ed equità per le gravi inadempienze” assicurando che difenderà il progetto originario del padre “con tutte le forze”. La missiva è stata inviata a tutti i parlamentari per annunciare “il distacco di alcuni servizi erogati dalla piattaforma Rousseau” in conseguenza del fatto che decine e decine non hanno pagato le quote mensili previste. E’ noto da mesi ma, contrariamente a quanto avveniva prima, non ci sono stati provvedimenti disciplinari. Crimi e i probi viri stanno lasciando correre per evitare ulteriori strappi e perdite nei gruppi parlamentari.

Casaleggio jr ieri ha tentato il colpo finale. Un colpo senza ritorno, però. Grillo ha cercato di metterci una pezza facendo l’elogio della tecnologia. Cioè della democrazia diretta. “I cittadini - ha arringato Grillo - devono poter andare avanti potendo dire la loro usando sistemi tecnologici che noi per primi al mondo abbiamo fatto. Non sto difendendo Rousseau ma la tecnologia che noi possiamo usare e per cui dobbiamo ringraziare Casaleggio padre e Casaleggio figlio”. Ma pochi credono che l’invito alla tregua (per i maligni motivato anche dal fatto che tra i servizi resi da Rousseau c’è anche l’assistenza legale di cui Grillo ha bisogno ogni giorno) possa sortire qualche riappacificazione.

Scontro inevitabile

Lo scontro sul modello di governance e sulla leadership ormai è senza esclusione di colpi. I parlamentari, in larga parte insofferenti al ruolo di Casaleggio e di Rousseau, lo accusano di cercare lo strappo a cinque giorni dal voto senza preoccuparsi delle possibili ripercussioni. Altri osservato che “Casaleggio ha fretta di riprendere il controllo” magari con con una nuova leadership individuale, proprio per difendere “il sogno” del padre Gianroberto che mostra evidenti crepe dopo la fine, nei fatti, del limite del doppio mandato e anche il via libera alle alleanze locali.

Un quadro deteriorato che difficilmente potrà migliorare dopo il voto. E a quel punto non ci saranno più alibi per rinviare l’atteso chiarimento sulla leadership che Casaleggio vorrebbe unica (con Di Battista) e  Di Maio più estesa e collegiale sebbene eletta. E’ in questo quadro deteriorato che il M5s dovrà nelle prossime settimane convocare gli Stati Generali e sciogliere il nodo leadership. E linee guida per governare il Paese. E di cui c’è urgente bisogno, Non solo tra i 5 Stelle.

E Conte sposta l’asticella più in là

Tutti questi movimenti - a cominciare dai coltelli tra i denti che brillano nella coalizione dove Zingaretti non perde occasione per accusare M5s e Renzi di eventuali sconfitte - vengono osservati con terrore da palazzo Chigi. Conte ieri sera ha inviato “le linee guida del Recovery Plan” ai presidenti di Senato e Camera. Si spera che ci sia ben altro delle slide approvate una settimana fa dal Ciae. Nella lettera di accompagnamento chiede di poter relazionare all’aula. Poi fa un patto con gli italiani. “Se falliamo con il Recovery plan, mandateci a casa”. Nella sostanza, il 21 settembre, nel pomeriggio, quando saranno spogliate le schede di regionali e referendum non dovrà succedere nulla. Il governo dovrà essere giudicato solo in primavera, quando consegnerà i progetti a Bruxelles. Non una parola sul Mes su cui Zingaretti insiste. Facendo attenzione a non dare ultimatum.