[Il caso] Gregoretti, Salvini a processo ma forse no. La verità è che nulla è stato deciso. Il resto è solo propaganda

La decisione sarà presa il 17 febbraio quando l’aula del Senato voterà sul dossier con maggioranza assoluta e voto palese. Un mese di strappi. Evidente uso politico della giustizia.  E se il Pd temeva la passerella mediatica, alla fine il Capitano ha avuto a disposizione anche molto di più per far parlare di sé. E di immigrazione

Matteo Salvini (Ansa)
Matteo Salvini (Ansa)

Solo cabaret. Nient’altro che cabaret. Nulla di vero. Meno che mai di definitivo. Se non fosse che Sant’Ivo alla Sapienza è uno dei luoghi più affascinanti di Roma per via di quegli strani giochi di prospettive capolavoro del Borromini, non varrebbe la pena di perdere un secondo in attesa che la Giunta per le autorizzazioni - che di fianco a Sant’Ivo ha la sua sede - completi sul caso Gregoretti il suo percorso istruttorio di organismo istituzionale cui è affidato il delicatissimo ruolo di proteggere i senatori da eventuali incursioni della magistratura o abusi di altro genere.

Un “capolavoro” di propaganda e paradossi al cubo. A cominciare dall’esito di ieri: il voto espresso dalla Giunta - orfana delle maggioranze e telecomandato da Matteo Salvini che ha detto ai suoi “mandatemi a processo” per paura di restare “senza processo” dopo che lo ha paventato/invocato da oltre un mese - non vale nulla. Non decide nulla.

Passaggio intermedio

E’ solo un passaggio intermedio e come tale non definitivo. La vera decisione se mandare o meno a processo l’ex ministro Matteo Salvini (così come chiede il Tribunale dei ministri di Catania che lo accusa di sequestro di 131 naufraghi migranti costretti sulla nave militare italiana Gregoretti dal 27 al 31 luglio 2019) è stata in realtà rinviata al 17 febbraio prossimo. Quando l’affaire approderà finalmente nell’aula del Senato dove sarà messo in votazione con voto palese e quando, per negare l’autorizzazione richiesta dal Tribunale dei ministri, sarà necessaria la maggioranza assoluta dei componenti (161 voti). Ieri ne sono bastati 10 su 23 per gonfiare un trucco e lanciarlo in aria come un palloncino da campagna elettorale.

“Salvini a processo”

Occorre insistere su questo punto per i non addetti al Regolamento del Senato. La notizia secca è nota da ieri pomeriggio: alle 18 e 20 la Giunta delle Immunità del Senato ha dato il via libera al processo a Matteo Salvini per sequestro di persona di 131 migranti. La Giunta ha respinto la proposta del presidente Maurizio Gasparri di negare la richiesta di autorizzazione a procedere nei confronti dell’ex ministro dell’Interno perché, aveva spiegato Gasparri in sedici pagine di relazione, “l’allora ministro ha difeso e tutelato l’unico interesse supremo che è quello della nazione difendendo i confini dello Stato”. Contro la proposta di Gasparri (no al processo) , auspicata da tutte le opposizioni fino al giorno prima, hanno votato però i 5 senatori della Lega. A favore i 4 di FI e Alberto Balboni di FdI, coerenti con quanto detto nell’ultimo mese. In caso di pareggio, il regolamento del Senato fa prevalere i “no”. E così è andata. Con grande disappunto - possiamo immaginare - del presidente Maurizio Gasparri che ha inseguito la luna in cielo pur di votare ieri, cioè a una settimana dal voto per le regionali. Il punto è che il voto della Giunta è solo un passaggio intermedio spesso ribaltato nel voto in aula. Il voto di ieri, e questo si è sempre saputo, sarebbe stato solo un titolo e mai un fatto. 

Il senso giuridico

E, come tale, ribaltabile nell’appuntamento in aula (previsto il 17 febbraio ma deve essere ancora confermato) quando sarà presa la decisione vera e definitiva. Comunque il passaggio della Giunta è importante perché è l’organismo che può analizzare, studiare e approfondire le carte dell’inchiesta (inviate dal Tribunale dei ministri) fornire così ai colleghi l’orientamento necessario per il voto in aula. E’ importante quindi soffermarsi sul senso giuridico del voto della Giunta richiesto dal Tribunale dei ministri sulla base dell’ex articolo 96. “Al netto di tutte le tattiche possibili in Giunta e in Aula - ha spiegato il professor Stefano Ceccanti, costituzionalista, professore ordinario di Diritto pubblico e deputato del Pd - il senso giuridico del voto sulle autorizzazioni a procedere ex articolo 96 è quello chiarito puntualmente dalla legge costituzionale 1/1989.Vota No, per citare usare la legge, ‘chi pensa che l'inquisito abbia agito per la tutela di un interesse dello Stato costituzionalmente rilevante ovvero per il perseguimento di un preminente interesse pubblico nell'esercizio della funzione di Governo’. Vota Sì chi pensa che questi interessi non esistano e che quindi vi debba essere il processo”. I senatori leghisti hanno quindi affermato che Salvini “non ha agito per quegli alti motivi che avrebbero configurato una sorta di ragion di Stato”. Bensì per un interesse politico. Di parte. “Il diritto - sottolinea Ceccanti - dice questo. Poi la politica può cercare altre chiavi interpretative, ma, nel rispetto delle scelte di tutti e dei significati che si vorrebbero attribuire con la propria volontà, è difficile prescindere del tutto dai significati oggettivi propri di un atto.

I paradossi

Tutto quanto è successo in questo ultimo mese è una assurda sequenza di paradossi. I fatti risalgono a luglio 2019, governo giallo-verde in piena crisi tanto che in una settimana ci sarebbe stato il patatrac. La Gregoretti ha un precedente identico, quella della nave Diciotti accaduto nell’agosto 2018, in assenza - è bene precisarlo - dei decreti sicurezza di Salvini che, tra le altre cose, danno più poteri al ministro dell’Interno sulla gestione dei porti. Per quello che riguarda gli sbarchi. Per la Diciotti, il voto dei 5 Stelle, sdoganato da Rousseau, disse che Salvini non andava processato. Anzi, Di Maio e Conte, presentarono memorie per dire: “Se processate Salvini, siamo colpevoli anche noi”. E’ utile ricordare che all’epoca della Diciotti, Salvini cambiò idea all’improvviso (gli capita spesso, come vedremo): voleva a tutti i costi essere processato, aveva chiesto ai suoi il voto in tal senso; l’allora ministro Bongiorno, avvocato penalista, lo convinse però che non era una brillante idea e pochi giorni prima del voto in Giunta chiese di non essere processato.

Uso politico della giustizia

Il 18 dicembre 2019 arriva in Giunta al Senato la richiesta per i fatti della nave Gregoretti. Inattesi e non previsti, diventano da subito una straordinaria occasione mediatica in vista del voto delle regionali. Anche un bambino capisce che sul tema migranti, sparito meritoriamente dall’agenda politica, Salvini è sempre e in ogni caso in modalità vincente. Dunque, il buon senso avrebbe voluto che, per quanto il regolamento preveda il voto in Giunta entro un mese dall’incardinamento del fascicolo processuale, si fosse preso tempo rinviando, ad esempio, l’inizio della discussione a dopo la pausa natalizia invece che avviarla il 19 dicembre per poi tenerla ferma, in pratica, fino all’8 gennaio. Ma il presidente Gasparri (Fi) ha avuto fretta e, calendario alla mano, ha incardinato i lavori il 19 dicembre in modo di concluderli, come da regolamento, entro il mese successivo, cioè “entro la mezzanotte del 20 gennaio”.

Questo è l’errore capitale, da cui poi sono generati tutti gli altri. Una volta decise queste date, è chiaro che la vicenda Gregoretti non sarebbe stata più valutata in sé ma sarebbe diventata un caso paradigmatico di uso politico della giustizia. 

Il cambio di linea dei 5 Stelle

Anche perché i 5 Stelle dicono subito da che parte staranno. Senza neppur aspettare di leggere le famose carte, sempre invocate come discrimine per assumere decisioni importanti. “Voreremo a favore del processo - disse Di Maio - Il caso Gregoretti è diverso dalla Diciotti: all’epoca fu una decisione collegiale; sulla Gregoretti decise il ministro da solo, come del resto previsto dal decreto sicurezza n°2”. Posizione facilmente confutabile: il decreto parla comunque di atto collegiale tra Interno, Difesa e Infrastrutture e "una volta sentito il Presidente del Consiglio; così che non si può certo dire che il caso Gregoretti fosse ignoto alle cronache, quindi il silenzio del governo suonava come un assenso. Comunque, fatto sta che da allora si sono accavallati errori su errori. Paradossi su paradossi. Intorno alla fine dell’anno il Pd ha cominciato a far girare la voce che “era necessario rinviare il voto della Giunta a dopo le regionali. Altrimenti regaliamo una passerella mediatica a Salvini”. Mentre lo dicevano, il Capitano leghista aveva già avviato la gran cassa, da allora mai più spenta, anzi. La pausa parlamentare natalizia - dal 22 dicembre all’8 gennaio - ha convinto vieppiù che fosse necessario un rinvio per dare più tempo e scavallare la data delle regionali. “La decisione della Giunta potrebbe addirittura condizionare, in senso a noi negativo, il voto delle regionali” è stato il tam tan del Pd. Il fatto che il Senato avesse poi deciso (9 gennaio) di sospendere comunque i lavori dal 19 al 27 gennaio, era sembrata l’occasione perfetta per rinviare il voto della Giunta per quanto già votato dalla Giunta stessa.

Uno strappo dietro l’altro

Da allora è stato uno strappo dietro l’altro. Mentre Salvini, ovviamente, ringraziava che tutta Italia, i giornali e trasmissioni tv, parlassero gratuitamente di lui. Ha strappato Gasparri, più volte: quando ha fatto prevalere l’unicità della Giunta rispetto allo stesso Senato (“la Giunta lavora quando lo ritiene”); quando ha “ignorato” che due membri della maggioranza in Giunta erano assenti perché impegnati con la commissione antimafia e ha fatto votare lo stesso schierandosi in prima persona contro il rinvio del voto; ieri, nuovamente, quando comunque ha fatto esprimere la Giunta in assenza della maggioranza. Ha strappato la presidente Casellati, la seconda carica dello Stato che ha votato - fatto inedito e mai accaduto - insieme al centrodestra nella Giunta del Regolamento per impedire il rinvio del voto. Ha bluffato, come ad un tavolo da poker, Salvini che da un mese chiama “il popolo italiano in sua difesa nelle aule dei tribunali” e quando ha capito che il ruolo delle vittima stava per scappargli di mano non solo ha insistito per una decisione immediata ma ha anche ordinato ai suoi di mandarlo a processo. La maggioranza aveva provato, a sua volta, a confezionare una trappola: organizzare un piccolo Aventino, non andare in Giunta, far votare solo le opposizioni e così “salvare” Salvini dal processo. “Questa Giunta è illegittima” aveva messo le mani avanti il capogruppo del Pd Marcucci ieri pomeriggio prima della convocazione delle 17. “Il presidente Gasparri ci ha persino negato gli approfondimenti per capire bene come sono andati i fatti”. Davide Faraone (IV) ha bocciato “questa inutile messa in scena in cui Salvini ottiene di apparire, apparire e apparire”. De Petris (Leu) auspica che la Lega “sarà così corrente da votare a favore del processo anche in aula, quando sarà assunta la vera decisione”.

Il contrordine compagni di Salvini

Hanno giocato per giorni al gatto col topo. Ancora non è chiaro chi sia l’uno o l’altro. Fatto sta che domenica, quando Salvini ha capito che Pd e soci di maggioranza avrebbero disertato la riunione di giunta di ieri, ha fatto appello ai suoi: “Quei vigliacchi del Pd non si vogliono neppure presentare, vogliono darmi del delinquente ma dopo il voto. Allora sapete che c’è: saranno i miei senatori a mandarmi a processo”. E così è andata ieri. “Casellati e Gasparri hanno avuto il loro piccolo risultato”  chiosava ieri Marcucci (Pd). Di Maio notava la parabola di Salvini “dal sovranismo al vittimismo”. Il Capitano s’è lanciato pure in citazioni di Guareschi: “Ci sono momenti in cui per arrivare alla libertà bisogna passare dalla prigione…”. Così, già che c’era, ha dato ordine ai suoi senatori di votare per il processo anche in aula. Perché il voto di ieri, per come sono andate le cose, è solo propaganda. E non conta nulla.