I Grandi elettori della Gara al Quirinale. Chi sono, quanti sono, come sono divisi, per chi potrebbero votare…

Il "gioco del Colle" angoscia i parlamentari

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“Ma se Draghi va al Colle, quale governo potrebbe succedergli per continuare comunque la legislatura, altrimenti rischiamo di votare subito e di perdere la nostra agognata onorevole pensione? E se Mattarella non concede bis, come ha detto, non è che, alla fine, poi, se lo preghiamo, accetta? E se Silvio Berlusconi insiste, magari può farcela per davvero? Forse allora ci conviene votarlo? E se, a un certo punto, spunta Giuliano Amato chi ci assicura che non ci scioglie le Camere? E una donna? Eh, una donna? Meglio se manovrabile. Ma chi? Casellati? Cartabia? Severino?” si chiede, tra l’impaurito e il depresso, il parlamentare peone di Montecitorio.

Il ‘toto-nomi’, sul Quirinale, impazza e, nel Transatlantico di Montecitorio, tornato al suo antico splendore, non si parla d’altro. Un gioco a incastro di difficile, difficilissima, soluzione, che un po’ delizia e un po’ angoscia i parlamentari, specialmente i tanto, troppo, vituperati peones, ma che fa anche riempire paginate sui giornali.

Solo che, di questo passo, stancherà molto presto gli italiani, forse quanto una Nazionale di calcio ormai esangue che cerca, disperatamente, da ormai otto anni, di qualificarsi ai Mondiali, e non si riesce (ci mancava l’umiliazione dei play off).

Cerchiamo di mettere in fila le poche certezze: Grandi elettori, catafalco e insalatiera…

Urge, allora, prima ancora che dedicarsi a ‘sfogliare la margherita’ (la Corsa al Colle) e i suoi tanti petali (i nomi quirinabili) stabilire alcune certezze. Quelle che riguardano i numeri. Il guaio è che pure questi, a loro volta, rischiano di essere assai opinabili. Quanti sono gli iscritti al Misto? Quali gruppi voteranno, di sicuro, con il centrodestra e/o con il centrosinistra? Quanti sono i Grandi elettori (ecco, neppure questo è certo), con quel nome altisonante che ricorda i loro antichi omonimi che dovevano eleggere, a ogni morte di sovrano, l’Imperatore del Sacro Romano Impero (okkio, era quello tedesco…).

La sola cosa impossibile da scoprire, a oggi, e fino a quando le schede non saranno depositate nell’urna (la famosa ‘insalatiera’), dopo essere passati nell’altrettanto famoso ‘catafalco’ (la cabina coperta da drappi per garantire la segretezza del voto, lontani da occhi indiscreti), è quanti saranno gli ormai arcinoti franchi tiratori. Quelli, fin quando le schede non verranno estratte dall’urna, contate e lette dal presidente di turno, che li leggerà col consueto distacco istituzionale (“Draghi”, “Draghi”, “Mattarella”, “Berlusconi”, “bianca”, “nulla”, etc) davvero è impossibile dire. Passiamo, dunque, al nostro ‘Hill for dummies’.

Quando e dove si vota

Il mandato di Sergio Mattarella scade il 3 febbraio 2022. Per quella data, il nuovo Capo dello Stato ‘deve’ essere in carica (il pacchetto comprende elezione e giuramento), anche se – causa il protrarsi delle votazioni (record: 23, per eleggere Giovanni Leone nel 1971) – è successo che il Presidente uscente e quello subentrante si accavallassero.

La ‘letterina’ di convocazione la invia ai Grandi elettori il presidente della Camera, Roberto Fico, perché è Montecitorio la ‘sede’ delle votazioni, già dalla prima elezione (Einaudi, 1948). Insomma, il presidente della Camera, per una volta, ‘conta’ di più quello del Senato, che è, per tutto il resto, la seconda carica dello Stato (e capo dello Stato ‘supplente’ quando il titolare manca), ma si limiterà a ‘coadiuvarlo’ nelle operazioni. Da ricordare che, per prassi, i presidenti delle due Camere non votano, ma non vi è una regola che vieta loro di farlo. Ergo, è improprio ‘toglierli’ dal plenum che scenderebbe a 1005: ci sono e contano, possono votare come gli altri.

La ‘letterina’ di Fico partirà – forse, non è sicuro - già sotto a Natale, al massimo alla Befana, e avrà una scadenza di venti giorni. Al massimo per il 20 gennaio, la ‘rumba’ dovrebbe cominciare.

Come si vota

Riaperto il Transatlantico, che sarà sommerso dal numero (assai notevole) di Grandi elettori (vedremo quanti dopo), cui si sommeranno i tanti giornalisti, gli addetti stampa, i funzionari di Palazzo, gli ex parlamentari, ma anche le maestranze (troupe radio-tv, operai, etc.) e senza dimenticare i commessi di Montecitorio, la Camera dei Deputati sarà piena come un uovo, come la metropolitana nell’ora di punta.

Ma, dentro l’Aula, potranno entrare solo i Grandi elettori che voteranno su schede bianche, prima sigillate e poi aperte, apponendo la loro scheda nell’insalatiera, dopo esser passati nel catafalco. Il voto è segreto, ovviamente. Serve una maggioranza di 2/3 dei Grandi elettori nei primi tre scrutini, la maggioranza assoluta degli stessi dal IV scrutinio in poi. Da ricordare che i vari presidenti sono stati eletti in entrambi i modi.

Chi vota

Votano, appunto, i Grandi elettori. Secondo il dettato costituzionale sono, nel teorico plenum delle tre platee, i 945 parlamentari (630 deputati e 315 senatori elettivi), i senatori a vita (dipende dal numero, oggi in numero di sei), 58 delegati espressi dalle Regioni (tre a testa, tranne la Valle d’Aosta, che ne ha uno). E già qui, però, i conti si complicano maledettamente.

Il totale farebbe 1009 (945+6+58), ma c’è un ‘ma’. Infatti, il plenum attuale dei Grandi elettori è solo di 1007, cioè due in meno del teorico quorum previsto. Diventa, quindi, di 1007, dato dalla somma di 943 (629+314) parlamentari, sei senatori a vita e 58 delegati regionali (= 1007).

Perché i Grandi elettori sono 1007 e non 1009

Ma perché? Perché mancano ben due seggi, detti, in parlamentarese, seggi ‘vacanti’. Il primo è un seggio della Camera: quello uninominale di Roma 1, che elesse Roberto Gualtieri, diventato sindaco di Roma, e che non si farà in tempo a rinnovare con elezioni suppletive, come prevede la legge elettorale vigente, il Rosatellum, mentre invece proprio la Camera ha ‘riempito’ due seggi a loro volta vacanti: Siena (ex seggio di Padoan, Pd) e Roma-Primavalle (ex di una M5s) vinti, rispettivamente, da due esponenti del Pd: uno è il segretario, Enrico Letta, e uno un altro dem, il giovane Andrea Casu (il Pd, quindi, ha un saldo attivo di due seggi guadagnati in un amen).

Il secondo seggio è al Senato ed è quello di Paolo Saviane (Lega), bellunese, deceduto ad agosto scorso. Il seggio di Saviane non è stato ancora ‘riempito’, invece: non per inerzia del Senato, ma per un problema procedurale: eletto in Veneto, nella parte proporzionale, la Lega ha ‘esaurito’ gli eletti e – spiegano dal Senato – “si è aperto un problema procedurale, la Lega ha esaurito i suoi eletti e pescarne un altro da un'altra circoscrizione non è semplice”, anche se alla Camera, invece, fu fatto. In ogni caso, dicono sempre dal Senato, “entro la data dell’elezione del Presidente della Repubblica dovremmo riuscire a risolvere il problema”. Meglio, però, andare sul sicuro e ‘contare’ 1007 grandi elettori, non uno di più.

E’ evidente, però, che, a questo punto, cambiano i quorum per l’elezione che diventano questi: 672 il quorum per le prime tre votazioni (maggioranza dei due terzi) e 504 dal IV scrutinio in poi (maggioranza assoluta), mentre su un plenum di 1009 Grandi elettori i quorum sarebbero stati, rispettivamente, di 674 e 506. Direte, cosa cambia, per due voti? Cambia, cambia, specie in votazioni giocate sul filo…

Il numero dei delegati regionali e i sindaci

Quello che, invece, ‘non’ cambia, è il numero dei delegati regionali: 58 sono e 58 resteranno. Infatti, anche se passasse il ‘grido di dolore’ che si leva dai sindaci italiani, presidente dell’Anci, Antonio Decaro, in testa a tutti, seguono gli altri (Nardella di Firenze, Ricci di Pesato, tutti dem), i quali chiedono di avere un loro rappresentante per ogni regione (le città più importanti e capoluogo), è chiaro che, anche se la proposta passasse (ed è lecito dubitarne, tranne che in alcune regioni come l’Emilia-Romagna, dove Bonaccini promette che cederà un posto, a costo sia il suo), il numero di tre per regione resterà invariato.

Viene, di solito, così ripartito: il governatore, il presidente del consiglio regionale, un consigliere regionale scelto tra le forze di opposizione, ma saranno i consigli regionali a votare e decidere. I delegati regionali non sono ancora stati eletti, in tutte le regioni, ma sono in via di definizione e, basandosi su chi ha vinto le elezioni regionali, saranno 33 al centrodestra, 25 al centrosinistra.

I rapporti di forza nei gruppi parlamentari

Prima suddividere i diversi gruppi parlamentari per schieramento e area, va ricordato che il partito che ha vinto le elezioni politiche nel 2018 è il M5s (33% alla Camera): a inizio legislatura i parlamentari M5s erano 338 e ora sono rimasti, tra cambi di casacche e nuovi gruppi, solo 233 (-105). Un gran numero di eletti che non risponderà alle indicazioni del partito…

Ecco i rapporti di forza delle varie forze politiche

CENTRODESTRA (450)

Può contare su 450 grandi elettori che fanno riferimento ai partiti oggi presenti dentro la coalizione: 196 sono della Lega (133 deputati e 63 senatori, sarebbero 64, ma manca, come detto in precedenza, il seggio di Saviane, deceduto e a oggi non ancora sostituito), 127 di FI (77 e 50), 58 di FdI (37 e 21), 31 di Coraggio Italia-Cambiamo-Idea (24+7), 5 di Noi con l'Italia-Rinascimento italiano-Adc, ai quali si aggiungono i 33 delegati regionali.

CENTROSINISTRA CON M5S (420)

Può contare su 420 voti se si esclude Iv, su 463 se si conteggia anche Renzi (43 grandi elettori). Infatti, il Pd conta 132 grandi elettori (in teoria 94 deputati e 38 senatori, ma i deputati sono 93 perché Gualtieri, diventato sindaco di Roma, ha lasciato il suo seggio vacante e non sarà sostituito in tempo per il voto per il Colle), M5s ne ha 233 (159 deputati e 74 senatori), Leu 18 (12 e 6), Azione-+Europa 5 (3 e 2), mentre Centro democratico di Bruno Tabacci ha 6 deputati. Questo blocco, cui si aggiungono i 25 delegati regionali, più Gianclaudio Bressa, iscritto al gruppo delle Autonomie ma eletto con il Pd, arriva solo a quota 420. Quota che salirebbe a 463 se Italia Viva (27 deputati e 16 senatori) di Matteo Renzi, con i suoi 43 elettori, sostenesse il candidato di centrosinistra. Il che, francamente, non sembra proprio possa essere, stavolta…

SENATORI A VITA (6)

Per questa elezione del presidente della Repubblica i senatori sono 6: Giorgio Napolitano, Mario Monti, Liliana Segre, Elena Cattaneo, Renzo Piano, Carlo Rubbia. Nb. Giorgio Napolitano non è detto che sia presente, per ragioni legate al suo stato di salute, ma va comunque conteggiato. Due senatori a vita su sei (Piano e Rubbia) non risultano iscritti ad alcuna componente, al Senato, mentre gli altri 4 sono così divisi: due iscritti al gruppo Autonomie (Napolitano e Cattaneo) e due al Misto (Monti e Segre).

AUTONOMIE (12)

Il gruppo delle Autonomie-Minoranze linguistiche conta, in pratica, solo su 9 Grandi elettori (4 deputati e 8 senatori) ma dentro questo gruppo, a Palazzo Madama, risultano iscritti anche Gianclaudio Bressa (Pd) e Pier Ferdinando Casini (Centristi per l'Europa), che votano con il Pd, e i senatori a vita Elena Cattaneo e Giorgio Napolitano. Ergo, vanno conteggiati solo in numero di 10.

MAIE-Psi-Facciamo Eco (9)

I rappresentanti degli italiani all’esterno sono, tecnicamente, solo 6 (due senatori: Carlo e Merlo e 4 deputati: Borghese, Fusacchia, Cecconi e Longo), ma alla Camere il gruppo si è unito a Psi-Facciamo Eco e sono diventati nove, grazie gli ex M5s Fioramonti e Tasso (Facciamo Eco) e della ex deputata di LeU, Rossella Muroni, mentre Longo rappresenta ‘anche’ il Psi.

GRUPPO MISTO (113)

In questa legislatura il gruppo Misto della Camera (66 deputati) come del Senato (47 senatori) è lievitato e mutato a secondo della nascita di nuove e sempre diverse componenti e, oggi, rappresenta il quarto gruppo per ordine di importanza, nelle due Camere.

Al suo interno, c’è di tutto e di più. Il gruppo più nutrito è la pattuglia ex M5s di “Alternativa C'è” (ex grillini area Di Battista) che conta su 14 grandi elettori (10 deputati e 4 senatori), Azione-+Europa-Radicali (5: 3+2), Centro Democratico (6 deputati, zero senatori), Maie-Psi-Facciamo Eco (9: 7 deputati e 2 senatori), Noi con l'Italia (5 deputati, che andrebbero conteggiati, però, dentro il centrodestra).

Nel Gruppo Misto, ma al Senato, compare poi anche LeU (6) e tanti fuoriusciti M5s, al Senato (22), come alla Camera (26), sono non iscritti a nessuna componente. Infine, a Palazzo Madama siedono nel gruppo Misto anche i 3 ex 5s ora dentro Italexit (fondato da Paragone) e 1 ex 5s, ora Potere al Popolo, un altro (ora Pc di Rizzo).

I ‘cani sciolti’ e i centristi. Il ‘pacchetto’ di mischia del Misto vale 100 voti, il centro 80…

Un ‘tesoretto’ di oltre 100 voti, dunque, che centrodestra e centrosinistra devono ambire ad accaparrarsi per poter blindare il proprio nome da eleggere al Colle. Invece, i grandi elettori dei partiti che fanno riferimento all'area di centro, tra Camera e Senato, sono più di un’ottantina e si candidano a diventare l'ago della bilancia della partita per il Quirinale. Ma non sono gli unici ‘attenzionati’ dai due schieramenti: preoccupano, infatti, i cosiddetti ‘cani sciolti’, ovvero i deputati e senatori del gruppo Misto e, in particolare, i parlamentari non iscritti ad alcuna componente.

Il loro ‘peso’ si aggira attorno a un'altra ottantina di voti. Voti definiti ‘ingovernabili’, in quanto si tratta di parlamentari, per la maggior parte fuoriusciti o espulsi dal Movimento 5 stelle, nel corso della legislatura, che non rispondono a logiche partitiche o a linee dettate dai leader. Insomma, un pacchetto di voti di difficile gestione e dalle scelte assai imprevedibili.

Il pallottoliere, in ogni caso, parla chiaro: nelle prime tre votazioni per eleggere il nuovo presidente della Repubblica occorre la maggioranza dei due terzi degli aventi diritto al voto, 1.007 grandi elettori, pari a 671 voti, mentre solo dal IV scrutinio ne bastano 504 voti. Solo chi li avrà potrà dire di aver fatto ‘bingo’.