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La premonizione di Puccini, eredità contesa come in una sua Opera

Quale migliore dramma di una lotta violenta per disputarsi un’eredità tra ventidue nipoti, maggiordomi, figli naturali e figli illegittimi? Un testo perfetto

Antonio Mennadi Antonio Menna   
Giacomo Puccini
Giacomo Puccini

Potesse tornare in vita ne farebbe nuova materia della sua inesauribile passione, l'Opera musicale dentro il teatro, la melodia che guardava sempre al pubblico, alla magnificenza, alla messa in scena, al libretto, alla tensione tra personaggi, a quell'incrocio da palcoscenico tra musica e narrazione, con la narrazione importante quanto la composizione. Quale migliore dramma di una lotta violenta per disputarsi un’eredità tra ventidue nipoti, maggiordomi, figli naturali e figli illegittimi? Un testo perfetto.

Un patrimonio milionario

Invece, il povero Giacomo Puccini, questa volta, non può batterci nemmeno una nota su quell'opera buffa che si trascina ormai da decenni sul suo patrimonio, e che ha visto di recente una nuova puntata, forse non l'ultima ma sicuramente significativa con l'annullamento del secondo testamento dell'ultimo dei fantasiosi eredi del grande compositore, che rimette a sua volta in gioco altre ventidue persone, accorse a disputarsi un patrimonio di diversi milioni di euro.

Un solo figlio

Per capirci davvero qualcosa in questo libretto operistico che più vero non si può bisogna cominciare dal principio, che poi è la fine di Giacomo Puccini. Il compositore, nato a Lucca nel 1858, muore a Bruxelles, per infarto successivo ad un intervento chirurgico, nel 1924. Lascia l'amata (e tradita) moglie Elvira Bonturi e il loro unico figlio, Antonio. Dopo qualche anno muore anche la donna, e Antonio eredita tutto. Ben presto, alla testa di un patrimonio del valore di oltre 120 miliardi di lire, si sposa. La fortunata si chiama Rita Dell'Anna.

La moglie erede universale

Il figlio di Giacomo Puccini e Rita non hanno bambini. Vivono d'amore e d'accordo fino a quando, piuttosto presto, nel 1946, Antonio non si ammala e muore. Sul letto di morte, nomina la moglie erede universale. Rita Dell'Anna porta a casa così una vera fortuna, che preserva con cura. Si ritira a vivere da sola a Montecarlo, e amministra i beni Puccini senza sperperi.

La figlia segreta

Nel 1973, il primo colpo di scena. Spunta una figlia segreta di Antonio Puccini, nata fuori dal matrimonio. Si chiama Simonetta e grazie a una causa civile, viene autorizzata a utilizzare il cognome Puccini e viene associata all'eredità universale. Con un accordo, le viene attribuito un vitalizio, poi ottiene il diritto a un terzo del patrimonio.

Il fratello di lei

Nel 1979, Rita Dell'Anna, nuora del grande compositore, vedova di Antonio Puccini, muore. Non ha figli. Tutto il suo patrimonio - accumulato dal compositore in anni di lavoro in tutto il mondo - passa al fratello di lei, un certo Livio Dell'Anna. Un uomo che si fa chiamare barone, che viaggia con auto di lusso, che vive con un maggiordomo di nome Pasquale Belladonna. Al "barone" arrivano pezzi consistenti dell'eredità, che però gli viene contesa anche dalle istituzioni pubbliche e da una Fondazione a cui la vedova Puccini aveva fatto delle donazioni.

La querelle giudiziaria

Comincia così il primo capitolo della lunga querelle giudiziaria. La casa natale del compositore passa alla Fondazione e diventa museo, lo stesso avviene per un'altra storica villa. In eredità restano altri beni. Il "barone", intanto, muore e non avendo eredi, lascia tutto al maggiordomo Belladonna, che si vede così gratificato di un lascito di milioni di euro in contanti e titoli, case tra Montecarlo e Milano, quadri d'autore appartenuti a Giacomo Puccini.

I testamenti del maggiordomo

Anche i maggiordomi muoiono, però, e lo sa bene Belladonna che - non avendo figli - decide di fare un testamento. Tutto deve andare in parti uguali ai suoi ventidue nipoti, dove ci sono casalinghe di Caserta e assicuratori napoletani, gente comune. Tempo qualche anno, però, e cambia la scena. Quel testamento viene rinnegato e ne spunta un altro. Il maggiordono del fratello della moglie del figlio (che rompicapo!) del compositore Puccini, che tanto aveva lavorato per mettere insieme una fortuna, decide di lasciare ogni cosa a uno solo dei nipoti, Cesareo.

La rivolta dei nipoti

Apriti cielo! A uno tutto, a tutti gli altri niente. Non va bene. Comincia così la guerra giudiziaria tutta interna ai nipoti campani del maggiordomo del fratello della moglie del figlio del povero, grande Giacomo Puccini, che se solo avesse immaginato si sarebbe speso fino all'ultima lira. Il Tribunale di Milano, la Quarta sezione civile, con un provvedimento a sorpresa, dà ragione alla batteria di parenti alla lontana e annulla il testamento del maggiordomo. Contrordine, quindi: si torna a dividere tutto in parti uguali. Sempre che il nipote prediletto non proponga ricorso in appello e che non decida di portare l'opera buffa al nuovo atto.

La premonizione

Una messa in scena che rischia di diventare interminabile e lirica, forse proprio come nella storia di Gianni Schicchi. E chi è questo qui, adesso? Niente paura. Non è un altro maggiordomo del maggiordomo del figlio della moglie, eccetera. Non è neppure uno dei nipoti campani. Non è un figlio segreto. E' il nome di un personaggio di un'opera di successo con musica di Giacomo Puccini, ispirata ad un canto dantesco dell'Inferno. Fu composta nel 1917 e rappresentata per la prima volta nel 1918 al Metropolitan di New York. Di cosa parla il libretto di Gianni Schicchi. Di un ricco mercante fiorentino che in punto di morte fa testamento e invece di lasciare tutto ai parenti, dona ogni cosa al vicino convento. I familiari disperati chiamano Schicchi, uno sbrigafaccende, e gli chiedono aiuto. Lui studia, riflette, poi escogita un sistema. L'eredità non va più al convento, è recuperata. Evviva. Ma la prende tutta lui, beffando la famiglia.
Quasi una premonizione, per il grande Puccini.

Antonio Mennadi Antonio Menna   
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