G20, Draghi non trova un nuovo bazooka per l’ambiente. Ma mette d’accordo i Grandi della terra

Su metodo e obiettivi.  E questo non era affatto scontato fino alle ultime ore del vertice. Negli accordi finali non c’è la data per la fine delle emissioni. Però tutti i paesi, anche Russia e Cina, hanno finalmente condiviso l’emergenza climatica e i metodi per combatterla. Cioè basta carbone e metano.  Oggi Glasgow. Poi il ritorno all’agenda italiana. Anche Salvini e Meloni plaudono al G20 di Draghi

Mario Draghi alla conferenza stampa finale del G20 di Roma (Ansa)
Mario Draghi alla conferenza stampa finale del G20 di Roma (Ansa)

C’è la versione ufficiale che parla di “accordi straordinari e centralità dell’Italia e della leadership di Mario Draghi”. E c’è la versione ufficiosa - “un G20 incapace di scelte coraggiose” - , quella che tutti pensano ma nessuno dice per timore di sciupare quello che è un oggettivo ottimo lavoro del presidente Draghi che ha riportato i Grandi della terra in presenza e della moglie Serenella - vera star della tre giorni romana - che ha fatto loro gli onori di casa nella città più bella del mondo.

I vertici internazionali raramente consegnano risultati tangibili ed eccezionali su cui misurare successi e sconfitte. Le considerazioni finali, con annessi comunicati, sono esercizi lessicali dove si fa lo slalom tra il detto e il non detto. Ed è altresì evidente a tutti che nessuno avrebbe potuto mettere sul tavolo del vertice soluzioni immediate alle tre P cuore del vertice - planet, prosperity, pandemia -. Come è evidente che Draghi stavolta non ha impugnato bazooka né sibilato il “whatever it takes. And believe me: it will be enough”. Non può esistere un bazooka per questioni come le P. E’ stato però un vertice che “ha tenuto vivi i nostri sogni” come ha detto lo stesso Draghi che ha subito ricordato, memore dei “bla-bla-bla e zio fatti” diventati il grido di battaglia degli attivisti dei Friday’s 4 future: “La strada giusta è stata imboccata e soprattutto condivisa da tutti i Paesi. Vi assicuro che non era né facile né scontato. La verità è che dopo la conferenza di Parigi nel 2015 poi pochi avevano dato seguito o riconosciuto l’agenda indicata. E, per quello che riguarda le emissioni e l’inquinamento, dopo la pandemia in nome della ripresa siano tornati peggio di prima. Ora ricordiamoci che saremo valutati per quello che faremo e non per quello che diciamo”. 

“Entro la metà del secolo”

“Lascio Roma senza che le mie speranze siano state soddisfatte. Ma almeno, non sono state sepolte” ha tuittato a metà pomeriggio il segretario generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres che oggi porta i dossier discussi al G20 a Glasgow dove iniziano le due settimane della Cop26. “Da qui dobbiamo subito ripartire” dice indicando negli accordi finali del G20 un punto di partenza. 

Cominciamo allora a vedere cosa c’è nelle conclusioni finali. La “P” di planet intesa come difesa e cura del pianeta dai cambiamenti climatici è stata il cuore del vertice. C’è l'impegno a mantenere il riscaldamento globale sotto 1,5 gradi e il riconoscimento che è “scientificamente dimostrata la necessità di intervenire” contro le emissioni inquinanti, la produzione di carbone e l’uso di metano, tra i primi killer del nostro equilibrio climatico. Ma dalla bozza finale scompare la deadline del 2050 per un mondo a zero emissioni sostituita da un più generico “entro o attorno” metà secolo. Draghi lo rivendica comunque come “un successo” che “getta le basi per una ripresa più equa” ricordando che negli accordi di Parigi non c’era alcun tipo di scadenza, né vaga né precisa.

La trattativa per arrivare al comunicato finale è stata lunga e difficile e non è riuscita a mettere tutti d'accordo. Dopo aver sfilato la data del 2050 e scritto quella più generica di “mezzo secolo”, gli sherpa, che hanno lavorato alla Nuvola tutta la notte, hanno dovuto inserire anche quel “around” che sta per “attorno a mezzo secolo”. Neppure questo è bastato a calmare gli animi. Il documento è stato chiuso e a questo puntava Draghi. Ma ancora ieri in mattinata, mentre gli sherpa concludevano una maratona di negoziati lunga un'intera notte, il presidente del Consiglio italiano ammoniva i leader che i passi compiuti erano “insufficienti” per evitare “una catastrofe”: "O agiamo ora o rischiamo di fallire. Vinciamo o falliamo insieme” rilanciando l’arma del multilateralismo.

Bicchiere mezzo pieno

Il premier italiano tiene la conferenza stampa tra gli ultimi. I concetti chiave sono già espressi nella Dichiarazione finale. Il blocco delle 20 potenze mondiali continua la stessa divisione: buona compattezza tra i paesi europei (anche se poi la Germania negli ultimi anni ha snobbato ogni indicazione della Conferenza di Parigi); indisponibilità dei paesi del blocco dell’est, Russia e Cina, e anche gli eterni emergenti tra cui l’India. Occorreva quindi prima di tutto affrontare questo punto.  “La cosa che l’Italia ha fatto di più in questi due giorni è stato capire il punto di vista degli altri. I paesi in via di sviluppo ci dicono: ‘Voi avete inquinato un sacco nei decenni precedenti perciò ora siamo in questo caos. Quando voi inquinavate, noi emettevamo zero emissioni perché eravamo poveri. Ora non potete puntare il dito contro di noi’. Ecco, se si entra in questo clima di lotta, non andiamo da nessuna parte: dobbiamo invece ascoltare e mantenere l’ambizione, condividerla con loro”. E questo il premier italiano è convinto di aver fatto con l’unica arma oggi possibile per affrontare i guai del mondo: il multilateralismo, affrontare insieme i problemi e le emergenze di ogni natura possano essere. Non certo e non solo in questi due giorni ma in un costante lavoro diplomatico svolto spesso in prima persona in questi nove mesi a palazzo Chigi. Non è un caso che tutti i leader abbiano ufficialmente ringraziato Draghi e l’Italia. Per l’organizzazione, per gli eventi offerti - ieri anche il lancio della monetina alla Fontana di Trevi con una speciale moneta da 1 euro ma il top sono stati Colosseo, Cappella Sistina e cena al Quirinale - ma soprattutto per i temi inseriti in agenda: oltre alla salute del pianeta, la lotta alla pandemia e alle disuguaglianze in nome di una maggiore prosperità.   Angela Merkel ha detto che i leader riuniti nella Nuvola di Fuksas sono stati “ancora più ambiziosi” di quando si riunirono nella capitale francese nel 2015.

Più scettico l’inglese Boris Johnson preoccupato per il vertice di Glasgow: 1,5 gradi resta “in bilico”; “gravissima” l’assenza di Putin e Xi Jinping; e “se la CoP26 di Glasgow fallisce, sarà un fallimento per tutto il mondo. Ricordiamoci che fine ha fatto il grande impero romano “.

Le resistenze di Cina e Russia. E anche l’India

Molto duro invece il ministro degli Esteri russo Serghiei Lavrov, a Roma nelle veci di Putin. “Il 2050 non è un numero magico - ha detto - se questa è l'ambizione dell'Ue, altri Paesi hanno altre ambizioni” ribadendo quindi che la dead line russa per emissioni zero è il 2060. Ma anche questo non è scritto. Il presidente cinese Xi Jinping si è appellato al principio delle “responsabilità comuni ma differenziate” che compare nel comunicato finale del vertice. Anche Xi punta al 2060. Cina e Russia prima di tutto. India a seguire. Ora però da Pechino, ad esempio, Draghi si aspettava “un atteggiamento più rigido” e, invece, il dialogo è stato possibile, “abbiano sentito la disponibilità ad incamminarci verso gli stessi obiettivi. Gradualmente arriveremo al 2050”.  Il presidente Usa Joe Biden è stato ancora più rassicurante: “Arriveremo a emissioni zero nel 2050.Non passeremo alle energie rinnovabili dal giorno alla notte, intanto smetteremo di finanziare il carbone”.

La finanza climatica

Alla fine l'accordo, sancito dagli applausi degli sherpa e sospeso all'ultimo da un supplemento di riflessione della Turchia, costa un bilanciamento tra gli obiettivi sul clima e i fondi alle economie emergenti, ad esempio con i 650 miliardi dell'Fmi dai diritti speciali di prelievo. Per indurre un colosso dell'acciaio come la Cina ad abbandonare il carbone viene garantito che a “qualunque progresso rispetto al passato” si accompagna “la promessa di aiuto da parte dei Paesi più ricchi”. L'Italia triplica il suo contributo al fondo per il clima destinato ai Paesi più poveri (la cosiddetta finanza climatica), con 1,4 miliardi di dollari l'anno per cinque anni. Non ottiene che tutti gli altri facciano altrettanto e dunque il fondo resta da 100 miliardi l'anno (obiettivo non ancora rispettato). Questa la strategia del premier Draghi e del G20 a guida italiano. Le “ambizioni”sono finalmente condivise, la “velocità di azione” molto meno. Ma fanno ben sperare non solo una nuova sensibilità climatica dell'opinione pubblica cinese, ma anche la disponibilità del settore privato a mettere a disposizione “centinaia di trilioni di dollari”.

I vaccini e la lotta alla pandemia, gli altri obiettivi 

Quanto a vaccini e Global minimum tax, l'Italia ritiene di aver raggiunto impegni “storici”: “Abbiamo gettato le basi per una ripresa più equa”. Il 40 per cento della popolazione mondiale sarà vaccinato entro il 2021, il 70 per cento entro il 2022.  “Se iniziamo a litigare non andiamo da nessuna parte” ha detto Draghi in conferenza stampa ricordando quell’articolo del New York Times in cui Cina e Russia “fight-fight, talk-talk”, combattono e combattono, ma poi parlano, parlano.

E’ stato un successo, anche per Meloni e Salvini

Mario Draghi porta a casa un indiscutibile successo, personale, politico, pesato in termini di carisma e leadership.  Una giornalista inglese gli ha chiesto se si senta il vero leader del multilateralismo. “No” ha tagliato corto Draghi. Vince Draghi ma soprattutto l’Italia che ha ritrovato in questi mesi una indiscussa centralità.  E il mondo si sta lasciando alle spalle l’era del protezionismo. Leggi anche nazionalismi/sovranismi. Come dimostra la fine dei dazi sull’acciaio tra Usa e Ue, retaggio ancora dell’era Trump.  “I risultati di oggi potevano essere raggiunti solo in un contesto multilaterale” ha concluso il premier italiano mixando soddisfazione e realismo.

Un successo riconosciuto persino da Matteo Salvini, “complimenti per la gestione del G20, con Mario Draghi l’Italia ha ritrovato autorevolezza e prestigio internazionale”. Tra qualche distinguo anche Giorgia Meloni deve cedere ai dai di fatto. Oggi Draghi porta a Glasgow il suo “libro dei sogni da realizzare”. Poi comincerà la partita decisiva: per lui, il Quirinale, il paese.