“Questo o quello pari (non) sono”. Il Fronte del Sì e il Fronte del No al referendum sul taglio dei parlamentari.

La presa di posizione di Prodi gonfia le vele del No

“Questo o quello pari (non) sono”. Il Fronte del Sì e il Fronte del No al referendum sul taglio dei parlamentari.

Con la netta presa di posizione dell’ex premier e fondatore dell’Ulivo, Romano Prodi, via un editoriale pubblicato ieri sul quotidiano Il Messaggero cui il Professore collabora, il ‘Fronte del No’ al referendum costituzionale sul taglio del numero dei parlamentari che si terrà il 20/21 settembre incassa un bel colpo mediatico e politico, specie a sinistra. Poter esibire, nel proprio campo e sotto i propri colori, il nome dell’architetto (e ingegnere) delle migliori stagioni di governo nel campo del centrosinistra fa sempre bella figura. Ovviamente, gli scatenati sostenitori del No al referendum esultano e twittano felici, di fronte alla notizia, rinfrancati da sondaggi che danno le percentuali del No in discreta salita, anche se assai lungi dal poter ribaltare il risultato. Insomma, è difficile che i No al referendum perdano 80 a 20, come poteva apparire all’inizio della campagna. Perdere 70 a 30 sarebbe magra consolazione, ma 60 a 40 per il Fronte del No equivarrebbe a un mezzo successo da rivendicare e sventolare con orgoglio. Ma chi si potrebbe e si potrà intestare davvero intestare una vittoria, tra i partiti che sostengono, in modi diversi, le ragioni del Sì e del No?

Chi si potrebbe intestare la vittoria e chi la sconfitta?

Qui il ragionamento si fa più complesso perché i due Fronti rappresentano, più che partiti interi, pezzi di schieramenti politici trasversali a ognuno di esso, ognuno con le sue gradazioni, i suoi colori, il suo contributo più o meno deciso alla battaglia. Si dice spesso che il Fronte del No equivale a una ‘Armata Brancaleone’ priva di capi e zeppa di ogni genere di armigeri, il che è anche vero. Ma anche il Fronte del Sì mette insieme, e in modo radicale, gli opposti. Intestarsi la vittoria e/o rinnegare la sconfitta sarà difficile per tutti, tranne che, ovviamente, per i 5Stelle. Il solo partito che non solo ha fortemente voluto la legge sulla riduzione del numero dei parlamentari, ma anche l’unico che si schiera in modo compatto, senza defezioni, per il Sì. Vediamo dunque da chi e perché sono composti i due principali schieramenti in campo, senza mai dimenticare che la quota di cittadini non informata e/o indecisa su un tema così complesso e delicata è alta, non accenna a calare.

Il Fronte del Sì: 5stelle e, sulla carta, il centrodestra

Se guardiamo ai voti dati in Parlamento alla cosiddetta ‘riforma Fraccaro’ (dal nome dell’allora ministro proponente) che mira al taglio di 345 parlamentari (-115 senatori e -230 deputati) che dovrebbe portare le Camere a scendere da 315 senatori elettivi a 200 e da 630 deputati a 400 deputati (totale finale, appunto, 600 parlamentari contro gli attuali 945, escludendo i cinque senatori a vita), non c’è partita. Tranne alcuni casi singoli di dissenso, disseminati nei vari partiti, il Parlamento ha presentato, nelle letture confermative (era obbligatoria la maggioranza assoluta) dell’iter della legge costituzionale un sì massiccio. E’ stato solo grazie alle 71 firme presentate da altrettanti senatori – trasversali a tutti i partiti, ma per lo più di FI e Lega (42 di Forza Italia-UdC, 10 del Misto, 9 della Lega, 5 del Pd, 2 a testa per Italia Viva e M5S e un senatore a vita) – che è stato possibile adire a referendum consultivo tra gli italiani, poi fissato nei giorni del 20/21 settembre.

Promotore e grande sostenitore della ‘sforbiciata’ al numero dei parlamentari (ma, sia detto en passant, senza toccare in alcuna parte il funzionamento delle Camere e il vero vizio di origine del nostro sistema, il ‘bicameralismo perfetto’) è stato il Movimento 5 Stelle, che fa del taglio dei parlamentari da sempre uno dei suoi cavalli di battaglia. A tal punto che, andati al governo prima con la Lega e poi con il centrosinistra, i pentastellati subito hanno messo come condizione per far parte del governo quella di completare, in Parlamento, la riforma costituzionale da loro proposta.

A guidare il fronte del Sì al referendum sul taglio dei parlamentari, dunque, c’è il Movimento 5 Stelle, con tutti i suoi big (Luigi Di Maio in testa) che sono anche gli unici che si stanno spendendo in questa campagna referendaria. Certo, sia Lega che Fratelli d’Italia hanno confermato, in modo ufficiale, il loro ‘sì’ al referendum, ma nei due partiti serpeggiano dubbi e considerazioni diverse, anche se solo alcuni singoli loro esponenti sono poi usciti allo scoperto.

Giorgia Meloni di recente ha confermato il Sì da parte di Fratelli d’Italia. Ha fatto seguito la presa di posizione simile di Matteo Salvini per quanto riguarda la Lega, il quale ha detto “abbiamo votato per quattro volte per il taglio dei parlamentari e non cambiamo idea adesso”. Anche Forza Italia è ufficialmente schierati per il Sì, ma dentro il partito di Silvio Berlusconi, il quale ancora non si è espresso ufficialmente, sono davvero tanti i No. A tal punto che diversi suoi esponenti (Cangini, Pagano, Baldelli) sono tra i più attivi promotori del Comitato per il No. La verità è che, tranne il M5s, i tre partiti di centrodestra sono favorevoli al taglio più per cercare di non andare contro la (presunta) volontà popolare e i sentimenti anti-Casta che per reale convincimento sulla bontà della riforma.

Il ‘sì’ del Pd è condizionato dai ‘correttivi’…

Discorso a parte, tanto per cambiare, va fatto sul Pd. Dopo aver votato per tre volte, nelle aule parlamentari, ‘no’ al taglio dei parlamentari, il suo quarto voto è stato un sì, dettato per lo più da ragioni tattiche. Il governo giallorosso (il Conte bis) era appena nato e i 5stelle chiedevano a gran voce, come prova di lealtà, proprio al Pd di cambiare voto. Detto, fatto. A onor del vero, va ricordato che il segretario, Zingaretti, ha legato il ‘sì’ del Pd a una serie di riforme di ‘bilanciamento’. Si tratta dei famosi ‘correttivi’ alla riforma che il Pd, e altri, hanno chiesto a gran voce, anche se, finora, sono rimasti lettera morta, compresa l’adozione di una nuova legge elettorale in senso proporzionale (il cd. Germanicum), il cui esame è fermo, da mesi, nella I commissione Affari costituzionali della Camera. Eppure, il Pd – che riunirà ai primi di settembre una Direzione ad hoc per prendere una posizione ufficiale sul tema – sceglierà comunque il ‘sì’ al referendum, pur dicendo che lascerà, ai suoi iscritti, una sostanziale ‘libertà di coscienza’. Infine, sul fronte mediatico, da notare che sono molto pochi gli organi di stampa nazionali schierati in modo massiccio per il Sì (si tratta, sostanzialmente, del Fatto quotidiano).

Il No spazia dall’estrema destra all’estrema sinistra…

Spostando l’attenzione al Fronte del No, però, in effetti, l’impressione dell’Armata Brancaleone diventa plastica. Si va dall’estrema destra all’estrema sinistra in un pout pourri di posizioni che abbraccia esponenti i più diversi tra di loro. Ripartiamo, in questo caso, dal centrodestra. Dentro FdI il solo esponente che si è esposto, in modo pubblico, per il No è stato l’ex deputato della Meloni, Guido Crosetto, oggi presidente (onorario) di FdI, ma forti dubbi nutrirebbe un altro big, il candidato della Meloni in Puglia, Raffaele Fitto. Nella Lega, solo l’economista (sui generis) Claudio Borghi si è schierato per il No ma, nei retroscena, si dice che Giancarlo Giorgetti ha forti dubbi sulla riforma. In realtà, molti parlamentari della Lega non si esprimono, ma sono cocciutamente contrari a una riforma che, ai tempi del governo gialloverde, hanno più subito che sposato, anche perché temono l’effetto di riduzione della rappresentanza che, con una Lega sempre più giù nei sondaggi, potrebbe penalizzare proprio loro. Infine, va detto che Matteo Salvini non dice ‘no’ ma populisticamente ‘sì’ e, soprattutto, è così poco convinto della bontà della riforma che ha già annunciato che farà campagna elettorale, come sta già facendo, solo per le Regionali e non sul referendum.

Dentro Forza Italia i più convinti sostenitori del No

Forza Italia, come si diceva, è ufficialmente per il sì: il Cavaliere, che pure ritiene che il taglio “non serva a nulla”, non vuole opporsi al volere (maggioritario?) della ‘gggente’ ma il suo partito ribolle di No. L’elenco dei sostenitori del No, infatti, è impressionante: si va dalla capogruppo al Senato Anna Maria Bernini ai senatori Lucio Malan e Giuseppe Moles fino alle due punte di diamante del comitato promotore del No, i senatori Andrea Cangini e Mauro Pagano. Spostandosi a Montecitorio l’elenco si allunga: Renato Brunetta, Simone Baldelli, Giorgio Mulè, Deborah Bergamini, Renata Polverini. Il promotore del referendum Andrea Cangini aggiunge: “Noi parliamo anche con i colleghi di Lega e Fratelli d’Italia. C’è una larghissima maggioranza per il no, lo vedono come un errore politico, come un’occasione persa, ma lì prevale la disciplina di partito”. Inoltre, l’Udc, o quel che ne resta, è per il No. La neo-Dc di Gianfranco Rotondi anche, etc.

A mo’ di prezzemolo, ma anche di ospiti assai desiderati, stanno un paio di no uti singuli presenti persino nel M5s. Il deputato Andrea Colletti, alla seconda legislatura, fa campagna solitaria per il No, stile kamikaze (“Questa riforma è stata pensata poco e male”), ma in pochi hanno avuto il coraggio di seguirlo. Tra loro Elisa Siragusa, eletta all’Estero, e la sarda Maria Lapia, ma c’è anche un altro sardo, Andrea Vallascas, mentre altri tra deputati e senatori (Sarli, Costanzo, Crucioli, Drago) nutrono dubbi. Spostandosi all’estrema sinistra, si sono schierati massicciamente per il No partiti ormai estinti o presenti soltanto sulla carta (il Prc di Maurizio Acerbo, il Partito comunista di Marco Rizzo), Sinistra italiana di Nicola Fratoianni che, anche in questo, ha ‘divorziato’ da Art. 1 (Pier Luigi Bersani si è espresso per il sì, altri tacciono), movimenti sociali o fiancheggiatori della sinistra storica come le Sardine, l’Anpi, l’Arci, le Acli (ma non la Cgil).

I tanti mal di pancia delle tante personalità del Pd

Per il resto, il grosso del fronte del No è animato da diverse personalità del Pd o comunque di area democrat. Tra le anime del Pd, solo i Giovani Turchi, guidati da Matteo Orfini, si sono espressi in modo compatto per il No (Verducci, Raciti, Pini, Gribaudo, etc.), ma dubbi affiorano ovunque. Gli ex ministri Fabrizio Barca (ex comunista) e Beppe Fioroni (ex popolare) sono per il No come pure diversi intellettuali d’area (Tronti, Mancina, Macaluso, Petruccioli, Asor Rosa, Cacciari). Poi, tra i liberi battitori, i senatori Vincenzo D’Arienzo e Tommaso Nannicini (che ha dato vita al comitato “Democratici per il No”), come le onorevoli Vincenza Bruno Bossio e Angela Schirò. Laura Boldrini, già presidente della Camera, è dello stesso avviso. Per il No si è schierato pure Gianni Cuperlo e un paio di europarlamentari (Pittella e Viotti), il sindaco di Bergamo, Giorgio Gori (ma la sua area politica, ‘Base riformista’ è sul sì) e il governatore campano, De Luca.

Centristi e moderati per il No, Italia viva si astiene…

Nell’area centrista e moderata è schierata, compattamente, per il No la formazione +Europa di Emma Bonino, con i suoi più brillanti polemisti (Della Vedova, Riccardo Magi), Azione civile di Carlo Calenda e altri singoli esponenti come l’ex segretario della Fim-Cisl Marco Bentivogli. Invece, Italia Viva, il partito guidato da Matteo Renzi, ha deciso per la libertà di coscienza. Renzi non dirà come vota, ma di certo non si esporrà per il No, mentre nel suo partito diversi deputati e senatori (Librandi, Garavini, Ungaro, etc.) si sono schierati per il No e stanno facendo pure campagna. Né mancano vecchie glorie della Prima Repubblica (De Mita, Formica, Cirino Pomicino) tutti convinti del No. Come pure lo è il Partito socialista di Nencini e Maraio. Dal punto di vista mediatico, molti autorevoli giornali si sono schierati per il NO: Repubblica con il suo direttore, Maurizio Molinari, la Stampa con Massimo Giannini, il giornale presto in edicola Il Domani, con Stefano Feltri, il quotidiano comunista il manifesto. Più ragioni per il No che per il Sì campeggiano anche sul Messaggero e sul Corsera. Infine, tra i costituzionalisti il fronte del No è coriaceo: si va da Gustavo Zagrebelsky a Sabino Cassese, dagli storici costituzionalisti di sinistra a molti altri di varie tendenze, mentre per il Sì si notano solo Valerio Onida, Carlo Fusaro e il costituzionalista, e deputato dem, Stefano Ceccanti.

I sondaggi dicono ‘sì’ ma il No è in netta rimonta

Naturalmente, a guardare i sondaggi, la musica è ben diversa. Il Sì è sempre stato in vantaggio, anche se il No rosica posizioni con il passare del tempo. A inizio estate un sondaggio Ipsos assegnava al ‘Sì’ il 46% delle indicazioni di voto, mentre il ‘No’ non andava oltre un risicato 10%. Al 24%, invece, venivano fotografati gli indecisi. Un mese più tardi, sempre Ispos confermava i numeri del suo precedente report, registrando un ulteriore crescita del ‘Sì’ – salito al 49% – e un ulteriore calo del “No” all’8%. I giochi, insomma, sembravano fatti, ma poi qualcosa è cambiato. Nell’ultimo sondaggio di Winpoll, chi si oppone al taglio dei parlamentari sta accrescendo di numero, arrivando fino al 34%. Il ‘Sì’ è ancora saldamente in testa, con il 66% dei consensi, ma la tendenza sorride, ora di più, al ‘No’. Questo comunque non significa che il ‘No’ vincerà, ma che la partita è ancora aperta, specie se l’affluenza sarà alta.