[Il retroscena] Forza Italia punta su due donne, il Pd blinda i renziani: ecco i nuovi capigruppo

Oggi il giorno dell'elezione dei capigruppo alla Camera e al Senato. Gli azzurri puntano su Mariastella Gelmini e Annamaria Bernini che comporranno la "terna" rosa con Elisabetta Casellati, mentre il Pd discute. Renzi vorrebbe Lorenzo Guerini e Andrea Marcucci, ma il voto segreto mette a rischio quest'ultimo. La Lega conferma gli uscenti e Fratelli d'Italia nomina due reggenti fino alla formazione del governo. Guai per LeU: il partito di Pietro Grasso e Laura Boldrini non ha i numeri per costituire un gruppo e rischia di finire nel Misto

Maria stella Gelmini con Anna Maria Bernini
Maria stella Gelmini con Anna Maria Bernini

Tutti nuovi. Perché la forte spinta al rinnovamento uscita dalle urne il 4 marzo scorso imponeva di cambiare il più possibile le facce. Oggi è il giorno dei nuovi capigruppo in Parlamento di Forza Italia e Pd, i due partiti che più degli altri hanno subito lo schiaffo di Lega e Movimento 5 stelle. A fare la scelta più strong, condivisa dagli oltre 160 parlamentari eletti, sembra essere stato Silvio Berlusconi. Il Cavaliere, infatti, ha deciso di chiudere - non senza qualche polemica - la stagione del tandem Paolo Romani-Renato Brunetta e ha scelto di continuare la “femminilizzazione” del suo partito.

Dopo avere scelto e contribuito a far eleggere la prima donna a capo del Senato, Elisabetta Alberti Casellati, il fondatore di Forza Italia ha infatti dato il via libera all’indicazione di Mariastella Gelmini e di Annamaria Bernini per la guida dei gruppi parlamentari di Camera e Senato. Ex ministra dell’Istruzione e dell’Università la prima, e delle Politiche Comunitarie la seconda,  entrambe erano nella short list dei possibili candidati azzurri alle presidenze delle due Camere. Ora invece  conquisteranno il ruolo di guida  delle rappresentanze parlamentari del  movimento, a capo rispettivamente di 104 deputati e 58 senatori. Rispetto a quanto è accaduto in passato e ancora cinque anni fa, le due capigruppo saranno elette dai parlamentari e non semplicemente designate dal capo della forza politica, come, per esempio, ha fatto il Movimento 5 stelle,  il primo partito a scegliere i capigruppo: Danilo Toninelli per la Camera alta e Giulia Grillo per l’altra. 

Anche la Lega ci ha messo poco e, visto l’exploit elettorale, ha optato per l’ “usato” garantito di Gianmarco Centinaio e Giancarlo Giorgetti, che resterà a capo della truppa pro-tempore, fintanto che non si creeranno le condizioni per  entrare al governo. La decisione di far scegliere ai parlamentari forzisti il loro nuovo “capo” con un voto ha convinto Renato Brunetta a sfilarsi dalla competizione, cosa che ha fatto con un tweet col quale ha “rassicurato” di non avere intenzione di “continuare a fare per altri 5 anni un mestiere così difficile, logorante, e, per certi versi pericoloso”. Al suo posto, pronostici danno come vincente la coordinatrice lombarda di FI, che vanta un consenso trasversale tra gli eletti e che, appunto, andrà a completare il “tris” in rosa. 

Donna potrebbe essere anche il tesoriere del gruppo azzurro a Montecitorio, Lorena Milanato, che ha ottenuto un risultato da record nel suo collegio in Veneto, mentre il vicepresidente - almeno lui - dovrebbe essere un uomo: si tratta di Roberto Occhiuto, deputato calabrese, giornalista, considerato come un candidato di mediazione. Per la vicepresidenza di Montecitorio in quota FI ci sono ancora due donne, Mara Carfagna e Stefania Prestigiacomo, ma per chiudere il mosaico degli uffici di presidenza bisognerà aspettare giovedì. Come questore rimarrà l’uscente Gregorio Fontana.  

In Senato, dove già c’è una donna sulla poltrona più importante,  i due vice della Bernini dovrebbero essere Lucio Malan e Maurizio Gasparri, a meno che quest’ultimo non diventi vicepresidente di Palazzo Madama. Quest’ultimo posto potrebbe però essere chiesto da Paolo Romani, capogruppo uscente, “scottato” dal veto del Carroccio per la presidenza, che, però, preferirebbe entrare in qualche modo nel prossimo governo, se mai dovesse essercene uno con la partecipazione di esponenti di FI. In questo caso, Giorgetti sarebbe certamente della partita e quindi , il compito di prendere il suo posto e guidare il gruppo leghista a Montecitorio potrebbe toccare ad una donna, Barbara Saltamartini. 

Fratelli d’Italia ha congelato la situazione dei capigruppo cercando di coinvolgere le personalità con maggiore esperienza, almeno fintanto che non sarà chiaro lo sbocco della legislatura. Così a “comandare” i senatori del partito di Giorgia Meloni sarò l’ex ministro Ignazio La Russa e a fare lo stesso coi deputati (quintuplicati rispetto agli otto della diciassettesima legislatura) sarà il braccio destro della presidente, Fabio Rampelli.  

Si intreccia con la linea politica da tenere nei confronti proprio di questo ipotetico esecutivo la partita dei capigruppo nel Pd. Nell’unico partito che vuole (o almeno dice di volere) restare all’opposizione, le pedine dei capigruppo sono decisive. Il segretario dimissionario Matteo Renzi controlla ancora la maggioranza dei gruppi con 71 deputati su 112 alla Camera e 31 senatori più lui stesso su 56 in Senato ed ha scelto Lorenzo Guerini e Andrea Marcucci, entrambi renziani di ferro. Mentre sul nome di Guerini, che è stato vicesegretario dem e terminale di tutte le trattative con i forzisti per il Patto del Nazareno, non sembrano esserci veti, c’è invece molta preoccupazione che il voto segreto previsto dallo Statuto del Pd finisca per bruciare l’altro. Originario di Lucca, fresco di un buon successo elettorale, è tra quelli che per primi che si sono opposti con forza a qualunque ipotesi di accordo tra i dem e i Cinquestelle: “Chi continua a sostenere a qualsiasi titolo l’esigenza di apertura del Pd ad un governo M5s non ha a cuore il futuro del Pd e, anzi, vuole la sua estinzione”, ha twittato qualche giorno fa, sbarrando la strada alle posizioni dei seguaci di Michele Emiliano e, in parte, di Andrea Orlando.

L’accordo tra le correnti prevederebbe  la scelta dell’orlandiana Monica Cirinnà come vicepresidente del gruppo e quella di un’altra esponente della corrente del ministro della Giustizia, Anna Rossomando, a vicepresidente dell’Aula. Sulla carta i non-renziani non avrebbero i numeri per fermare Marcucci, dal momento che un’eventuale fronda potrebbe contare solo su dieci esponenti della corrente di Dario Franceschini, compreso il capogruppo uscente Luigi Zanda, 3 orlandiani, 3 eletti vicini al ministro Graziano Delrio e 2 al segretario reggente Maurizio Martina. Proprio Delrio o Ettore Rosato, capogruppo uscente dem alla Camera e autore della legge elettorale in vigore, potrebbero spuntare un posto da vicepresidente di Montecitorio, quello che fino ad oggi è stato occupato da Roberto Giachetti. Per ottenerlo, però, i democratici dovranno siglare un accordo “di sistema” con il centrodestra e il Movimento 5 stelle, che, diversamente, potrebbero votarsi loro uomini (o donne) da soli.

Più problematica la situazione di Liberi e Uguali. L’alleanza delle sinistre messa in piedi frettolosamente da Roberto Speranza, Nicola Fratoianni e Pippo Civati - neppure eletto -, che fino a sabato esprimeva sia il presidente della Camera Laura Boldrini che quello del Senato Pietro Grasso, non avrebbe nemmeno i numeri per costituire  un gruppo autonomo. Escluso che possa averne uno al Senato, la lista, che il 4 marzo ha incassato un risultato molto al di sotto delle aspettative,  proverà a chiedere una deroga al nuovo presidente di Montecitorio. Per poter costituire un gruppo alla Camera bisognerebbe avere almeno venti deputati, ma LeU si ferma a quota 14. Diversamente Pierluigi Bersani e soci dovranno accontentarsi di organizzare una componente del Gruppo Misto, dove ieri si è iscritta anche Beatrice Lorenzin, ministro uscente della Salute ed eletta (insieme a un altro deputato, Gabriele Toccafondi) con la sigla, inventata a poche settimane dalle elezioni, di Civici e Innovatori.