Forza Italia implode dentro il centrodestra. Pd e M5s non si sopportano più nel centrosinistra

Coalizioni piene di problemi verso il voto locale. Nel centrodestra non c’è pace. Ora scoppia Forza Italia. Il caso Salini e l’emarginazione dei liberal

Foto Ansa
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Non solo i problemi del governo – a palazzo Chigi si attendono polemiche in crescendo sull’invio di nuove armi letali e offensive all’Ucraina, oltre alla richiesta del M5s di un voto – ma anche i problemi interni alle coalizioni e tra i partiti che li compongono continuano a salire di intensità e ad alimentare lo scontro politico rendendo il quadro assai instabile in vista di elezioni amministrative sempre più vicine.

Nel centrodestra non c’è pace. Ora scoppia FI

Nel centrodestra, per dire, non c’è mai pace, ormai. Ma se le liti e le rivalità tra Meloni e Salvini sono ormai entrati negli annali e nel Guiness dei primati, ora i problemi e i dissidi scoppiano e deflagrano anche dentro Forza Italia.

Infatti, ormai è chiaro che “C'è un problema politico dentro Forza Italia, che va discusso e risolto al più presto" come rilancia la ministra Mariastella Gelmini. La quale fa sapere che non era solo uno sfogo, quello indirizzato sabato al coordinatore Antonio Tajani e intercettato dal Foglio: "Licia Ronzulli sta sfasciando il partito, io mi sono stancata", aveva detto la ministra a Sorrento, alla manifestazione-evento “Verso Sud” organizzata, con grande dispendio di energie, invitati e sponsor a Napoli, dalla collega e amica Mara Carfagna, un’altra che di sottostare all’asse Lega-FI impersonato dalla Ronzulli e dai leghisti ‘nascosti’ di FI non ha proprio più voglia.

Gelmini, in una domenica ad alta tensione, ripropone la questione della linea forzista. Porta la sua difesa di Massimiliano Salini, l'eurodeputato rimosso dalla carica di coordinatore regionale in Lombardia (e sostituito proprio dalla Ronzulli), su un territorio politico: "Salini, oltre a essere una persona competente e pieno di iniziativa - dice a chi le sta accanto - è un moderato: rappresenta il circolo delle imprese, viene dal mondo di Cl. La decisione di destituirlo è l'ennesimo attacco ai moderati di Forza Italia".

Il caso Salini e l’emarginazione dei liberal

La ministra degli Affari regionali riapre il caso esploso a ottobre, quando lo scontro sul nuovo capogruppo alla Camera (fu scelto Paolo Barelli) portò l'intera rappresentanza di governo (con lei, Carfagna e Renato Brunetta) a palesare la nascita di un fronte anti-sovranista dentro il partito, una sorta di corrente interna che pre-determinava, in nuce, il rischio di una scissione. Ora un nuovo caso vede la capodelegazione Gelmini in rotta con i vertici. O meglio, con il cerchio magico di Berlusconi, Ronzulli in testa.

Una bufera che esplode alla vigilia della nuova convention napoletana di Forza Italia: venerdì la ministra dovrebbe chiudere la prima giornata di lavori. Il condizionale è d'obbligo, perché Gelmini chiede un chiarimento: "La Lombardia non è una regione qualunque, è il luogo dove è nato il nostro partito", sbotta. E non sono state le sue rimostranze con Tajani, fa sapere lei, a determinare la sostituzione di Salini. Berlusconi lo aveva già chiamato giovedì: l'aveva convocato ad Arcore per comunicargli le sue intenzioni. E l'ormai ex coordinatore lombardo, eurodeputato che nel 2019 nella lista azzurra fu il più votato dopo l'ex premier, ieri ha fatto il gran rifiuto: ha detto no al nuovo incarico che il Cavaliere gli prospettava, quello di responsabile dei rapporti con le imprese. Gelmini contesta una "rimozione improvvisa e ingiustificata, con la campagna elettorale alle porte".

Da Arcore si racconta una storia diversa: Salini avrebbe respinto la richiesta di dimissioni e anzi avrebbe tentato una raccolta di firme a difesa del proprio lavoro che è stato messo in discussione per tutta una serie di valutazioni: i cinque consiglieri regionali fuoriusciti, percentuali deludenti nei capoluoghi e uno scarso radicamento in una regione che dovrebbe essere la roccaforte di FI. E a favore della nomina di Ronzulli si sono pronunciati diversi dirigenti azzurri, i capigruppo Barelli e Bernini in testa.

Aria di resa dei conti e di nuovo Grande centro

Nei fatti c'è una nuova resa dei conti. E tornano i vecchi fantasmi, quelli degli stretti collaboratori di Berlusconi che spingerebbero il Cavaliere a fare scelte sbagliate e gli prospetterebbero una realtà distorta. Sono le accuse che Gelmini fece già a ottobre, durante la riunione di gruppo alla Camera. Ora diventano più pesanti, alla vigilia delle amministrative e soprattutto in vista della lunga campagna elettorale verso le Politiche. La verità è che, se solo l’altra ministra, la Carfagna, si decidesse, e con Brunetta che ha già un piede fuori dalla porta azzurra, potrebbe nascere quel rassemblement centrista liberale e moderato che – abbracciando pezzi di ceto politico molto diversi (da Calenda ai socialisti, da +Europa a Renzi, passando proprio per l’ala liberal di Forza Italia) – potrebbe rappresentare una ‘terza forza’ al di là dei poli attuali, diventando un insidia per entrambi, ma sarebbe di gran lunga avvantaggiata da un sistema elettorale di tipo proporzionale.

I guai e le divisioni di casa nel centrosinistra

Ma anche nel centrosinistra sono tanti, i dolori. Mentre i 5Stelle sognano nuovi ‘contenitori’, nuovi simboli elettorali e persino nuovi ‘nomi’, per il loro partito, nel Pd l’alleanza giallorossa viene vissuta con sempre maggiore insofferenza.

Nel M5s, si diceva, si sogna un nuovo simbolo e un nuovo partito, lanciando magari una sorta di costituente che raccolga anime e sensibilità progressiste, in linea con il profilo dei vari relatori della Scuola di formazione presentata nei giorni scorsi da Conte. Gli interlocutori naturali in questo progetto - è il ragionamento che si sta facendo da settimane in via di Campo Marzio, la sede del Movimento - sarebbero le varie forze civiche sul territorio ma anche e soprattutto Articolo 1-Mdp, gli ex dem guidati da Roberto Speranza e Pierluigi Bersani. La “cosa” è in gestazione e potrebbe nascere nei prossimi mesi, di sicuro dopo le elezioni amministrative. La scuola di formazione politica del M5s e i suoi professoroni tutti etichettati a sinistra (Domenico De Masi, Gustavo Zagrebelsky, Tomaso Montanari, Carlin Petrini, Luciano Canfora, Andrea Riccardi, Fabrizio Barca, Vincenzo Visco, tutti nomi e personalità che richiamano in maniera netta una collocazione di sinistra che va ben oltre i confini classici del Pd) aveva fatto pensare che l’idea era a buon punto Il progetto, in realtà, è stato subito smentito e bocciato da entrambi i partiti (M5s e LeU) diretti interessati.

Il ‘contenitore’ progressista smentito dal M5s

La tentazione di darsi un nuovo nome e un nuovo simbolo c’è, nel M5s. Giuseppe Conte ci ragiona da mesi, da quando è rimasto invischiato nelle beghe tribunalizie, i ricorsi presentati in batteria dagli attivisti dissidenti di Napoli. È anche un calcolo elettorale, a 8 mesi dalle politiche: il brand M5S è ammaccato; alle amministrative del mese prossimo, salvo clamorosi rovesci dei pronostici, subirà un altro colpo. Forse letale.

Meglio cambiare non solo con un restyling del logo, col suo cognome in rilievo (un primo test c’è stato già in alcune elezioni provinciali a marzo), ma anche un «nuovo nome», confermano fonti del quartier generale 5S a Campo Marzio. Conte però non vuole far passare l’idea che la “nuova cosa” in gestazione sia schiacciata a un estremo politico piuttosto che a un altro. «Non proverà a fare il Melenchon italiano», dice un big stellato. «Vuole tenere dentro anche i moderati». Ecco perché l’ipotesi di una costituente di sinistra, che agganci al treno stellato Articolo 1, Pier Luigi Bersani e Roberto Speranza — ipotesi pure discussa in queste settimane — ieri è stata smentita dai vertici del Movimento: «Fantasie». Anche se, come rimarca il vicepresidente M5S, Mario Turco, «con Articolo 1 condividiamo molti temi comuni e abbiamo fatto un ottimo lavoro insieme nel corso del governo Conte II».

Conte non farà il Melanchon italiano, ma…

La vicinanza con quel pezzo di sinistra, che Conte però l’altro ieri al summit Ambrosetti di Sorrento ha definito comunque «estrema», è dimostrata dal fatto che in Parlamento, e nei territori, grillini ed esponenti di Articolo 1 si parlano, a volte, ben più di quanto non lo facciano quelli di M5s e Pd.

Ma se Conte smentisce, Bersani preferisce scartare di lato e lanciare una «convenzione dei progressisti», da organizzare «in autunno». Non una strizzata d’occhio rivolta solo al M5S, ma anche al Pd. «Noi diamo una mano per federare i progressisti e ricomporre la sinistra, su un programma nuovo” — ragiona Bersani – che vuole portare a compimento una rotazione a 360 gradi dell’intera area progressista (Pd-M5s-LeU) per collocarlo saldamente sull’asse della sinistra.

“Fino a quando?”. La pazienza nel Pd è finita

Ma i sogni di Bersani – e, anche, di Conte non fanno i conti con i tanti problemi che si ritrova in casa Letta rispetto ai continui distinguo dei 5s su temi clou come invio delle armi, transizione ecologica, salario minimo, fisco, balneari, etc. Posizioni populiste e demagogiche che rincorrono i favori dell’opinione pubblica e lisciano loro il pelo, altro che ‘svolta a sinistra’ del Movimento. Dentro il Pd iniziano ad averne abbastanza.

“Fino a quando?” è la domanda che agita il Nazareno e rimbalza di bocca in bocca sino a Sorrento, dove Enrico Letta era approdato nei giorni scorsi su invito della ministra Carfagna per partecipare al suo seminario “Verso Sud”. L'eco delle bordate lanciate la sera prima da Conte - "Non abbiamo sottoscritto alcun documento che ci vincola in un'alleanza con il Pd" - non si è ancora spento. E i dirigenti dem, pressati dalla base in rivolta, hanno girato il quesito al segretario: "Fino a quando dovremo sopportare i veleni dei 5S contro di noi? Fino a quando verrà tollerata la sistematica opera di indebolimento del governo?".

Interrogativi che, forse per la prima volta, non sono andati a infrangersi contro il muro sempre alzato da Letta a difesa dell'avvocato. Qualcosa è cambiato dopo martedì scorso, quando il durissimo faccia a faccia organizzato per ricucire gli strappi sulla guerra in Ucraina e il termovalorizzatore di Roma è finito con l'ammissione di divergenze difficili da appianare. È come se, al di là delle dichiarazioni ufficiali tese ad abbassare i toni, il leader del Pd abbia realizzato quanto sia complicato costruire una coalizione con chi passa il suo tempo a smarcarsi.

A bombardare la casa comune. Con l'obiettivo - è il sospetto - di lucrare sulle macerie per recuperare consenso confidando sull'indispensabilità del Movimento: "Senza di noi il centrosinistra è un centrino, non vincerete mai", ha detto l'altro giorno un deputato grillino a una collega del Pd. Battuta che fa capire l'aria.

I continui distinguo di Conte da Draghi e dal Pd

Va così da settimane in un crescendo che ormai sfiora il parossismo. Sulle spese militari, l'invio delle armi a Kiev, la linea di Conte è tutto un distinguersi da Draghi e, per riflesso, da Letta. Evitando con cura persino le manifestazioni alle quali avrebbero dovuto partecipare insieme.

La reazione del leader del Pd, pubblicamente, è sempre la stessa. "Non sono minimamente infastidito, siamo in una fase di dibattito ed è naturale che ci siano posizioni con sfumature diverse o anche posizioni più marcatamente diverse", taglia corto a proposito dell'escalation contiana sul conflitto, prima di intervenire sul rilancio del Sud. Ma in privato mastica amaro. "Enrico sta perdendo la pazienza", segnala uno dei più autorevoli membri della segreteria. "Si rende conto che solo un centrosinistra allargato può battere le destre e che una crisi nei rapporti fra Pd e 5Stelle metterebbe a rischio la tenuta del governo", ma "esiste un limite invalicabile". E quel limite si chiama collocazione euro-atlantica dell'Italia. "Se Conte dovesse inseguire Salvini pure sul no all’ingresso di Finlandia e Svezia nella Nato, fcendo un favore a Putin, non credo che potremmo accettarlo", precisa il fedelissimo del segretario. Il quale, fra le righe, lo ha pure fatto capire chiaramente: "È un momento in cui è naturale discutere", avverte Letta. "L'importante è poi essere in grado di mantenere l'unità di intenti sulle scelte che dobbiamo fare. Ma non ho dubbi che ci riusciremo". Martedì è convocata la Direzione. Oggetto: i prossimi referendum e l’Ucraina. Ma c'è chi è già pronto ad alzarsi per chiedere al segretario: "Fino a quando?" col M5s?

Il voto delle amministrative: il centrodestra rischia

Sono questi i tormenti che scuotono il Pd e che rendono difficile immaginare un’alleanza davvero salda e unita in vista delle future politiche, ma quelle sono ancora di là da venire mentre tra poco si vota per elezioni amministrative, le comunali. Ma, in questo caso, è il centrodestra a rischiare di più e a partire sfavorito, con la sensazione di chi rischia di mettere le mani in una trappola: ha poco da guadagnare e molto da perdere. Le liti fra i leader, che da oltre un mese non riescono neppure a organizzare un vertice, non hanno impedito di ricucire l’alleanza in 21 dei 26 Comuni capoluogo in cui si andrà al voto il 12 giugno. Grazie anche ad accordi trovati in extremis, dopo furiose battaglie interne, prima su tutte Palermo. Ma la situazione di partenza è quella di una coalizione che deve difendere il vantaggio di avere un’amministrazione uscente in 18 dei maggiori centri su 26. Insomma, qualsiasi risultato diverso da un successo di larghe dimensioni equivarrebbe a un passo falso, per Meloni, Salvini e Berlusconi. Che da queste consultazioni ricaveranno un segnale sulla tenuta del loro patto, a meno di un anno dalle Politiche. Altrettanto importanti saranno le elezioni per i giallorossi: se il Pd scoprirà che il M5s è ridotto a percentuali da prefisso telefonico inizierà a chiedersi se il gioco di tenerlo per forza in alleanza vale la candela di continui strappi e distinguo su temi fondamentali come la politica estera e potrebbe decidere che non ne val la pena.