[Il caso] Ex Ilva, Mittal s’affaccia al tavolo delle trattative. Stretto nella morsa giudiziaria. Ma il governo è sul filo di lana

I magistrati indagano anche per reati tributari e false comunicazioni societarie. Il giudice: “Non sospendere l’attività gli altiforni”. Entro il 4 dicembre la decisione.  Giovedì il cdm, venerdì Conte vedrà i Mittal. Ma sul governo piovono anche 1596 emendamenti alla manovra delle forze di maggioranza   

[Il caso] Ex Ilva, Mittal s’affaccia al tavolo delle trattative. Stretto nella morsa giudiziaria. Ma il governo è sul filo di lana

La tenaglia giudiziaria che da Milano a Taranto sta cercando di mettere ordine e priorità sul caos Ilva e la diplomazia politica cominciano a dare i primi frutti. Venerdì i vertici di Mittal torneranno a palazzo Chigi per incontrare il premier Conte e trattare sul destino degli stabilimenti di Taranto. E ieri sera i manager della multinazionale dell’acciaio hanno convocato i rappresentanti delle sigle sindacali per comunicare la “sospensione della procedura di spegnimento e la riapertura del commerciale”. Significa che gli stabilimenti di Taranto riprendono la lavorazione dell’acciaio e che il cronoprogramma consegnato venerdì dall’ad Lucia Morselli – chiusura progressiva dei 3 altoforni tra metà dicembre e metà gennaio - torna ad essere carta straccia. Al momento, almeno. Finchè non ci sarà una prima pronuncia del giudice Claudio Marangoni che a Milano deve decidere se ha ragione Mittal a volersene andare da Taranto perché le condizioni di lavoro non sono quelle prospettate. O se hanno ragione i commissari della ex Ilva ad accusare la multinazionale di “inadempimenti plateali e conclamati”. In pratica – accusano i commissari - un atto di pirateria industriale per cui Arcelor Mittal ha rilevato (in affitto) gli stabilimenti di Taranto, i più grossi di tutta Europa, solo per prendersi la quota di mercato e neutralizzare l’azienda.

Entro il 4 dicembre

La comunicazione data ieri sera da Mittal ai sindacati è la prima buona notizia dal 4 novembre, quando il gruppo indiano ha comunicato unilateralmente che avrebbe lasciato l’Italia. E’ la prima volta in due settimane che la narrazione su Ilva cambia verso e direzione. Merito della tripla azione giudiziaria provocata dalle decisioni dei signori Mittal e poi auspicata dallo stesso presidente Conte. “Sarà la battaglia legale del secolo e la perderete” disse il premier a Lakshmi e Aditya Mittal il 5 novembre quando li ricevette a palazzo Chigi. Il giudice Marangoni, titolare del procedimento civile presso il tribunale di Milano, ieri ha fissato l’udienza il 27 novembre. Ha anche aggiunto però che siccome la vicenda è “oggettivamente complessa”, la decisione sarà presa solo dopo aver sentito le parti (in via d’urgenza si può procedere senza sentire nessuno) che hanno tempo “entro il 25 novembre” di presentare documenti e memorie. La decisione finale arriverà entro il 4 dicembre. E comunque fino a questa data, o almeno fino a quando il contenzioso non sarà chiarito, tutto negli stabilimenti di Taranto deve andare avanti come prima. Vietato quindi spengere gli altiforni fino a che la causa non sarà definita. Il presidente del Tribunale civile Roberto Bichi ha ritenuto utile mettere scritte alcune cose destinate alle parti in causa. “In un quadro di leale collaborazione con l’autorità giudiziaria e per il tempo ritenuto necessario allo sviluppo del contraddittorio tra le parti – si legge in un comunicato – Mittal è invitata a non porre in essere ulteriori iniziative e condotte pregiudizievoli per la piena operatività e funzionalità degli impianti” rinviando anche decisioni già assunte e comunicate. Come quelle indicate nel cronoprogramma di spegnimento degli altiforni. Parole che significano, comunque vada a finire questa vicenda, che Mittal in queste due settimane ha già forzato la mano oltre ogni limite consentito.

Il fiato sul collo

Da qui la decisione comunicata ieri sera ai sindacati circa la ripresa delle attività industriali. I manager di Mittal devono comunque aver capito che l’uscita da Taranto non sarà, nel caso, del tutto indolore. Anzi. La multinazionale con sede legale in Lussemburgo non teme certo le inchieste penali ed eventuali condanne che potranno semmai forse un giorno arrivare. Teme forse un po’ di più i danni che potrebbero essere eventualmente richiesti e le cifre che potrebbero, sempre in via ipotetica, essere sequestrate. Fatto sta che nella giornata di ieri l’ad Morselli ha potuto comprendere meglio cosa sta succedendo nelle procure di Milano e Taranto e quindi comunicarlo alla proprietà.

Illeciti tributari?

Tra Milano e Taranto, i magistrati stanno contestando ai manager di Mittal un rosario di reati. La procura di Milano indaga su eventuali illeciti tributari e su presunti reati pre-fallimentari, con un focus sul mancato pagamento dei creditori dell'indotto. Sono in corso verifiche anche su ipotesi di reato che riguardano false comunicazioni societarie e al mercato. Sul fronte tributario la Guardia di finanza sta facendo accertamenti su una società olandese del gruppo Mittal che rifornisce i materiali per gli impianti siderurgici. Società che, oltre a vendere a Taranto merci a prezzi più alti rispetto a quelli di mercato, godrebbe anche di un regime fiscale più. Per saperne di più, o per avere ulteriori delucidazioni, ieri mattina il pm Stefano Ciavardi ha convocato nel suo ufficio un manager Ilva per conto dell’amministrazione straordinaria. Un testimone di come funzionano le cose,  prima e oggi. Il procuratore Greco invece ha sentito Danovi, uno degli attuali commissari Ilva responsabili comunque della bonifica e a cui negli ultimi giorni è stato negato l’ingresso nello stabilimento Altri testimoni sono stati convocati nella giornata di oggi.

Ipotesi false comunicazioni societarie

 Altre verifiche riguardano presunte false comunicazioni societarie legate al magazzino: era stato consegnato con 500 milioni di materie e ora pare che sia rimasto molto poco e ci sono anche altre cose che non tornano – ma documentate pare da numerose foto scattate all’interno – e che avrebbero danneggiato il patrimonio dell'ex Ilva. Verifiche, infine, anche sul motivo per cui, secondo quanto denunciato, sono stati sospesi i pagamenti dei creditori dell'indotto. Verifiche che vanno tutte nella direzione di reati che hanno a che fare con i reati di bancarotta o prefallimentari. E per completare il quadro, sono in corso i accertamenti sulle comunicazioni al mercato date dal colosso dell'acciaio a partire dallo scorso 4 novembre quando gli indiani comunicarono l'azione di recesso dal contratto. Per questo è sotto analisi l’andamento del titolo in borsa che se nell’ultimo anno ha perso il 30% del valore, nell’ultimo mese ne ha recuperato il 14%.

E poi c’è Taranto

Tra Milano e Taranto, ci sono una decine di ipotesi di reato su cui i magistrati stanno lavorando. Il procuratore di Milano Francesco Greco e il collega di Taranto Carlo Maria Capristo si stanno sentendo e hanno deciso come dividere il lavoro. Taranto, dove è in corso un processo in Corte d’assise per disastro ambientale e un altro per la morte di un operaio nell’altoforno 2 (2015) e che è anche il giudice cui è stato affidata la verifica del processo di bonifica dell’area e degli impianti, procede per i reati di depauperamento dell'azienda e la sospetta appropriazione indebita delle materie prime con conseguente danneggiamento della produttività e dell'economia nazionale (art.499 cpp). Milano, come si è visto, procede per reati che hanno maggiormente a che fare l’aspetto fiscale, tributario e societario. I pm Stefano Ciavardi e Mauro Clerici hanno da poco chiuso il processo alla famiglia Riva che ha gestito gli impianti di Taranto fino al 2013. Grazie a quell’indagine è stato recuperato un miliardo e 300 miliardi dai conti svizzeri della famiglia. Soldi ora destinati alla bonifica dell’area. La procura di Milano ha insomma sviluppato precise conoscenze sul  mercato della siderurgia. 

Un pesante bluff?

Presto per dire se queste due settimane siano state un bluff per spuntare, sotto il ricatto di un disastro occupazionale e ambientale, migliori condizioni di affitto. E’ un fatto che mentre le procure affilano i codici, un filo di trattativa in questi giorni è sempre rimasta aperta e venerdì (ore 18.30) i manager della Mittal torneranno ad incontrare il premier Conte. Le inchieste ovviamente vanno avanti. Però il premier, che sarà affiancato dal ministro economico Roberto Gualtieri, avrebbe pronto un pacchetto di proposte. Tra queste, al primo posto, un decreto per reintrodurre lo scudo penale (tecnicamente il motivo che ha consentito a Mittal di andarsene o minacciare di farlo), la possibilità di ammortizzatori sociali fino a 3000 dipendenti dell’acciaieria (contro i 5 mila esuberi richiesti) per far fronte alla contrazione del mercato dell’acciaio (Mittal comunque perde due milioni al giorno), sconti sugli affitti e la defiscalizzazione delle bonifiche e, anche, un possibile ingresso di Cdp nell’azionariato che Mittal ha sempre auspicato. Di tutto questo Conte parlerà con la squadra di governo giovedì durante il Consiglio dei ministri dedicato al dossier Ilva. Resta sul tavolo, ancora, il nodo dello scudo penale. Ieri Di Maio ha fatto più riunioni con i parlamentari per parlare anche di questo. Conte è convinto di riuscire a convincere anche i più resistenti in nome del superiore interesse nazionale e del fatto che tutto si può dire ma non che le procure italiane non siano vigili sulla faccenda.

Anche Mattarella in campo

In qualità di arbitro, come è solito dire. Ma anche il Capo dello Stato è sceso in campo per Ilva. Fin dalle prime ore quando ha subito interloquito con Conte per capire quale fosse la reale situazione. “Fate presto a trovare una soluzione” si era raccomandato il Presidente della Repubblica che ieri sera, poco prima delle 8, ha voluto incontrare i segretari dei tre sindacati confederali. Servono “determinazione e impegno, non solo per le implicazioni importantissime sul piano occupazionale ma anche per quanto riguarda il sistema industriale italiano” si è raccomandato il Presidente che continua a vigilare sull’operato del governo. Distante, come è ovvio che sia, ma molto presente. Difficile che già venerdì si possa arrivare ad una soluzione. Fino alla pronuncia del giudice civile, tutto è possibile. Un braccio di ferro. Dove il governo, e il Quirinale, tengono nel cassetto l’eventuale  piano B: nuovi commissari, prestito ponte, eventuale ingresso di Cdp in attesa di trovare una nuova cordata. Inutile dire che tutto questo sarebbe una iattura per la casse dello Stato. 

4.550 emendamenti

Tutto dimostra che la situazione è seria - al Mise ci sono 170 tavoli di crisi aperti - e in questo contesto il governo, ma anche le opposizioni, dovrebbero essere responsabili. Investire le energie e magari anche qualche idea su possibili soluzioni. Sicuramente non giocare con 4.550 emendamenti alla legge di bilancio. Proprio ieri mattina - il tempo per gli emendamenti scadeva all’ora di pranzo - il premier Conte aveva fatto un appello all’unità e alla compattezza. Bene, il risultato è stato che le forze di maggioranza hanno presentato 1596 emendamenti su un totale di 4.550: 921 il Pd, 435 il Movimento 5 Stelle, 240 Italia Viva finora accusata di bombardare il governo. Tra le opposizioni, Forza Italia ne ha presentati 1.105, 905 la Lega - più o meno quanti il Pd - 523 Fratelli d’Italia.  Circa 400 sono stati presentati da Autonomie e Misto. Il ministro Gualtieri dice di non essere preoccupato. Gli emendamenti non sono mai stati un problema. Oggi lo possono diventare. Con il caso Ilva aperto e incerto, la manovra, il decreto fiscale e altri cinque decreti da convertire entro la fine dell’anno.