Enrico il Fustigatore. Letta scudiscia le correnti, il voto su di lui è "bulgaro"

Il nuovo Pd sarà a metà strada tra Prodi e Veltroni, cioè tra spirito coalizionale ulivista e vocazione maggioritaria ma per farlo bisogna cambiare la legge elettorale e fare le riforme istituzionali

Enrico Letta (foto Ansa)
Enrico Letta (foto Ansa)

Il voto "bulgaro", quello dell’Assemblea del Pd per Letta. Una percentuale record, ‘bulgara’, come si diceva nel Pd. Su 1021 aventi diritti al voto (divisi così: mille delegati eletti all’ultimo congresso con metodo proporzionale e collegati alle liste dei tre candidati presenti allora, nel 2019) e 866 votanti effettivi, al momento dell’apertura del voto, i sì alla proposta di nominare Enrico Letta a segretario del Pd (che già candidato unico alla Segreteria, 713 le firme raccolte in un battibaleno a sostegno della sua candidatura) sono stati 860, gli astenuti 4 e i no due. Il voto è segreto, si sa, ma chi sono? Parte la caccia ai due soli voti contrari (“so’ du amici de Bettini, du’ poracci”, dice un ex zingarettiano col dente avvelenato col suo ex dante causa), ma si rivela infruttuosa. ‘Tutto’ il Pd sta con Enrico Letta. Come un sol uomo. Una compatta falange macedone. E lo dimostra con un voto record, ‘bulgaro’, appunto, che, per dire, manco Draghi, o Monti o Ciampi, all’atto della fiducia in Parlamento, hanno mai preso. Una fiducia enorme, infinita, una palla di neve che s’ingrossa via via che scende.

Tutti pazzi per Enrico, il nuovo film in onda in casa dem

“Tutti pazzi per Enrico” si potrebbe cioè chiamare il film che è andato in onda, ieri, in modalità ‘da remoto’ (nella lingua della ‘perfida Albione’, cioè l’inglese, si dice in modalità webinar), in seno all’Assemblea nazionale del Pd, la prima non ‘in presenza’ nella lunga, e spesso dolorosa, storia di dodici anni di vita del parlamentino democrat. Infatti, non si trova, ma dicasi uno, esponente – anche di rango minore, minorissimo – dem che non sia “entusiasta” della scelta di affidarsi a Enrico Letta nelle sue nuove vesti di ‘salvatore della Patria’ (e della baracca, scassata) del Pd. Neppure, per capirsi, quelli che – nella famosa Direzione nazionale del febbraio 2014, a destra (Franceschini-Fioroni-Delrio) come a sinistra (Orlando-Cuperlo-Minniti), votarono ‘l’ordine del giorno Grandi’ e cioè il benservito a Letta, allora premier, per fare largo all’era di Matteo Renzi. Ma così va il Mondo e così, soprattutto, vanno le cose, dentro il Pd. O meglio “così le cose debbono andare”, come avrebbe cantato Giovanni Lindo Ferretti, leader dei Cccp.

Il “tiranno democratico” I big dem richiamano Letta

Ma dato che la Storia si ripete sempre almeno due volte (ma la seconda volta sotto forma di farsa, diceva Karl Marx) tutti i Big dem, a capo di correnti interne litigiose e microcefale di un partito litigioso, sfibrato e spaventato, hanno dovuto richiamare Letta dal suo esilio dorato, dove si era auto-confinato, stracciando pure la tessera dem (nel 2015, ma nel 2019 l’aveva ripresa per votare Zingaretti). Ma i big dem lo hanno fatto solo per disperata disperazione, per mancanza di alternative, di coraggio, di iniziativa, per una cronica incapacità a rigenerarsi. Come fu già con Prodi, il Pd – o, come era allora, la coalizione di centrosinistra – il partito o la coalizione di partiti ‘progressisti’, è talmente inetta, incapace, rosa da rivalità perenni, odi antichi, rancori mai seppelliti, che ha bisogno di ricorrere alla figura – così la mette un big dem che ha fatto eccellenti studi universitari – “del tiranno democratico” come Tucidite definì Pisistrato.

Una litote (come può, un tiranno, essere democratico?) che però nasconde il dramma del Pd degli ultimi mesi e il grido di dolore che ha prodotto, urlandolo: “non ce la facciamo, da soli siamo finiti, scompariamo, ci serve una scossa e forte, dall’esterno. Enrico, salvaci tu. Enrico, aiutaci tu”….

Ma Letta – che, come tutti gli animali a sangue freddo, ama consumare la vendetta con calma, spolpando l’avversario - è venuto anche per prendersi la rivincita, e con gli interessi: farà pagare, col tempo, il ‘giusto fio’ a chi lo ha tradito. Infatti, mette il coltello arroventato nella piaga e lo rigira, lo rigira, fino a far sanguinare una ferita ormai putrescente.

Le scudisciate di Letta contro correnti e liste bloccate

Correnti interne, logiche e giochi di potere, liste bloccate: sono almeno tre le scudisciate, veri e propri colpi di frusta, che, nel ‘discorso della Corona’, cioè di accettazione della candidatura a nono segretario del Pd (il nono in 14 anni, un record, ovviamente in negativo: il Pd, come Crono, mangia i suoi figli e, potendo, si divora pure i suoi padri, vedi Prodi), Enrico Letta ‘dedica’ ai big e alle correnti del Pd.

Letta, le tre scudisciate, le snocciola durante il suo lungo (troppo lungo, più di due ore, ma lo ammetterà lui stesso, poco dopo: “ho parlato troppo”) discorso – ma poi, a sera, le ripeterà tali e quali in tv, collegato con Che tempo che fa? di Fabio Fazio per la sua prima intervista da segretario -che tiene davanti a un’Assemblea nazionale ‘virtuale’ di mille persone, tutti collegati in streming (cioè da remoto). In realtà, davanti a sé, assiso sul palchetto del terzo piano, quello nobile, del Nazareno, sede ufficiale del Pd, dove si trovano gli spazi che, di solito, vengono usati per i lavori della più piccola Direzione, un centinaio di persone.

Ma il terzo piano del palazzo del Nazareno, antico Collegio dei Gesuiti, va detto, è davvero un gioiello imperdibile e, dal terzo piano, dove è collocata anche un largo terrazzo, ha una vista mozzafiato sui tetti e i colli di Roma che, specie al tramonto, è di una bellezza struggente, che induce a sensi di Potere ma anche a sentimenti di pura Poesia e, insomma, nelle spire delle sue mollezze quasi tutti i leader ci sono cascati e lo hanno usato per gli usi più impropri. Bersani ci faceva ballare l’aka ai suoi aficionados contro Berlusconi (scena goffissima). Renzi ci prendeva gli aperitivi cool con i galli e galletti (e galline) della ‘Firenze da bere’. Solo con Zingaretti il terrazzo non usava più nessuno: tempi tristi e grami, quelli di Zingaretti, nessuno si divertiva più, ecco.

Il ‘piano nobile’ del Nazareno, la ‘dolce vita’ in terrazza

Ecco, se ci si perdona la digressione, una manciata, uno spruzzo, di nomenklatura, seppur debitamente distanziata, ad ascoltare Letta, alla fine, c’è (Orlando, Zanda, Cuperlo): quelli che non mancano mai. Che poi – vuoi mettere? – il piacere di passare, fintamente infastiditi, davanti alla ressa, la bolgia, di telecamere, fotografi, cameramen, cronisti, etc. e, fintamente annoiati, rilasciare alate parole – generiche, inutili, vuote, ma pur sempre proprie - in favor di camera?

E così, con Letta, alla fine, sono baci, abbracci, sorrisi, pacche sulle spalle, incoraggiamenti finti, farisei, falsi (“daje Enrì! Siamo tutti con te!” stile sezione di Testaccio). Gli stessi che giuravano eterna lealtà a Zingaretti e che lo hanno accoltellato, ma nella sua maggioranza, non altrove (la minoranza faceva solo il suo mestiere di minoranza…), costringendolo a improvvide e improvvise dimissioni. Gli stessi che, con Renzi, spergiuravano eterna fedeltà, perinde ac cadaver, e che poi, una volta sconfitto, lo hanno tradito e ripudiato tre volte, neppure il tempo che il gallo cantasse. Gli stessi che, con Bersani, gli garantivano ‘pieno sostegno’ per formare il governo, per eleggere Marini o Prodi al Colle e poi, nel voto segreto, nella notte del ‘complotto dei 101’, ne affondavano i candidati uno dietro l’altro. Gli stessi che, nella famosa Direzione del febbraio 2014 consegnarono, legato mani e piedi (tradirerunt per dirla con Luca che descriva Giuda consegnare Gesù nell’orto del Getsemani), il povero premier Letta all’arrembante Matteo Renzi, il ‘barbaro’ che calava, modello Lanzichenecchi, da Firenze, ma che nulla avrebbe potuto espugnare se big e correnti (Franceschini, Orlando, Cuperlo, gli ex bersaniani persino) non gli avessero ‘consegnato’, legato mani e piedi, Letta.

Il complotto del 2014, i fiori regalati dalle donne a Letta

Ma tutto è superato, e trascolora, nel ricordo. Ed ecco che ieri, alla fine del suo lungo discorso, Letta – con quel sorriso impacciato da ragazzo timido che ha sempre avuto – riceve, in una sorta di specchi rovesciato (“perché, al suo posto, non poteva esserci una donna? E perché non io?” Si chiedono, covanti rabbia ma silenziose le donne democrat), persino dei fiori. Sono le tre donne oggi ai vertici (formali) del parlamentino (la presidente, Valentina Cuppi, e le due sue vicepresidenti, Anna Ascani e Deborah Serracchiani) a consegnarglieli, poi via, ringraziamenti, mascherina su e rientro a casa. Ma solo per prepararsi ad andare da Fazio proprio come, il giorno prima, era stato nella sua (e di molti) trasmissione cult, Gazebo di Zoro in onda su La 7.

La prima scudisciata: basta alla “geografia correntizia”

Ma torniamo alle parole di Letta del suo lungo discorso. La prima scudisciata è la più diretta, pesante, cattiva, perfida: “Quando sono rientrato da Parigi ho cercato di farmi spiegare la geografia interna delle correnti del mio partito, ma non l’ho capita. E se non l’ho capita io, fidatevi: un cittadino normale, un elettore del Pd, non può capirle. Ora basta. Sono stato anche io un uomo di corrente. E’ ora di finirla. Se mi voterete, ho detto loro, non seguirò nessuna di queste filiere interne, non accetterò patti o accordi di potere. Il finto unanimismo non mi spaventa. Io lavorerò per tutti”.

La seconda frustrata: “basta con il senso della sconfitta”

La seconda frustata è ancora più pesante, rabbiosa, fa sanguinare e contorcere il corpo di un partito già ferito, entra nella carne, in corpore vili: “quando sono tornato a Roma ho capito che le tensioni interne, dopo le dimissioni di Nicola, erano tutte finte e rivelavano soltanto il non detto su un congresso che si voleva come un regolamento di conti secondo questo schema: vincere le primarie interne per assicurarsi un posto in lista alle prossime elezioni politiche, perché i parlamentari, con le liste bloccate, li nominano i capi partito, e poi perderle, però, le elezioni, già rassegnati. E anche rispetto al governo Draghi, il non detto, leit motiv del mio Pd è tenerlo in vita il più possibile, tanto quando andremo alle elezioni, contro questa destra, perderemo. Bene, non è così. Io sono venuto per vincerle, le elezioni. Non lascio la mia vita per guidare il Pd a una sconfitta. Se lavoreremo insieme, la maggioranza dell’Italia ci seguirà”.

La terza scudisciata: “basta con le liste bloccate”

La terza scudisciata, infine, riguarda il sistema istituzionale e, di conseguenza, la legge elettorale. Letta la prende larga: parte dal voto ai 16 enni, da concedere, poi alla sera, in tv, prima di andarci, si vede che qualcuno gli ricorda che, al Senato, si vota solo al compimento dei 25 anni di età, allora propone di abbassare l’età (“c’è già un disegno di legge costituzionale in itinere” ricorda), ma non specifica a quale asticella e parla, genericamente, di “ventenni/ventiduenni”, il che cozza in modo palese col permettere il voto ai 16enni. Ma tant’è. Il cuore delle idee di Letta non è certo questo. Col pallino della ‘Grande Riforma’ da quando, sotto il suo governo, il ministro alle Riforme, Gaetano Quagliariello, sperimentò la – presto fallimentare – commissione dei Trenta Saggi che dovevano riformare le istituzioni (peraltro su input dell’allora presidente della Repubblica Napolitano) Letta – come tutti i premier, in fondo – cade in tentazione sempre sullo stesso tema, le riforme istituzionali. E dunque ecco la proposta di introdurre la sfiducia costruttiva e rafforzare i poteri del premier, mutuandoli dal sistema tedesco (vecchio cavallo di battaglia del riformismo dem), Ecco la proposta di realizzare, e mettere in atto per davvero, l’art. 49 della Costituzione (democrazia interna ai partiti), senza dimenticare che fu il governo Letta ad abolire – norma, a nostro modesto avviso, improvvida e sciagurata – il finanziamento pubblico ai partiti, ora solo per via privata. Ecco il no – scontato - alle liste bloccate presenti negli ultimi sistemi elettorali, il Porcellum e il Rosatellum. Un no condito da una netta preferenza per l’abbandono del sistema proporzionale e il ritorno a un maggioritario secco o spinto, come era il Mattarellum. Questa non la dice nel discorso in Assemblea, la esplicita solo in tv, da Fazio, ma il punto è dirimente: la legge elettorale cambia i ‘connotati’ ai partiti e tutti i partiti fanno e disfano alleanze per farla o non farla.

Il tentativo di ‘cambiare verso’ sulla legge elettorale

Ma Letta vuole realmente ‘cambiare verso’ al Pd attuale, ecco perché vuole spingere per ottenere una nuova legge elettorale. Un fronte di riforma che Letta non esplicita, almeno non nel discorso in Assemblea (ma in tv sì, lo farà). Non esprime preferenze per i tre modi classici con cui rendere maggioritaria, o dagli effetti maggioritari, una legge elettorale: collegi più piccoli, premio di maggioranza alla coalizione vincente, ampliamento della parte maggioritaria. Ma si capisce subito la sua netta preferenza: tenersi il Rosatellum, ma ‘rovesciato’ rispetto alle percentuali attuali (64% di proporzionale e 36% di collegi), prediligendo la parte maggioritaria, oppure tornare dritti al Mattarellum (75% di collegi maggioritari, 25% di recupero proporzionale). L’importante, per Letta, è eliminare le liste bloccate (come le preferenze) e scegliere i parlamentari nei collegi: la sfida deve essere one to one tra i vari candidati di poli che si presentano, a quel punto, come alternativi, e “gli eletti li devono scegliere gli elettori, non i capi partito”.

La filosofia di Letta, a metà strada tra Prodi e Veltroni

Una idea perfettamente ‘prodiana’ - e, anche, veltroniana – della selezione della classe politica. Un’idea che miscela tante suggestioni, retroterra culturali, ambizioni e velleità. La prima è la novità, politicamente sconvolgente, radicale e sovversiva, della lotta al trasformismo che, per la prima volta, un partito ‘non’ grillino vuole combattere contro quella Casta che ha sempre alimentato, coccolato, accudito. “Chiederò un incontro ai due presidenti di Camera e Senato – scandisce Letta - per presentare loro una nostra proposta di legge che mira a punire e impedire il perverso fenomeno del trasformismo parlamentare. Siamo a 200 voltagabbana, o cambi di casacca, dall’inizio di questa legislatura. Non è possibile andare avanti così” punta il dito vendicatore Letta. “Nel Palazzo non ci si rende conto dello scollamento tra la Politica e la gente comune”, avverte. Ergo, le tre soluzioni:

1) abolire il gruppo Misto, come accade nel Parlamento Ue. In pratica, chi lascia un gruppo non può aderire a un Misto, ma solo a un altro gruppo, oppure andare tra i ‘non iscritti’ (ora è permesso solo al Senato e solo agli ex Capi di Stato).

2) rimuovere le liste bloccate, “morte della democrazia”, per promuovere forme di elezione diretta dei parlamentari (collegi uninominali, appunto, collegi piccoli, premi vari);

3) strutturare il partito in una nuova modalità a metà tra quella orizzontale dal basso e quella verticista e leaderistico dall’alto, digitalizzandolo e aprendolo alle nuove tecnologie ma soprattutto scarnificandolo dalla zavorra delle correnti. E, dunque, sempre là si torna. Si vedrà, tra un anno o due, se la battaglia l’avrà vinta ‘re Enrico’ o ‘i Baroni’ del Pd…