“Abbiamo fatto un ’94!”. Le elezioni politiche iniziano ad assomigliare a quelle che videro il primo trionfo di Silvio Berlusconi

Paragoni arditi. Il 2022 finirà come il 1994? Draghi come Ciampi, l’arrivo del ‘Cavaliere nero’, la sconfitta della ‘gioiosa macchina da guerra’, la mesta fine del terzo polo di centro.

Foto Ansa
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Facciamo un gioco, un paragone storico-politico, probabilmente ardito, ma di un certo fascino. E se le prossime elezioni politiche diventassero come quelle che, nel 1994, diedero il ‘là’ alla nascita della Seconda Repubblica e segnassero la ‘nascita’ di una vera Terza Repubblica in cui il centrodestra vince (anzi, dilaga), governa (stavolta per molti anni e non, come allora, per pochi mesi) e fa pure le riforme istituzionali, introducendo il presidenzialismo vero e proprio o quantomeno il semi-presidenzialismo grazie a una maggioranza blindata, oltre a introdurre un liberismo sfrenato che neppure il Berlusconi della prima ora, nei suoi sogni migliori, mai si sognò?

I paragoni storici, si sa, sono sempre troppo arditi e Giambattista Vico, teorico dei ‘corsi e ricorsi’ (storici) non aveva sempre ragione, o solo a volte, ma i ‘giochi’ sono belli perché li fai come ti pare. E, dunque, eccolo il paragone. 2022 come 1994.

Crollata nel biennio appena precedente, la Prima Repubblica, causa scandali, mazzette, giudici scatenati e dall’avviso di garanzia facile (in una parola: Tangentopoli e l’operazione Mani Pulite), il Capo dello Stato – allora Oscar Luigi Scalfaro (un cattolico integrale e integralista, Mattarella è un cattolico di sinistra e diplomatico, ma sempre dalla Dc tutti e due vengono) – fu costretto a scioglier le Camere, dopo appena due anni di vita, perché il governo Ciampi era appena caduto e, pur rimasto in carica, fece giusto la manovra. Un governo tecnico-istituzionale – guarda un po’ – guidato, quando dici il caso, da un ex governatore (allora di BankItalia, oggi Bce) che provò a far quadrare i conti, a superare i marosi della crisi economica e sociale, a non farci cacciare dalla Ue (la quale, però, all’epoca non si chiamava così). Tutto inutile. Veti incrociati dei partiti e una tempesta in rapido avvicinamento – politica, cioè l’irruzione sulla scena di Silvio Berlusconi - impedirono di far restare in sella il buon Ciampi, che tutti stimavano e, in fondo, tutti temevano. La sinistra si illuse di avere la vittoria in pugno: alle amministrative del 1993 aveva espugnato tutte le grandi città (Torino, Roma, Venezia, Palermo) perché i partiti del ‘sistema’ (Dc e Psi) erano collassati e la destra era forte, ma molto divisa, con la Lega al Nord e An (l’ex Msi) al Sud. Il leader dell’allora Pds, Achille Occhetto, accelerò la fine del governo: pensava di avere la vittoria in tasca. Fondò un’alleanza che era un’Armata Brancaleone, sicuro che il centro – con cui lui rifiutò di allearsi e che rifiutò l’alleanza con lui, pensando di poter contare qualcosa dopo il voto (Carlo Calenda vi ricorda qualcosa o qualcuno? L’insipienza e l’alterigia di Mariotto Segni, tipo?) – sarebbe collassato. Il centro resistette in voti, ma crollò in seggi. L’astro nascente divenne FI grazie alla ‘discesa in campo’ di Berlusconi, il quale ha appena deciso che deve ‘ridiscenderlo’. Il resto furono frattaglie a partiti minori e privi di ogni speranza, come il Marco Pannella (Radicali) che oggi assume le sembianze di Giuseppe Conte (oddio, il paragone è una bestemmia alla memoria di Pannella: forse meglio paragonarlo a Grillo…).

Il centrodestra, ai tempi, fece una genialata unica, mettendo insieme l’immettibile: Polo delle Libertà (con FI-Lega-CCD) al Nord, Polo del Buon Governo (con FI-An-CCD) al Centro-Sud. Sembrava difficilissimo, fu un gioco da ragazzi. I ‘Progressisti’, invece, misero insieme di tutto e il suo contrario: Pds di Occhetto e Prc di Cossutta (che si erano scissi tra loro solo tre anni prima), Verdi di Rutelli e Rete di Orlando, Psi di Boselli e Alleanza democratica di Adornato. Un pout-pourri indigesto ai partiti e pure all’elettorato. Soprattutto, il centrodestra aveva un leader chiaro (e candidato premier), Berlusconi, mentre la sinistra non si capiva se fosse Occhetto o un altro. Infine, il centro (PPI di Martinazzoli, Bianco, Castagnetti, Mattarella e molti altri) si alleò con il Patto Segni di Mario Segni e andò per conto suo. I risultati elettorali furono un disastro, complice anche una legge elettorale nuova e mai usata prima (Mattarellum: 75% di collegi uninominali maggioritari e solo il 25% di liste proporzionali), e portarono alla nascita del I governo Berlusconi, che poi andò in pezzi, ma questa è un’altra storia.

Le coalizioni del 2022. Il centrodestra ‘large’

Uscendo dal (forzato) paragone storico, oggi il centrodestra in formato classico (Lega-FdI-FI), ma extralarge, cioè con dentro alcuni ‘piccoli’, che tali sembrano (Noi con l’Italia di Maurizio Lupi, l’Udc di Lorenzo Cesa) e ricordano il CCD di Buttiglione e Casini alleati di Berlusconi: sempre i loro voti portano e non sono mica pochi: tra il 2% e il 3%. Al netto del fatto che nessuno dei due deve raccogliere le firme per presentarsi con il proprio simbolo e che otterranno, comunque, collegi sicuri, la ‘snobberia’ dei media si occupa, in modo ossessivo, di un partito che, ormai, non esiste più (i 5Stelle) o di partitini della sinistra dallo zero virgola, ma ignora sempre i due (piccoli) dioscuri cattolici di Berlusconi, Lupi – che raccoglie, al Nord, il voto dell’intera Cl – e Cesa, che ramazza, al Sud, i voti dei vecchi diccì mentre nei due estremi ‘balneari’ del Nord (Veneto e Liguria) c’è all’uopo Coraggio Italia di Luigi Brugnaro, da cui però si sta per scindere, in via definitiva, Giovanni Toti, governatore ligure, oggi più vicino a Renzi e Calenda di quanto non lo sia a un centrodestra che lo ha di fatto esplulso.

E dato che FdI si attesta al 23,8%, la Lega al 13,4 e FI all'8,3%, se la matematica non è un’opinione, il totale fa 45,5%, ma tutti i sondaggi che ‘danno’ il centrodestra stabile a questa cifra, 45-46%, non contano mai l’apporto dei partiti minori fratelli. Con loro la coalizione andrebbe almeno al 48-49%, sfiorando forse il 50%. E se si considera che, grazie al Rosatellum, i voti si trasformano, miracolosamente, in tanti bei seggi (dal 46% di voti arrivi al 58% di seggi, dal 48% arrivi al 62%, dal 50% sfondi il 64-65%), si capisce bene che la vittoria del centrodestra è, a seconda dei punti di vista, una felice congiuntura astrale o un incubo totale, un vero Armageddon, per tutti gli altri.

Certo, al centrodestra manca un ‘Federatore’

Certo, manca un leader, e pure un ‘Federatore’ - come fu all’epoca, nel ’94, Silvio Berlusconi – al centrodestra attuale. Chi farà da premier, in caso di vittoria? Chi ha preso più voti, per la Meloni e, in fondo, anche per Salvini, ma a giorni alterni. Chi ha il gruppo parlamentare più forte, per FI. Il ‘barbatrucco’, in questo caso, è presentarsi separati, ma poi far nascere gruppi parlamentari unici tra Lega e FI e, dunque, avviare le pratiche per far nascere il ‘Partito Unico del Centrodestra', antico e mai realizzato sogno di Berlusconi. O, in alternativa, si sceglierà un ‘papa straniero’. Il PPE vorrebbe il coordinatore di FI, Antonio Tajani, da FdI fanno le pernacchie. Fabio Rampelli ricorda che “da giovane era monarchico”, il che è vero, e Guido Crosetto che “non ha statura e capacità per fare il premier, al massimo può fare il ministro”. Dalla Lega glissano, ma sperano, sotto sotto, che Salvini recuperi abbastanza consensi per potervi ambire, di nuovo, lui. E, in ogni caso, Salvini punta al Viminale: Meloni premier gli sta bene, “al massimo si sfracella in pochi mesi e tocca a noi che saremo il secondo partito più grande”.

Non manca, invece, la sindrome e la paura (che fa 90) del ‘Cavaliere Nero’. Ai tempi, era An di Fini (la Lega di Bossi era, invece, orgogliosamente antifascista: quanta acqua passa, sotto i ponti…) e, appunto, pure Berlusconi ci metteva del suo. Oggi, il ‘pericolo nero’ sarebbe Giorgio Meloni, che solo a sentirlo dire il suo ‘primo cavaliere’, il liberale Guido Crosetto, mette mano alla pistola, ma tant’è. A sinistra agitano il tema, a mo’ di drappo rosso (o ‘nero’, a seconda dei punti di vista), la stampa (specie quella internazionale) ci mette del suo, le cancellerie estere sono agitate. Successe anche nel ’94 e finì, appunto, come finì. Berlusconi non cadde perché la Ue, o la Nato, o gli Usa, erano contro di lui, ma perché Bossi, dopo pochi mesi, gli tolse l’appoggio e fece cadere quel governo dopo il ‘patto delle sardine’ con Buttiglione e D’Alema, in luogo di Occhetto che, nel frattempo, si era dimesso da segretario. Poi arrivò il governo ‘tecnico’, guidato da Dini, nel 1994-1995, dopo appena due anni si rivotò.  Poi, però, nel centrodestra c’è il problema della ‘ripartizione’ dei collegi: FdI vorrebbe farla sulla media degli ultimi sondaggi (tutti favorevoli al partito della Meloni), la Lega vuole risalire, almeno, ai risultati delle Europee 2019 (che furono assai favorevoli per il partito di Salvini) e FI, addirittura, ai risultati delle Politiche 2018… Ma su questi temi, alla fine, ci si mette d’accordo. “Si litiga notti intere, poi si trova la quadra, e la si trova sempre” sogghigna La Russa, esperto del ramo elettorale e pure della materia ‘trattative’. La premiership – e, pure, paradosso, i programmi, che quelli di Lega, FdI e FI sono assai diversi – è invece il vero punto dolente del centrodestra che dovrà iniziare a dirimerlo nel vertice ‘ufficiale’ che terrà mercoledì prossimo alla Camera. Ciò non toglie che i ‘tre amigos’ resteranno tali, almeno fino al giorno dopo i risultati elettorali.

Centrosinistra formato maxi ricorda l’Unione, ma anche la ‘gioiosa macchina da guerra’…

Anche il centrosinistra si presenta in formato ‘extralarge’, ma più modello Unione 2006, “da Mastella a Bertinotti”: il primo potrebbe esserci ancora. Ha offerto, a Enrico Letta, l’alleanza con la sua lista Mastella-Noi Campani che, dice lui, in Campania “vale almeno il 9%” ma lo vale solo lì. Il secondo, Bertinotti, che prese le redini del Prc dopo Cossutta, è rappresentato dai suoi assai modesti epigoni (Speranza da un lato, Fratoianni dall’altro), anche perché il ‘subcomandante’ Fausto aveva tanti difetti (il massimalismo socialisticheggiante e parolaio su tutti gli altri), ma anche una verve e mente che, oggi, ti scordi…

In ogni caso, l’attuale alleanza dei “Democratici e Progressisti” come l’ha ribattezzata, appena due giorni fa, Enrico Letta (il segretario, a sinistra, decide sempre tutto: onori e oneri, di solito subentra a un segretario dimissionario, gli fanno credere di aver conquistato un partito che non ha, fa le liste, guida la campagna elettorale, perde le elezioni e poi si dimette per far posto a un altro, il quale a sua volta etc etc etc vedi come sopra…) ricorda, e pure assai vicino, come filosofia, modus operandi e – vedremo – modus vivendi proprio quell’Alleanza dei Progressisti del 1994, la ormai arci-nota ‘gioiosa macchina da guerra’. La quale, appunto, quelle elezioni le perse in modo rovinoso contro il nascente centrodestra (il Polo delle Libertà prese il 42.8%), ma con un risultato che, se lo vai a rileggere oggi, buttalo via, I Progressisti (c’era Ad di Adornato, oggi ne fa le veci Ipf di Di Maio e Tabacci, c’era il Prc di Cossutta e i Verdi, oggi ci sono Verdi-sinistra, c’erano socialisti e affini, oggi Articolo 1 e Psi) presero un robusto 34.3% (dati sempre Camera), penalizzati dal sistema elettorale allora in uso per la prima volta, il Mattarellum. Mai quanto, però, il Polo di centro (allora erano PPI-Patto Segni, oggi sono i centristi del Fronte Repubblicano di Calenda e Bonino) che con un dignitoso 15.6% presero solo una manciata di – inutili – seggi.

Ma vediamo il ‘Fronte dem e progressista’ oggi. Nel ‘listone’ che presenterà il Pd (logo Pd-PSE, scritta ‘Democratici e Progressisti’ sotto quello), ci sarà Articolo 1 di Roberto Speranza (e Bersani che però non si ricandida, D’Alema oggi missing) ma pure il Psi del giovane segretario Ezio Maraio e, anche, la lista ‘Demos’ di Mario Ciani (patron Antonio Ricciardi, cioè Comunità Sant’Egidio). A loro tre, che non presentano liste, ma andranno a ingrassare i voti della lista Pd, verranno dati una manciata di collegi sicuri (4/5 a Speranza e i suoi, due a Psi, due a Demos). In cambio, il Pd – oggi quotato al 22,5%, spera di sopravanzare FdI (23,8%), nella ‘gara’ a primo partito d’Italia, puntando almeno (questa la speranza) al 24-25%. Anche di più, volendo, dato che la sola Art. 1 (ex LeU, ex Mdp) viaggia intorno all’1,6%, il Psi a un onestissimo 1% e Demos allo zero virgola. Se fossero vere tutte tali cifre, farebbe 26% tondo.

Le tre liste ‘collegate’ a quella del Pd ‘Re Sole’

Poi, collegate alla lista dem e al Pd, ‘sole’ non dell’avvenire ma di certo primo motore immobile dell’alleanza progressista, ce ne saranno altre tre. La prima è quella che ruoterà intorno a Ipf di Luigi Di Maio (esente dalla raccolta firme grazie al simbolo prestato da Centro democratico di Bruno Tabacci), molti sindaci di città medio-grandi sia dem che di area (Pizzarotti a Parma), sotto l’ombrello protettivo del sindaco di Milano, Beppe Sala, che però non si candiderà a Roma. Ma anche pezzi di ceto politico (oltre a quello già presente in Ipf e non è poco: 63 parlamentari…) come parlamentari senza più catena né collare che vengono da Iv, dove nessuno li vuole ricandidare, ma anche da FI (idem con patate), M5s (D’Incà, molto probabilmente, ormai in rotta con Conte). Più un’associazione milanese nascitura e nascente (‘L’Italia c’è’ di Gianfranco Librandi, Gennaro Migliore, Iv, e Piercamillo Falasca, ex +Europa) che nutre ambizioni di respiro nazionale. Morale, un listone omnibus per chi nutre poche speranze di farcela, prega Domine Iddio che Letta e il Pd gli regali qualche decina di collegi ‘blindati’ (che sono sempre meno, peraltro, ormai, in Italia…), in cambio di una ‘dote’ ad oggi non qualificabile, tranne per Ifp, per la prima volta ‘testato’ e pure a una cifra ragguardevole (2,6%) e assai generosa. Sommati al ‘partito dei sindaci’ (il capofila ne è il responsabile del coordinamento sindaci dem, Matteo Ricci, sindaco di Pesaro, vicino a Letta) e all’1% fisso di Tabacci potrebbero arrivare al 4%.

Infine, ecco la seconda lista, stavolta a sinistra del Pd perché è evidente che la prima citata si colloca alla sua ‘destra’, cioè nel fronte moderato-civico. Qui trattasi dei ‘rosso-verdi’ nati dalla fusione dei Verdi di Angelo Bonelli (storico nome e simbolo) e di Sinistra Italiana di Nicola Fratoianni. Il guaio è che, entrambi, sono sempre stati, e fieramente, all’opposizione del governo Draghi, il primo fin dentro il Parlamento (era stato eletto con LeU), il secondo da fuori, tra battaglie, comizi, sit-in, etc. Non solo non vogliono Calenda, in coalizione, ma vogliono – anzi, pretendono – altre due cose: 1) niente Agenda Draghi, sì a un’agenda sociale e di sinistra (che Art. 1, invece, vuole ‘laburista’, termine che almeno è assai meno impegnativo…) 2) possibilità di ‘recuperare’ l’alleanza con i 5s, cosa da cui il Pd non vuole neppure sentir parlare. L’alleanza, con questa terza lista, ancora non è chiusa, ma tutto dice che si farà. Infatti, quotati stabilmente oltre il 4%, anche fino al 4,2%-4,4%, e il Pd non intende rinunciarvi per nessun motivo. In soldoni, il 24-25% di un Pd extralarge più un 4% abbondante dei rosso-verdi e un 4% (scarso) dei moderati di Di Maio e Tabacci e dei sindaci, porterebbe lo schieramento progressista ben oltre il 34-35% assai ragguardevole (e assai ottimista).

In ogni caso, lo schema è chiaro: il ‘Re Sole’ Pd più due satelliti, uno a ‘destra’ e uno a ‘sinistra’. E il candidato premier? Per lo Statuto dem è, ovviamente, Enrico Letta. Agli alleati va bene, benissimo, hanno perso qualsiasi velleità sul tema perché la sola cosa che interessa sono i collegi…

I centristi: lista unica e il rischio grande flop. Le ambizioni napoleoniche di Calenda e Renzi

Il guaio è che, al Pd e ai suoi alleati, manca – e ormai è chiaro che finirà così – la ‘quarta gamba’. Con i centristi di Calenda (Azione) e Bonino (+Europa) entreranno, in lista, forse con un nuovo simbolo (e forse no) i ministri Gelmini e Brunetta (ex azzurri di area liberal) e una manciata di parlamentari, più o meno sempre di area forzista (è già arrivato il senatore Cangini, altri in arrivo), più una manciata di intellettuali, o pseudo tali, liberal-liberisti, più alcuni suoi fedelissimi (Richetti, ex Pd, Napoli e Trizzino, ex FI, etc.), una pattuglia di ex radicali esperti di mille battaglie (Magi, Della Vedova), in un sodalizio con Calenda che non si è mai rotto (+Europa è fondamentale per evitare la raccolta delle firme). Mediamente, nei sondaggi, Azione/+Europa stanno al 4,9%, con tendenza a salire. Il problema non è lo sbarramento, fissato al 3%, è agevole da superare, ma l’impossibilità di concorrere nella parte dei collegi uninominali, dove Azione – anche se arrivasse al 10%, con un vero boom – non ne prenderebbe mezzo, con due poli così alti. Vuol dire prendere un pugno di parlamentari, pochi, con il rischio di tante vittime ‘eccellenti’.

Del resto, la somma non fa mai il totale. Calenda non sopporta Renzi che, con la sua piccola Iv (1.8%), darà vita ai ‘Riformatori-Renew Europe’ andando allo sbaraglio (forse solo con un accordo tecnico con L’Italia al Centro di Giovanni Toti) e con il rischio di non superare la tagliola del 3%.

Letta, a Renzi, glie l’ha giurata, non dimentica (in questo è ‘cattivo’, proprio come lo era Prodi) e lo ‘sgarro’ del 2015 non l’ha mai mandato giù. E, in più, Calenda non vuole le ‘frattaglie’ di Verdi-SI perché lui è per il nucleare e loro, invece, no (del resto, si chiamano ecologisti, sarebbe assai dura).

La verità è che, pur senza poterlo dire, Calenda ‘non vuole’ Letta, nel senso che ritiene che 1) il premier del dopo Draghi può essere solo Draghi; 2) il Pd è rimasto un partito troppo ‘di sinistra’, come dimostrano i suoi alleati (rosso-verdi, etc.); 3) Calenda crede, sentendosi un po’ Napoleone, che il centrodestra si romperà e lui farà i Lib-Lab, cioè il ‘Fronte repubblicano’ che ha lanciato ieri, ma dal governo, non certo dall’opposizione, luogo che – a uno come Calenda – fa assai schifo.

In questo modo, però, il fronte democratico e progressista del Pd, perdendo Calenda (4% al minimo, 8-10% al massimo) e Renzi (1-2%) in un colpo solo, perde un 6-8-10% netto di voti che erano gli unici che, sommati al 30-35% del Pd e dei suoi alleati potevano rendere realmente ‘competitivo’ la sinistra, rispetto al centrodestra, e fargli vincere quel tot di collegi uninominali che potrebbero, incredibilmente, riaprire la partita. D’altra parte, come si sa, la sinistra ama i litigi e le divisioni, da un alto, e dall’altro, quando e se si unisce e si accrocchia o non è per nulla credibile (stile l’Unione 2006) o non governa (Ulivo 1996).

Le frattaglie. M5s e gli altri simboli ‘minori’

Ci sarebbe da dire del M5s. Andrà da solo, sotto la guida di Conte e con la tagliola dei due mandati imposta da Grillo, ma è un partito ormai a pezzi e in caduta libera in tutti i sondaggi (dal 10% già al 9,8%, ma probabilmente molto meno). Al massimo si unirà con l’Unione Popolare, accrocchio di sigle della sinistra-sinistra radicale (Dema di De Magistris, il Prc, Pap, etc etc etc) che non riuscirà mai a superare lo sbarramento. Infine, ancora più a sinistra il Pc di Marco Rizzo con Azione civile di Ingroia (idem, no quorum), mentre, a ‘destra’, ci sarà Italexit di Paragone, oggi quotata al 2%, lontanissima dal quorum. Insomma, tutti questi partiti e sigle o non supereranno mai lo sbarramento, spazzati via, oppure prenderanno una manciata di voti e seggi, finendo per essere del tutto residuali, come i 5s. Ma il risultato delle elezioni, la sfida ‘vera’, quella tra centrodestra e centrosinistra, finirà come alle Politiche 1994? E’ molto probabile, anche perché – e questo oggettivamente va detto – la legge elettorale non aiuta il centrosinistra. Ma qui ci vorrà tutto un altro articolo, per spiegarlo…