Elezioni amministrative. Il Pd lancia le primarie “a metà”

“Decidono le città” ma a Roma si faranno: Calenda si chiama fuori. Letta sa che a ottobre si gioca l’osso del collo. I guai delle coalizioni, anche dentro il centrodestra. I probabili candidati.

Elezioni amministrative. Il Pd lancia le primarie “a metà”
Foto Ansa

“Le elezioni amministrative saranno un primo test, anche per la costruzione delle alleanze. Siamo all’inizio di un percorso con l’obiettivo di arrivare, per le elezioni politiche, a un nuovo centro sinistra che dialoghi col M5S” (“Alleanza col M5s? e questo sarebbe il Nuovo Pd? Chiosa, caustico, il candidato Carlo Calenda) mentre per il governo propone un “Patto per la ricostruzione” come quello che diede vita al governo Ciampi nel lontano 1993 (leggi alla voce: Salvini-Lega).

Il segretario del Pd, Enrico Letta, magari avrà pure tanti difetti, ma non difetta di onestà intellettuale. Sa bene, cioè, che alle prossime amministrative, si gioca l’osso del collo. Se la sua segreteria e il neu kurs che, proprio modello Bismarck alla Germania di metà Ottocento, ha voluto imprimere al suo partito, avrà modo e possibilità di prendere piede, consolidarsi e proiettarsi, saldo e sicuro, verso il ‘sol dell’avvenire’ (elezioni del nuovo Capo dello Stato, nel 2022, elezioni politiche, teoricamente nel 2023, primarie cui candidarsi per legittimarsi ‘veramente’ a segretario del Pd), ha l’obbligo di vincere, e non solo di pareggiare, le prossime elezioni comunali di metà ottobre. Insomma, se D’Alema si dimise da premier per le Regionali perse nell’anno 2000 e Walter Veltroni si dimise per aver perso le elezioni regionali in Sardegna (dicasi, la sola Sardegna) nel 2009, Letta deve vincere le amministrative d’autunno. E dato che si vota in sei grandi città (Torino, Milano, Trieste, Bologna, Roma, Napoli) - più una miriade di altri mille e trecento comuni – ‘vincere’ vuol dire che, al massimo, Letta si può permettere il lusso di perdere una – forse due - città, non di più. Di certo non Roma e Bologna, per capirsi. Ma neppure Milano e neppure Napoli. Sotto questa linea del Piave, sarebbe una debacle. Perdere Roma sarebbe una vera catastrofe, una piaga d’Egitto biblica, ma anche perdere Bologna sarebbe un terremoto. Perdere Torino e Napoli sarebbe molto doloroso e, si capisce, perdere Milano non è contemplato. Le correnti – che Letta finge di snobbare, ma che quasi come sempre dettano legge, nel Pd – lo farebbero a fette. E, forse, temendo che Letta le rivolti come calzini, le svuoti e renda inoffensive, fanno voti al Cielo che la profezia nera si avveri.

Letta parla alla prima ‘vera’ Assemblea del Pd tra wi-fi che ballano e ferri da stiro in cucina...

Per ora, tuttavia, Letta è saldo, sulla tolda di comando. E ieri, ha preso pienamente le redini del suo ‘nuovo Pd’ nel corso dell’Assemblea nazionale rilanciando l’alleanza con l’M5s e, ovviamente, lo strumento delle primarie. Rigorosamente svolta via Facebook (ormai è una mania: giornalisti e delegati collegati da remoto, quando si tornerà alle assemblee in presenza ne riguadagnerà la libertà d’informazione e pure la democrazia interne dei partiti, ridotte a brandelli), si è trattata della prima ‘vera’ Assemblea del Pd. Infatti, quella dell’elezione di Letta era stata, va detto, ‘finta’ (zero dibattito, votazione ‘bulgara’).

Oltre 5 ore di dibattito, 57 interventi, qualche parlamentare, nessun ‘big’ (con la sola eccezione di Andrea Orlando). Alla prima, vera, riunione dell'Assemblea del Pd dopo l'elezione di Letta, protagonisti sono i delegati, i territori, i Circoli. Non più relegati al ruolo di comparse, sono loro gli unici a spartirsi i cinque minuti cinque concessi dalla presidenza per parlare ‘da remoto’. “E' la prima Assemblea che seguo dopo 8 anni, ho provato la più bella sensazione che potessi avere” si pavoneggia il segretario, alla fine, ma non è stato un format venuto fuori a caso, ma un segnale forte che Letta ha voluto dare per la costruzione di quel partito dotato di “intelligenza collettiva” che renderà il Pd ‘vincente’ in futuro. Del resto, al primo punto dell’odg dell'Assemblea c'erano i risultati del vademecum spedito a fine marzo a 3 mila circoli e a cui hanno risposto quasi 40 mila iscritti (gli iscritti al Pd, in teoria, sono 420 mila: in realtà, è stato un ‘successino’).

Ma – nella nuova weltanschauung lettiana (‘viva la Base-abbasso i Vertici-tutto il Potere agli Iscritti) – vigono regole ferree e i primi a pagarne le conseguenze sono ‘capi&capetti’. Ergo, via dalla scaletta degli interventi i capigruppo. Solo il capo delegazione a Bruxelles Brando Benifei – fortunello questo Benifei, unico maschio rimasto, tra i capigruppo che Letta ha imposto al partito - ha preso la parola, mentre sono stati silenziati i ministri, i presidenti di commissione, governatori, i capi corrente, i sindaci (quello di Reggio, Falcomatà, e di Palermo, Orlando le eccezioni), i ‘big’. Largo ai militanti che hanno risposto al vademecum e che si sono collegati da salotti, cucine, tinelli di casa… Con Caterina Biti, vice-presidente dei senatori dem, che – in un impeto da desperate housewives - ha postato la foto del suo ferro da stiro piazzato davanti al computer acceso sui lavori mentre, tra wi-fi a volte traballanti e una gran fatica a seguire i lavori, nessun delegato ha sprecato i 5 minuti di celebrità che, warholianamente, Letta ha voluto dare loro.

Letta vuole vincere e convoca le primarie, ma a Roma Calenda rompe: correrà comunque

Poi, però, finalmente, la parola passa alla Politica. “Non si vincono le elezioni con ottime e costose squadre di comunicazione, magari americane (ogni riferimento a Renzi che pagò profumatamente i guru Usa di Obama per poi perdere, e male, le ultime politiche è d’obbligo) – ammonisce il segretario - ma con 100 mila militanti. Noi vinceremo le elezioni solo se scatterà l’impegno di 100 mila persone, militanti, protagonisti, testimoni, che su tutti i territori riusciranno a convincere gli italiani. Se in due anni faremo il lavoro vinceremo le elezioni”.

Buoni propositi, e buone intenzioni, di cui, però, come si sa, è lastricata la strada dell’inferno. Letta disegna la prospettiva in cui si muove con lo sguardo rivolto proprio all’appuntamento elettorale delle comunali: “Non siamo un partito che decide i candidati da Roma, siamo un partito che crede nella forza dei territori, del rispetto per le scelte dei territori. Stiamo dando aiuto ai territori, con la possibilità di usare lo strumento delle primarie, che a me piace, per rendere più forte la scelta”. Traduzione: primarie on-line già convocate, a Roma, per il 20 giugno (tranne gli anziani, che voteranno in seggi fisici), mentre nelle altre città si vedrà di volta in volta.

Il comunicato con cui il Pd di Roma annuncia che convocherà, per martedì prossimo, 20 aprile, il ‘tavolo’ di coalizione per la corsa al Campidoglio e proporrà il 20 giugno come data per le primarie è freddo e anodino, ma il mare promette burrasca. “Il futuro di Roma è il futuro dell’Italia – dichiarano, patriottici, i segretari di Roma e Lazio Andrea Casu e Bruno Astorre - e le prossime elezioni amministrative sono un appuntamento fondamentale”. L’ira del già candidato e già in corsa, da mesi, leader di Azione, Carlo Calenda, è funesta come quella del prode Achille: “Contrordine compagni e amici. Le primarie non sono più intoccabili ma diventano duttili. Si possono fare e/o non fare, oppure si possono svolgere dove conviene mantenere il potere e non altrove. In sostanza, sono primarie ‘a scomparsa’ mentre le città, i loro problemi e i bisogni dei cittadini possono passare in secondo piano”. Morale della favola (calendiana): “Io non ci sto. Sono solo un trucco per far ritirare la Raggi e convincere Zingaretti a candidarsi con un patto di ferro tra Pd e M5s. Sono primarie finte. Ci vediamo al primo turno”.

Le ‘mezze primarie’ dem. Sindaci contro Letta

L’ordine di scuderia del Nazareno è di stringere con i 5Stelle alleanze e dappertutto per ‘testare’, in vista delle future politiche, la ‘nuova’ alleanza, ma vari pezzi di classe dirigente locale resistono e allora ecco che ‘tornano buone’ pure le primarie. Letta ha rilanciato lo strumento delle primarie definendole “la via maestra”, per il Pd, ma anche “uno strumento flessibile, che non va imposto”. Una mezza retromarcia, dato che appena una settimana fa aveva detto, invece, che si sarebbero fatte ‘ovunque’ e stabilito la data di metà giugno. Al di là del fatto che sarebbero primarie solo on-line (tranne per gli anziani), dai territori è arrivata una mezza rivolta che, nell’incontro di tre giorni fa, con i principali sindaci dem, si è fatta palpabile. Letta ha fatto mezza marcia indietro: ora, dunque, “sarà ogni città a decidere” ha detto. Il problema sono due: le (giuste) aspirazioni dei territori a voler decidere di testa propria e pure le ‘incrostazioni’ dei ceti e gruppi di potere e di interessi locali dentro il ‘corpaccione’ del Pd che ostacolano i ‘buoni propositi’ del segretario.

Bologna. E alla fine sbuca la renziana Conti

A Bologna – ma anche a Rimini, dove il sindaco, Andrea Gnassi, va verso la fine del suo secondo mandato e non si può ricandidare - il Pd è diviso tra chi le vuole fare e chi no, le primarie ed è spaccato tra assessori uscenti rampanti e vogliosi che aspirano, a nome loro e delle loro correnti, al trono di candidati (quasi) sicuri della vittoria. A Bologna, Virginio Merola è alla fine del secondo mandato: ha puntato tutto su un suo assessore, Lepore, contestato dagli ex renziani, che gliene contrappongono un altro, Aitini. Non se usciva, e da mesi, ma poi Renzi ha fatto irruzione nella contesa. La ‘mossa del cavallo’, che ha spiazzato e mandato ai matti Letta, è stato di candidare la ‘sua’ (nel senso di Iv) sindaca (di un paesino alle porte della città, San Lazzaro), Isabella Conti. La Conti, tipa tosta, popolare e amata anche a sinistra, si è rimboccata le maniche, ha cercato e ottenuto consensi trasversali e ora punta tutto sulle primarie, nonostante un bel pezzo di nomenklatura dem (donne comprese, tranne Elisabetta Gualmini, donna di classe e di stile, che l’ha difesa) la avversi per gelosie, rancori, dissapori antichi. Alla fine, dovrebbe farcela lei. Sarebbe la sola candidata donna di Pd e dintorni.

Il Pd rischia pure a Bologna? Un po’ sì. I 5stelle, pur propensi all’alleanza coi dem, contano poco (conta di più la sinistra radicale, che c’è), ma alla fine, se il nome sarà la Conti, si andrà sul velluto. Il centrodestra ancora non ha un nome da lanciare. Non si sa ancora se la scelta cadrà su un politico (l’ex ministro dell’Udc Gianluca Galletti) o su un civico (Bonelli o Battistini i nomi più gettonati: sono entrambi due imprenditori).

Torino è a rischio. Solo Milano è sicura?

Guai grossi a Torino. L’ex ministro Boccia è planato in città per cercare di mettere pace tra le varie fazioni in lotta, ma non ci è affatto riuscito. Il Pd cittadino punta sul capogruppo in consiglio comunale, Stefano Lorusso, sgraditissimo – nell’ottica dell’alleanza con i 5stelle – dalla sindaca uscente Chiara Appendino, ma benvoluto dalla nomenklatura locale dem (la linea Valentini-Chiamparino-Violante). Gli altri nomi che girano sono quelli del rettore del Politecnico, Guido Saracco (che però si è tirato fuori per ragioni personali), dell’ex gloria della Juventus, Claudio Marchisio, e di altri sportivi come l’ex ct della nazionale di volley, Mauro Berruto, da poco chiamato da Letta nella sua segreteria. Con il centrosinistra in alto mare e l’M5s in caduta libera il rischio è consegnare la città alla destra: il civico Paolo Damilano, voluto da Salvini, è in giro per la città da mesi e per ora non teme rivali. Senza dire del fatto che Iv-Azione-Moderati puntano a una candidatura civica e alternativa.

A Milano, in teoria, non ci sono dubbi: Beppe Sala – che si è riscoperto l’anima ‘green’ e ora vuole ‘rifondare’ i Verdi italiani in salsa europea - si ricandida e dovrebbe farcela, persino in surplace, sul centrodestra, ma il problema è che se si allea con l’M5s (e la sinistra) perde Calenda, Iv e i centristi (e viceversa). Se il centrodestra azzecca il candidato (si parla di Gabriele Albertini o di Maurizio Lupi, due evergreen) la gara potrebbe non diventare più tanto scontata.

Solo a Trieste il Pd dovrebbe andare sul velluto: il lettiano Francesco Russo sta bene a tutti, da Iv fino ai 5Stelle, e non avrà problemi a spuntarla.

Lo gnommero di Napoli. Si faranno primarie?

Più complicata la situazione a Napoli. La città in cui ‘l’accurduni’ tra Pd e M5s dovrebbe avere il volto rassicurante del presidente della Camera, Roberto Fico, è paralizzata dai veti incrociati tra il sindaco uscente, De Magistris (che si candiderà ma alle regionali in Calabria…) e il governatore, Vincenzo De Luca, che si oppone a ogni accordo con i 5Stelle. Per non dire del ‘ritorno in campo’ dell’ex viceré di Napoli e Campania, Antonio Bassolino, e dell’auto-candidatura di Gennaro Migliore: l’ex rifondarolo, oggi renziano, ancora dotato di stima e consensi, in città, vuole le primarie ed è pronto a sfidare ogni candidato Pd (che, a dirla tutta, di candidati buoni non ne ha). Potrebbe spuntarla la candidatura dell’ex ministro Gaetano Manfredi, ma sarebbe di minore appeal e Letta dovrebbe imporla bypassando le primarie. Per il centrodestra, il magistrato Catello Maresca è in campagna elettorale da mesi e gode di ottima reputazione in molti ambienti, persino a sinistra.

“Questa è Roma!”. I guai dei dem e del M5s

Ma veniamo al nodo dei nodi, quella Capitale che dovrebbe fare da ‘apripista’ all’alleanza M5S-Pd, ma dove proprio l’alleanza rischia di naufragare. Due i motivi. La candidatura, già lanciata e in corsa, di Carlo Calenda, che non intende ritirarsi dalla corsa e lo scoglio di Virginia Raggi. ‘Non convinta’ dalla moral suasion di Conte, la sindaca va avanti per la sua strada con la ‘benedizione’ del ‘vecchio’ Movimento (Casaleggio-Di Battista) come del ‘nuovo’ (Di Maio-Patuanelli), e pure del guru di entrambi, Beppe Grillo: si candiderà e aspira ad andare al ballottaggio. L’unico nome in grado di poter scompaginare le carte sarebbe quello di Nicola Zingaretti. L’ex segretario dem e governatore della Regione, dove ha fatto entrare i 5Stelle ‘anti-Raggi’ della Taverna in giunta, non intende però lanciarsi. Sia per non cozzare contro gli ‘amici’ pentastellati sia per non mollare, anzitempo, anche la regione. Inoltre, mai Zingaretti correrà a quelle primarie che il segretario Letta ha ‘promesso’ ai dem locali i quali – capitanati da Claudio Mancini, ‘ombra’ sul territorio di Bettini, fresco fondatore di una nuova corrente politica dentro il Pd (Agorà), e da Umberto Marroni – vogliono imporre a Letta una candidatura che Letta, dall’inizio, poco digerisce. Quella dell’ex ministro al Mef Roberto Gualtieri: ex dalemiano, oggi bettiniano, gli ex dioscuri del Pci romano sono convinti che “Gualtieri, intellettuale popolare alle primarie, ma soprattutto alle elezioni, vincerà contro tutti, Raggi in testa”, ma il guaio è che, se loro perdono la scommessa, perdono solo Roma. Se invece la candidatura nella Capitale d’Italia la perde Letta perde la testa o, pardon, la segreteria e il suo futuro politico.

La nota positiva, per Letta, è che il centrodestra non riesce, da mesi, a trovare uno straccio di candidato sindaco a Roma. Si è molto parlato della discesa in campo di Guido Bertolaso, ex capo della Protezione civile, il nome su cui punta Matteo Salvini (e anche Silvio Berlusconi) ma Giorgia Meloni punta i piedi e vuole sceglierlo lei il candidato nella Capitale. Prima ha proposto Andrea Abodi, presidente del Credito sportivo, nome che ha lasciato più che ‘freddi’ i due alleati. Paradossalmente, il ‘non’ candidato Bertolaso è in testa a tutti i sondaggi e, in un ballottaggio, la spunterebbe contro la Raggi e contro Gualtieri.

La partita del Pd e, soprattutto, quella di Letta

La verità è che il Pd rischia davvero molto, alle prossime amministrative, a partire da Letta. Di fronte a una vera e propria debacle (per capirci: perdere sia Roma che Bologna, sia Torino che Napoli, e ‘tenere’ solo Milano), ma anche di fronte a un pesante insuccesso (vincere Milano, Bologna e Napoli, perdere Torino e, soprattutto, Roma), potrebbe traballare fino al punto di cadere o, comunque, porterebbe Letta – ‘nominato’ segretario dall’Assemblea nazionale e non eletto nel modo canonico dei leader dem, le primarie – a diventare un ‘re Travicello’, prigioniero delle correnti interne che tanto dice, oggi, di detestare.

Perché, di fatto, le correnti ne svuoterebbero la tolda di comando facendone un leader dimidiato. Letta, uomo di diverse stagioni, ma non per tutte le stagioni, a quel punto, probabilmente, mollerebbe lui, per primo, tornandosene ai suoi amati studenti (e studi) di Science Po a Parigi, e il Pd si avvierebbe a una truculenta resa di conti interna sotto forma di congresso anticipato. Ma è ovvio che, prima di portare a casa il ‘risultato’, tanta acqua deve ancora passare sotto i ponti.

Prima di registrare un siffatto catastrofico scenario, però, le amministrative sono e restano una partita ancora tutta da giocare. Letta lo sa come lo sanno i suoi, per ora silenti, avversari interni che di quelli esterni, Salvini in testa, si sa.